Mumford & Sons – Wilder Mind (Gentlemen of the Road/ Glassnote/ Island, 2015)

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Gianluca Porta

I Mumford & Sons hanno fatto un nuovo album. Non hanno più il banjo, ma neanche chitarre acustiche, contrabbassi, e tutto il folk che li connotava prima. Nonostante questo, sotto sotto rimangono gli stessi quattro ragazzotti, con tanto di batteria.
C’è chi, come me, ha iniziato ad ascoltarli perché in qualche modo si sentiva gasato dal vedere qualcosa così tipicamente folk ma con una forza devastante, totalmente conquistato dalle voci e da quell’incessante crescendo, spina dorsale di tutte le loro canzoni. E avevano dei testi che ti conquistavano, ti tagliavano le gambe, li volevi cantare a squarciagola con i tuoi amici. Era anche bello vederli dimenarsi dietro a una chitarra acustica, o coperti da un contrabbasso più grosso ed alto di chi lo suonava; per non parlare del suono del banjo, così country e così sconosciuto al 90% del loro attuale pubblico. Avevano riportato il folk negli stadi, vendendo milioni di dischi e finendo negli iPod di ancora più gente.
Poi è uscito “Believe”.
Senza banjo. Senza contrabbasso. Però c’era la batteria, e c’erano i synth. E sembravano i Coldplay. Sai che roba…
Insomma, noi si era tutti spiazzati. Cioè, per una band che ha fatto di un certo ideale il suo successo, e che soprattutto l’ha portato alla luci della ribalta, era impensabile.
Intorno all’imminente uscita dell’album si è venuto a creare uno strano hype sia di chi, scettico, lo aspettava per cassarlo con la classica dicotomia “era meglio prima”, sia  di chi invece, fiducioso o ingenuamente incuriosito, ha voluto provare a sentire cos’è in realtà questo cambiamento.
E alla fine, la scoperta, l’illuminazione: non si sono persi per strada, non han fatto l’album per vendere “come ordinato dalla major, grande e cattiva”, rimangono le stesse quattro persone, gli stessi desideri, lo stesso slancio, lo stesso scopo comunicativo. Forse detto con un volume un po’ più alto, che accenna maggiormente al pop e al rock, piuttosto che alla tradizione folk/country anglofona, ma alla fine i meccanismi sono gli stessi.  Alla fine, se si cerca con attenzione, si riesce a ritrovare quel fingerpicking, quel crescendo, quegli intervalli che tanto ci (mi) infervoravano ascoltandoli prima.

mumford and sons

E certo, la forma è discutibile, acerba quasi acerbissima. Loro sono grezzi perché non hanno ancora tutta quella confidenza che nasce dalle ore e ore su uno strumento, dalla pazienza e dalla costanza. A noi, fruitori di un tanto sudato prodotto, non è richiesto da meno: non è che perché hanno cambiato sound non meritano attenzione, sospendiamo il giudizio affrettato e soffermiamoci sulla musica, sulle emozioni che suscita. Ascoltiamolo più e più volte perché, e questa è la mia vera esperienza, è un disco che ti cresce dentro poco per volta.
Certo, non è che alla fine diventi un disco di disarmante bellezza o  rara intensità emotiva, però se non altro si impara ad apprezzarlo, anche da parte dei  fans più legati al suono che li ha portati dove sono.
L’ossatura di tutte le 12 tracce è un pop rock senza pretese, che di per sé non ha niente di nuovo, se non fosse che, impostato sulla voce di Marcus, acquista un non so che di fresco, un respiro più ampio del genere stesso che il gruppo sta facendo (mi riferisco a quel rock emotivo da stadio, che tanto piace ai già citati Coldplay, piuttosto che ai lavori più recenti di Bono e compagni). L’atmosfera non è più la bucolica campagna inglese, non siamo più gettati nella rigogliosa natura primigenia, ci troviamo in un contesto decisamente più metropolitano, già individuabile nei titoli di alcuni brani (Tompinks Square Park) e nella copertina del disco, ricca di chiaroscuri. Chiaroscuri sono pure i testi delle canzoni, sempre intrisi di storie d’amore finite male e dolorose, ma sempre scritti con la potenza e l’onesta che, ormai, abbiam capito essere una cifra del processo di scrittura di Marcus.
La prima traccia del disco è la già citata “Tompinks Square Park”, in cui si mette in mostra l’anima che più ammicca al rock anni ’80: una melodia orecchiabile, batteria pressante ma mai troppo, chitarrine leggermente distorte, il tutto per poter declamare a voce alta il testo. Scivola via dolcemente, dopo essersi delicatamente conficcata nella memoria, per lasciare spazio a “Believe”, il tanto odiato singolo. È uno dei punti più bassi del disco, incapace di comunicare o di emozionare, perso solo in una formula che definire stantia è riduttivo. Non ammicca ai Coldplay, ma li copia a piene mani, e il quartetto londinese, senza accorgersene, la tira più in lungo di quanto dovrebbe, lasciando l’amaro in bocca.

