Andrea Amati – datemi un palco su cui esibirmi e sono contento!

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11665518_405872799613641_4478039560039020608_nIntervista di Luca Franceschini

Ci siamo già occupati del giovane cantautore Andrea Amati, recensendo su queste colonne il suo disco di debutto Via di Scampo, un lavoro bellissimo in cui si concentra il meglio del cantautorato italiano degli anni ’70, unitamente ad una personalità e ad una capacità di scrittura veramente fuori dal comune.
Personalmente, avevo molta voglia di vederlo dal vivo in un concerto tutto suo, dopo aver ammirato il breve set acustico che aveva fatto a Cesenatico in apertura a Miami & The Groovers. E così, approfittando del fatto di trovarmi in zona, sono andato a sentirlo a Riccione, dove era di scena in full band, in uno dei tanti appuntamenti di un’estate fittissima dal punto di vista live.
Siamo all’esterno della Galleria Bepi Savolli, al Palazzo dei Congressi, una delle zone più centrali e conosciute di Riccione. Una location suggestiva, merito di un’organizzazione impeccabile, in una zona dove la musica dal vivo è ancora molto valorizzata.
Quando arrivo, Andrea e i ragazzi della band stanno finendo di mangiare una piadina, comodamente seduti nei pressi del palco che li ospiterà per la serata.
Terminata la cena frugale, ci spostiamo nel bar di fianco per una breve chiacchierata, che è esattamente quella che potete leggere qui sotto…

Direi di iniziare col raccontarmi un po’ come hai iniziato: fammi una sorta di bio, con le informazioni che è davvero necessario conoscere…
In realtà io ho avuto tutto tranne che un approccio musicale. Ero giovane, quando ho cominciato, ma non giovanissimo: avevo una ventina d’anni e la cosa non è usuale perché quando uno comincia con la musica, normalmente lo fa da ragazzino. Io all’inizio volevo fare teatro, poi però a 18 anni sono stato folgorato dall’opera di De André, che ho conosciuto tra l’altro col remake di Morgan, neanche con l’originale…
Quindi, per omaggiarlo, ho deciso che anch’io mi sarei messo a suonare De André. Erano gli anni in cui davvero chiunque suonava la sua musica, ti parlo del 2005, più o meno.
Ho cavalcato quest’onda quindi, ma tu capisci che se vuoi fare una cosa su De André, è un po’ difficile non mettersi a cantare, no? Lui potrà anche avere avuto uno stile teatrale, però poi alla fine qualche canzoncina immortale l’ha scritta, sarebbe stato difficile non passare da quello…
Allora ho conosciuto questo gruppo di Verucchio, un paesino qui vicino veramente minuscolo. Avevano una band tributo a De André chiamata I Guanti di Marco e avevano bisogno di un cantante: mi hanno invitato a provare con loro. “Prova – mi hanno detto – poi se non ti piace puoi sempre lasciar perdere.”
Ho provato e la cosa è andata bene, abbiamo fissato un primo concerto alla fine di dicembre ma io per il settembre dell’anno dopo avevo già un appartamento affittato, già pagato, a Roma, con un amico. Sarei dovuto andare a studiare a La Sapienza per poi tentare l’assalto a Cinecittà e invece, nel giro di sei mesi, complice l’esperienza ne I Guanti di Marco, ho mandato a culo tutto, come si dice. In realtà lui è ancora tra i miei migliori amici, nonostante lo abbia messo un po’ in difficoltà, per così dire (ride NDA)…

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Hai capito che quella strada era più adatta, insomma…
Sì, ho sentito una libertà che non avrei mai potuto avere sul palcoscenico, con uno che costantemente ti dirige. E’ un grande paradosso, perché io in realtà avevo il terrore di cantare, non avevo mai cantato prima d’ora, neppure sotto la doccia! Però è stato talmente potente questa esperienza coi Guanti di Marco che non ci ho messo molto a decidere.
Da qui siamo andati avanti circa quattro o cinque anni, finché non ho sentito l’esigenza di scrivere le mie cose e quindi ho cercato altri musicisti, ho assemblato una band completamente nuova, composta solo da professionisti e ho iniziato seriamente a lavorare sui miei pezzi.
Ho fatto il salto che prima o poi bisogna fare, dunque: dal suonare con un gruppo di amici, fino ad un livello più alto. E adesso siamo qua, sempre noi cinque e… basta, direi che sul raccontare come è iniziato tutto, siamo a posto, questo è a grandi linee quel che è successo.

