R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
L’ultimo lavoro di Francesco Zampini, Somewhere, Everywhere, si colloca in quella puntiforme zona del jazz contemporaneo dove l’identità stilistica non necessita di proclami. È un album che preferisce il dettaglio alla dichiarazione di sé, la densità emotiva all’esibizione tecnica, muovendosi con compostezza formale ma senza rinunciare ad una perdurante tensione narrativa. Zampini, chitarrista trentatreenne nato a Roma e formatosi professionalmente tra Firenze e l’Olanda, è figlio d’arte. Il padre Paolo, prestigioso flautista e direttore del Conservatorio Cherubini di Firenze – tra l’altro è stato uno degli strumentisti che ha collaborato con Ennio Morricone – compare in un cameo nell’ultima traccia di questo album. Giunto alla sua terza uscita, questa volta per Red Records, dopo Early Prospectives (2019) e Unknow Path (2020), Zampini amplia il proprio lessico senza smarrire il nucleo poetico che da anni caratterizza il suo percorso. La chitarra occupa il centro del discorso con naturalezza. Non invade, non sovrasta, non cerca scorciatoie spettacolari. Il suo è un colloquiare a voce bassa dai contenuti profondi, con una modalità espressiva che rifiuta l’enfasi e lavora invece sulla persistenza delle immagini sonore. Il timbro — volutamente essenziale, quasi un suono magro — diventa la vera architettura emotiva dell’album.

Ogni singola nota, suonata con attenzione, sembra restare sospesa qualche istante in più del previsto, lasciando all’ascoltatore il tempo necessario per attraversarne tutte le possibili risonanze. Nel trio con Michelangelo Scandroglio (leggi qui) – già attivo nel precedente album – e Jeff Ballard – leggi qui e qui – non esiste alcuna dinamica gerarchica. Piuttosto si sviluppa un legame molecolare, una di quelle rare relazioni elastiche e mobili che si possono ascoltare a volte in formazioni triadiche, puntate al massimo sull’essenziale e in cui ciascun musicista si trova a modificare continuamente il peso specifico dell’altro. Ballard imprime vigore ritmico senza trasformare la pulsazione in uno strumento coercitivo dato che la sua batteria resta mobile, obliqua e liquida, attraversata da continue microvariazioni dinamiche. Scandroglio, dal canto suo, lavora per linee interne, insinuandosi nelle strutture armoniche dettate dallo strumento principale con un fraseggio che spesso sembra anticipare o completare quello della chitarra. L’impressione generale è quella di una musica comunque sempre in tensione, pur nella sua apparente delicatezza. Non ci sono passaggi sdrucciolevoli, nessuna concessione all’effetto facile o all’autocompiacimento. Tutto appare governato da un bon ton che non coincide però con alcuna freddezza espressiva. Al contrario, il trio costruisce un flusso emotivo molto denso, attraversato da screpolature cogitabonde e improvvise aperture liriche. In questo senso l’album lavora costantemente sulla dialettica tra controllo e abbandono, tra lucidità costruttiva e libertà immaginativa. L’aspetto forse più affascinante di Somewhere, Everywhere è la capacità di evocare ampi spazi mentali. Il descrittivismo di Zampini non è cinematografico nel senso tradizionale del termine, non sembra voler raccontare sceneggiature, ma bensì stati percettivi. Molti pezzi sembrano svilupparsi dentro un’atmosfera notturna, fatta di margini urbani, luci distanti e riflessioni sospese. Eppure nulla si cristallizza in puro intimismo, la scrittura mantiene sempre quella tensione dinamica a cui si è accennato poco sopra, come se ogni soluzione armonica fosse vicina ad una possibile, improvvisa variazione di struttura. Anche la rilettura di I Hear a Rhapsody, unico standard presente, evita accuratamente ogni forma di citazionismo. Zampini affronta lo standard con rispetto ma senza deferenza, inserendolo all’interno di una poetica personale dove tradizione e contemporaneità convivono senza conflitto apparente. Possiamo sempre trovare all’interno delle sue strutture qualcosa di Bill Frisell, volendo proprio esser puntigliosi, però Zampini si muove all’interno di una modernità silenziosa, priva di millanterie, costruita attraverso sottrazione, precisione e controllo della materia sonora. Sotto questo profilo l’album sembra riflettere indirettamente anche alcune tensioni del presente, tutte quelle proiezioni di una società frammentata, attraversata da politropismi valoriali, dove l’identità artistica personale rischia continuamente di dissolversi nell’accumulo di linguaggi e riferimenti. Zampini reagisce a questa dispersione attraverso una rigorosa economia del gesto musicale. Ciò che resta alla fine dell’ascolto è la sensazione di avere attraversato comunque un lavoro di grande maturità. Un album elegante ma non lezioso, governato da un intelletto lucido e da una sensazione corporea profondamente fisica, dove il silenzio pesa quasi quanto il suono. Zampini si conferma così un solista pulito, lontano da qualunque estetica di sopraffazione tecnica, capace invece di costruire un universo sonoro coerente e personale.
Si inizia con Long Way to You che rappresenta un po’ la cartina tornasole dell’intero album, con melodie tranquille e leggibili di note appena increspate di chitarra e la ritmica di una compostezza non scolastica, assolutamente adesa allo strumento di Zampini. Un tema di un lirismo sommesso che sfila nell’improvvisazione, peraltro sempre connessa all’indole del brano. Le forme estetiche sono ricercate, preziose, senza sbavature. La title track Somewhere, Everywhere sembra sistemarsi su una ritmica latina che sfuma i suoi contorni in un amalgama swingante, ben sorretto dal contributo puntuale di Scandroglio e Ballard. L’approccio quasi estatico a cui allude il trio sembra scivolare leggero sull’acqua mentre il contributo complessivo dell’insieme strumentale accenna ad una certa rilassata vaghezza, almeno fino a quando una serie di passaggi ostinati e reiterati di chitarra fa emergere un moderato assolo di batteria che ricollega al terreno il tessuto nervoso della musica. I confini tra tematiche, assoli e improvvisazioni si fanno indistinti ed obliqui.