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Poi arriva “The Wolf”, uno dei momenti più splendidamente rock dell’album: una canzone oggettivamente potente, che si fa trascinare da un basso mai esausto, sparato più che mai a volumi altissimi.
La successiva “Wilder Mind”, titletrack, è uno dei momenti meno riusciti: un brano di una banalità sconcertante, lento nel ritmo e nell’ascolto. Si trascina avanti per quattro minuti e mezzo, con la voce di Marcus che arranca, quasi gli fosse morta in gola.
Seguono “Just Smoke” e “Monster”, in cui le dinamiche che avevano reso i Mumford famosi riemergono prepotentemente, dovutamente filtrate per rientrare in un contesto urbano, più “misurato” e morigerato.
“Snake Eyes” è, probabilmente, altro punto disonorevole del disco: un brano che non parte mai, in cui non c’è tensione, dove l’unico desiderio è essere un riempitivo. E poi, quanto sono fastidiose le tastierine di Ben!
“Broad-Sholder Beasts” è un altro chiaro esempio dei Mumford che tentano di fare i Mumford, ma attraverso chitarre elettriche con cui non sono ancora totalmente a loro agio. Tutto è perfettamente inscritto nella formula-canzone del quartetto londinese, l’inizio quasi calmo, la strofa in bonaccia, l’esplosione torrenziale del ritornello, ma manca qualcosa. È come se, schiacciata dal peso degli amplificatori, il tutto perda quella freschezza che prima era in grado di colpire, di lasciare un segno.
La traccia seguente, “Cold Arms”, distrugge tutto quello detto in precedenza. Solo chitarra e voce. Solo un grido, di un uomo. Solo un’emozione, solo uno struggimento. Stona, quasi, con il resto del disco. Non è così da stadio, non è la canzone che passano in radio, e proprio per questo è il pezzo più onesto, più (esagerando) vero.

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Segue un’altra canzone urbana, dedicata al quartiere di New York dove la band ha registrato l’album, “Ditmas”. Inizia zoppicante, con una batteria fortemente anni ottanta, per poi esplodere in un ritornello orecchiabilissimo, urlato a cuore aperto. Ma alla fine è un già sentito, un già visto e un già metabolizzato, dove neanche il sentimentalismo riesce a colpire.
Dopo quest’esplosione, tutto è come se si fermasse, congelato in un momento di etereo struggimento. Inizia “Only Love”, vera ballata alla Mumford, giocata metà sul forte impatto emotivo dei testi. L’arrangiamento è minimalista, quasi rarefatto e la voce, titubante, ha quasi paura di urlare. Poi, una metamorfosi repentina, un crescendo totalizzante e liberatorio, tutti i componenti possono finalmente urlare il testo, ripetendolo strofa dopo strofa, caricandolo sempre più di emozione.
Il disco termina con l’insipida, seppur più orientata verso un country rock senza pretese, “Hot Gates”. Canzone blanda, che si fa persino fatica a canticchiare tra amici, tanto la melodia non riesce ad aggrapparsi alla memoria. Scivola via, senza attrito: qualunque velleità di fare musica viene tolta, abrasa, dall’ascoltatore per la voglia di finirla il prima possibile. La batteria, le chitarre elettriche(ovvero, gli elementi di “novità” del disco) sanno di vecchio, di banale e non riescono a salvare quello che era un pezzo già condannato.
Wilder Minds è un album che scivola via, che non lascia addosso particolari emozioni o lascia di stucco per momenti di pura ed eterna bellezza. Ascolto dopo ascolto, quando si iniziano a memorizzare testi e melodie, si è in grado di riconoscere una radice del “vecchio” quartetto londinese, e sentimentalmente si inizia ad affezionarcisi. Però, alla fine, quello che rimane è poco, anche superato lo scoglio del nuovo suono rimane un dubbio generale, un’incertezza di fondo. Non è un disco che ti prende e ti trascina in un vortice di emozioni, canti e urla, non ha quasi forza sotto questo punto di vista. Comunque, sono sempre i Mumford e la carica emotiva si sente, soprattutto, poteva andarci peggio. Poteva essere tutto come Believe. E nessuno vuole dei nuovi Coldplay, ma se potete, fate tornare il banjo.

Tracklist
01. Tompkins Square Park
02. Believe
03. The Wolf
04. Wilder Mind
05. Just Smoke
06. Monster
07. Snake Eyes
08. Broad-Shouldered Beasts
09. Cold Arms
10. Ditmas
11. Only Love
12. Hot Gates

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