Non hai avuto un momento particolare, una qualche rivelazione, una circostanza che ti ha fatto dire: “Io nella vita voglio scrivere canzoni”?
Mah, guarda, in realtà c’è stato un pezzo che faremo anche questa sera e che si chiama “Farfalle”, che avevo già scritto durante il mio primo anno ne I Guanti di Marco. In più, cantando De André, infilavo spesso monologhi scritti da me, quindi se vogliamo questa cosa è sempre stata lì, pronta ad uscire. Anzi, in realtà forse, col senno di poi, ci ha messo anche troppo! Avrei anche potuto finire prima quell’esperienza ma sai com’è, si lavorava molto, le cose andavano bene, in zona gli amanti di De André sono tanti, poi noi lo facevamo anche in un modo un po’ particolare, incosciente, con tante cose riarrangiate e con la parte più sarcastica, ironica, portata all’eccesso. Io usavo tutta l’esperienza teatrale che avevo, caricavo molto quell’aspetto a discapito della parte puramente musicale, cosa per cui i miei compagni mi maledicevano (ride NDA)!
Direi quindi che sì, il primo anno è stato il più importante, anche per quanto riguarda la struttura stessa, perché in quell’anno ho cominciato a scrivere e poi, successivamente, ho capito che davvero avrei voluto fare quel lavoro.
Da questo punto di vista, il momento fondamentale è stato quando ho incontrato Federico Mecozzi: l’ho portato a suonare ne I Guanti di Marco e dopo due giorni ho capito che avremmo dovuto fare un progetto insieme e che questo progetto sarebbe stato inevitabilmente composto da musica originale.
Io e lui siamo tuttora la colonna portante di questo progetto, che esce col mio nome ma che di fatto è quasi una cosa a quattro mani…

Il disco come è venuto fuori? Immagino sia stato un processo piuttosto lungo, soprattutto per assemblare le canzoni…
Diciamo di sì, anche perché io prima di questo avevo già registrato un altro lavoro, che io chiamo “demo” anche se poi in realtà era registrato in maniera professionale, era un disco vero e proprio, anche come numero di canzoni…

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Davvero? Questa non la sapevo proprio… è possibile trovarlo da qualche parte?
Ne abbiamo fatte 400 copie, le abbiamo vendute tutte ma adesso non ho intenzione di ristamparlo: mi sono informato e costa troppo. Probabilmente a questo punto aspetterò che esca il nuovo lavoro e poi ristamperò entrambi i dischi, visto che anche “Via di Scampo” è esaurito…

Stando sempre sulle canzoni: cosa deve avere una tua canzone per essere abbastanza buona da finire su disco? Anche perché immagino che avendo tutti questi brani in giro, i tuoi album siano sempre stati una questione di scelte… c’è una linea precisa che hai seguito, nel momento di assemblare questo disco?
Per “Via di scampo” non c’è stata un’idea fissa e neanche una linea troppo definita. Più per inesperienza che altro perché poi, guardando a posteriori il lavoro, avrei potuto sicuramente scegliere un modo diverso di lavorare. Diciamo che adesso che mi sto ritrovando ad avere tantissimo materiale, di sicuro mi sto prefiggendo un obiettivo per il prossimo disco.
Che è quello, in primis, di avere tanto materiale, rispetto agli episodi precedenti: sia “Via di scampo” che il demo erano stati registrati avendo a disposizione 12-13 canzoni rispetto alle 10 che poi vi ho effettivamente incluso, quindi si è trattata di una scelta abbastanza obbligata.
Credo che adesso questo non succederà, vorrei cercare anche di raggiungere una profondità maggiore per cui questa sarà la linea che vorrei raggiungere, quella di conseguire una maggiore profondità.
In “Via di scampo”, quindi, non c’è stata una linea unica, anche se poi, a sentirlo, è un disco che suona quasi come una carta d’identità: è uscito in un anno particolare, ci sono stati dei cambiamenti nella mia vita, ho perso delle persone, sia a livello fisico che a livello affettivo, quindi inevitabilmente il disco ha risentito di queste cose e lo si sente, ascoltando i pezzi.
Sì, ecco, potremmo dire che una linea non è stata scelta ma che è stata imposta dagli avvenimenti, come credo forse debba anche essere. Per chi vuole dimostrare una sincerità totale, non avere specchi, non avere barriere, e al tempo stesso avere un’intensità molto forte, credo che necessariamente ci si debba fare guidare un po’ anche dagli eventi…

Questo mi porta a chiederti del titolo: “Via di scampo”. Verrebbe da domandarsi: da cosa?
E qui ti svelo un segreto: il titolo non l’ho scelto io (ride NDA)! Eppure, vedi che caso strano, non riuscirei mai a pensare ad un altro titolo per un disco del genere, lo trovo davvero molto azzeccato.
All’inizio volevo chiamarlo, con una soluzione molto più cervellotica, “La felicità non è uno scherzo”.
Ce l’avevo, mi suonava bene e tu che hai ascoltato il disco, potrai confermare che fotografava anche in maniera adeguata quelli che sono i contenuti delle canzoni.
Però hanno iniziato ad arrivare delle obiezioni: “E’ troppo lungo”, “E’ difficile” e cose così.
Perché la verità è che se anche non sei sotto un’etichetta, qualcuno che ti viene a rompere le scatole, alla fine lo trovi comunque (ride NDA)! Magari è il tuo chitarrista, magari il tecnico dello studio… poi siccome io lavoro molto di squadra, nonostante il progetto esca a mio nome, alla fine tendo ad ascoltare tutti…
La cosa particolare però è stata che “Via di scampo” è stato proposto da una persona che non fa musica e che non c’entra assolutamente nulla con questo progetto. Se ne è uscita fuori improvvisamente con questo titolo e mi ha convinto subito!
In tanti poi hanno voluto vedervi un’associazione con “Via del Campo”, dati i miei trascorsi con De André, ma è una cosa assolutamente priva di fondamento…