Il richiamo dell’atmosfera latineggiante torna, sebbene sotto forma differente, con De Uma Vez, dove prevalgono i toni umidi della ballad a seguire un lungo preambolo della chitarra in solo. Di seguito bisogna appuntare il lavoro di grande peso sia di Scandroglio, impegnato in un assolo avvolgente al contrabbasso, che la punteggiatura piena di nuances della batteria di Ballard. Il pertinente accompagnamento ritmico dei due sodali di Zampini contribuisce all’atmosfera evanescente ed ipnagogica inizialmente proposta dall’Autore stesso, tutta appartata in un’indeterminatezza che sfiora la saudade, senza però abbandonarvisi. Arriviamo così all’unico standard dell’intera raccolta, I Hear e Rhapsody brano del 1941 composto da George Fragos, Jack Baker e Dick Gasparre. Abbondantemente proposto da storici giganti del jazz tra cui Duke Ellington, Frank Sinatra, George Shearing, John Coltrane, Art Blakey tanto per nominarne alcuni, Zampini si assume tutti i rischi del caso scegliendo un approccio che ripropone il tema per poi lavorarlo ai fianchi, dapprima diradandolo e poi al contrario ridandogli fiato e rivestendolo di momenti be bop, senza però esagerare né insistere troppo su questo stile. Serendipitous vive di stacchi ed attacchi conseguenti che navigano su un substrato blues. Il 4/4 alterna strappi e riprese sul corrimano del walking operato da Scandroglio che aiuta a mantenere una certa, ideale continuità. Gemini si muove sull’equilibrio instabile tra clima latino e blues, creando inconsuete asimmetrie con note di chitarra più astratte. La dimensione moderatamente intimista di questo trio, pur essendo imprescindibile, tende qui a divergere eccentricamente, soprattutto nella fase intermedia affidata all’improvvisazione. Zampini si concede qualche scala più velocizzata ma non si fa traviare dal desiderio narcisistico di emergere dal gruppo, sempre attento a non perdere la dimensione delle pause, i veri momenti respiratori dello sviluppo sonoro. Recap procede in modo forse più fluido rispetto al brano precedente, con una progressione ascendente di accordi che portano senza sforzo alla parentesi improvvisativa. Mi tornano alla mente le figure gestaltiane in cui forme identificate e sfondo sembrano alternarsi in primo piano, violando invece la naturale compatibilità tra piani differenti verso cui il nostro occhio fatica a prender le misure. Per effetto di un’ipotetica traslazione tra vista ed udito, qui sembra accadere qualcosa di analogo se non fosse per l’emergere autorevole dello sfondo ritmico, qui soprattutto rappresentato dall’assolo di Ballard. Si chiude con Moonsight, dove la chitarra dell’Autore s’accompagna al flauto paterno ed il clima diventa un interessante ibrido tra Debussy e jazz contemporaneo. Il brano, molto suggestivo, diventa una sorta di macchina perturbante, quasi a scompaginare l’ordine abituale delle tracce precedenti.
Francesco Zampini, come si è detto, non cerca mai di occupare lo spazio con la forza dell’affermazione tecnica, preferisce invece abitarlo con discrezione, lasciando che siano le relazioni interne tra suono, silenzio e dinamica a generare senso. L’album procede come una lunga deriva notturna, attraversando paesaggi interiori che non hanno contorni netti ma che riescono comunque a imprimersi nella memoria con sorprendente chiarezza. Ogni brano sembra nascere da una forma di lirismo mai esibito che prende corpo attraverso dettagli minimi, sottili variazioni timbriche, pause calibrate e improvvise aperture armoniche. Anche nei momenti più rarefatti il trio conserva una densità tangibile, quasi tattile, come se sotto la superficie elegante della scrittura e nell’ambito dell’improvvisazione, continuasse a pulsare una materia viva, inquieta, profondamente umana. In questo senso Somewhere, Everywhere è un lavoro che rifiuta tanto il manierismo nostalgico quanto l’ansia di modernità a tutti i costi. Zampini sceglie piuttosto una terza via, quella di una voce personale, riflessiva e riconoscibile, capace di muoversi dentro la tradizione senza esserne imprigionata.
Tracklist:
01. Long Way To You (7:44)
02. Somewhere, Everywhere (6:15)
03. De Uma Vez (7:15)
04. I Hear A Rhapsody (5:15)
05. Serendipitous (5:02)
06. Gemini (5:58)
07. Recap (7:27)
08. Moonsight (2:42)
Cover Photo © Roberto Cifarelli
Photo 1 © Paola Tieppo




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