R E C E N S I O N E
Recensione di Alessandro Tacconi
Poco più di 36 minuti in 14 tracce, di cui la più lunga supera di poco i 4 minuti. Brani che corrono veloci, che spiazzano di continuo l’ascoltatore, lo sorprendono, non gli lasciano tregua, lo assaltano e lo trasportano di continuo da un mood a un altro.
Gently Broken, del giovane e ingegnoso bassista Michelangelo Scandroglio, giunge a quattro anni di distanza dal precedente, e segna un deciso passo in avanti nell’ambito della sua ricerca e potremmo dire del jazz contemporaneo, ma che definizione riduttiva e quanto ce ne dispiace!
Spariscono i confini tra i generi, quindi anche quelli tra elettronica e rock, tra parti melodiche e sezioni più sperimentali, per far compiere al nostro amato genere musicale un passo più in là. In fondo la natura del jazz non è quella di continuare a spostarsi senza avere mai un punto fisso?

Al contempo, possiamo avvertire una linea sottile che unisce i quattordici brani, come se da una si passasse all’altra per contrapposizione, successione, evoluzione, inversione.
Diciamo subito che i frammenti sono stati tutti scritti dal leader, a parte tre, scritti con Rupert Cox, Ppierrrre e Stefano Bechini.
Alcuni titoli sono particolarmente evocativi e potremmo perfino affermare “cinematografici”, è il caso ad esempio di Danubio/Insight, The Space Through, The Process oppure Premonition – Act II.
L’apporto dell’elettronica in Gently Broken è molto importante e viene integrata in modo davvero efficace in tutte le tracce. Si creano di continuo giustapposizioni e assimilazioni, cesure e frammentazioni di effetti, sonorizzazioni, loop di beat e samples vocali, come nel caso di You-er Than You.
Ad accompagnare e sostenere il lavoro di Michelangelo Scandroglio vi sono alle chitarre Luca Zennaro, alla batteria ed elettronica Luiz Vinoza, e il summenzionato Rupert Cox alle tastiere.
Come special guests possiamo ascoltare il sax dal suono morbido di Francesco Pianconesi, la tromba iperbolica di Christos Stylianides, campane tubolari, synth, mellotron, campionamenti di Stefano Bechini che ha co-prodotto il disco, al synth Ppierrrre, beat elettronici di Riccardo Tesorini e la voce di Liselotte Ostblom.
Un ensemble che mette mano all’elettronica perché sa che cosa farne. Questo lo si capisce da come vengono arrangiati i brani, da come viene raggiunto un equilibrio con gli strumenti suonati senza che nulla perda di vigore e intensità.
L’utilizzo di campionamenti, effetti sonori e sequenze di beat offre possibilità nuove che dei musicisti così abili e curiosi sono in grado di valorizzare al meglio, senza rinunciare alla matrice stessa del jazz: l’improvvisazione.
Non è un caso che un disco del genere abbia trovato posto nel catalogo di una casa discografica come l’Auand, che ha spesso fatto del crossover la propria ragion d’essere, giustamente stanca dei paludati stilemi jazzistici d’oltreoceano.
Che gioia non dover ascoltare la “solita musica”, anche quando ci viene proposta la traccia cantata da Liselotte Ostblom, The Princess of Breaking Shadows, che avrebbe forse potuto azzardare qualcosa di più per risultare maggiormente in sintonia con l’aspetto sperimentale dell’album. Ma si sa, in sala di registrazione accadono cose che a noi semplici appassionati restano ignote.
Siamo molto curiosi di ascoltare questo lavoro anche dal vivo, perché senz’altro le parti improvvisate daranno più respiro a un album che, per nostro sommo dispiacere, è un po’ troppo breve.
Tracklist:
01. Extraction
02. Premonition
03. Deduction
04. Jazzneverdie
05. The Princess Of Breaking Shadows
06. Unexpected Breakthrough
07. Danubio/Insight
08. Addition
09. Deconstruction
10. Subtraction
11. You-er Than You
12. The Space Through The Process
13. Disruption
14. Joined Forces In Extended Spirits
Foto © Caterina Di Perri




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