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Quindi non c’è dentro l’idea di cercare una fuga?
No, direi di no. O meglio, non è stata una cosa esplicita ma poi, quando è venuto fuori, mi sono accorto che poteva anche essere così, in effetti.

Una fuga da che cosa?
Più che una fuga “da”, direi una fuga verso la profondità di me stesso, verso una nuova conoscenza di me stesso. Una fuga da certi vestiti miei, però al tempo stesso verso di me, come una sorta di movimento circolare.
C’era una teoria di un matematico, che parlava di una cosa come un movimento “da A ad A”, un movimento da un punto A ad un punto A. Non mi ricordo chi fosse, anche perché io a scuola ero proprio scarso in matematica, però mi ricordo di averlo studiato (ride NDA)… ecco, una cosa così, un movimento circolare che però allo stesso tempo è sempre nuovo.

In effetti io l’ho trovato molto positivo, come disco. Ci sono dei testi malinconici, però allo stesso tempo l’atmosfera è chiara, a tratti molto distesa. Questo contrasta un po’ con il mood generale del cantautorato anni ’70, dai testi intellettualoidi e normalmente depressi… E’ stata una scelta consapevole o ti è venuto fuori così?
Diciamo che non è stato il Meeting di CL a farmi da supervisore ai testi (Ride NDA)! Sai, a me piace l’epica e amo moltissimo anche le rockstar epiche. Per farti capire, se avessi la voce adatta, canterei Bono Vox, non De André! Di conseguenza, l’epica un po’ dentro di me rimane, da bambino dopotutto mi addormentavo con “Achtung Baby” e con “Darkness on the Edge of Town”, che per me rimane il miglior disco di Springsteen, anche se molti miei amici non sarebbero d’accordo… Quindi in tutto questo l’epicità ha un risvolto positivo e contiene anche molta ingenuità. Credo che l’epica possa essere accostata anche ad un atteggiamento un po’ naif, non trovi? Prendi ad esempio il percorso, diversissimo dagli artisti che ho appena citato, di Jovanotti: è senza dubbio l’artista più naif che abbiamo ma nello stesso tempo è anche il più epico, ti spara fuori un album doppio senza nessun problema, fa i concerti negli stadi con scenografie enormi, e cose così.
Quindi io mi sento un po’ epico e un po’ anche ingenuo, mi piace anche giocare con l’essere sornione ma anche con un’anima più riflessiva, malinconica, direi probabilmente anche serafica. Un’anima che però poi le cose le vede, le sente e le butta fuori a modo proprio. Preferisco, cantando, dare qualcosa a chi mi ascolta: la musica per me è sempre stato questo e anch’io voglio fare questo con chi mi ascolta.
Fare questo lavoro implica anche ascoltare tante cose, credo sia inevitabile, e io credo che l’artista che ho ammirato di più negli ultimi anni a livello di intensità, uno di cui mi piacerebbe ricalcare certe cose anche dal vivo, è Nick Cave, e lui non è uno che lascia proprio tante luci!
Quindi sì, confermo quel che hai detto, io una lucina di positività la lascio sempre, anche se poi so che in certi ambienti potrebbe venir vista come una cosa fastidiosa ma d’altronde, chi mira a piacere a tutti?
Probabilmente uno come Brondi poi ha più appeal, visto che insiste molto di più sul lato triste, ma non mi interessa, io sono molto più nazionalpopolare. Quello che mi piacerebbe fare da sempre, la mia sfida, sarebbe di farmi ascoltare da più gente possibile, il poter portare a un pubblico più ampio quella che è la canzone d’autore. Niccolò Fabi è un artista che apprezzo molto, da questo punto di vista. Ecco, lui è l’artista italiano che ammiro di più in questo momento, per l’intensità dal vivo, per la profondità, per la vena malinconica ma nello stesso tempo per la luce… se qualcuno mi paragonasse a lui, come atteggiamento e modo di scrivere, non potrei che esserne contento!

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Senti, c’è una certa vena folk qua e là nelle tue canzoni, sei d’accordo? Quando parlavi di elemento nazionalpopolare nella tua musica, direi che in questi momenti si sente molto…
Sì, penso di sì. Qui semmai il merito è più da attribuire a Federico. Lui è un grande fan di Branduardi, credo che a breve cominceranno pure a collaborare insieme. E’ un grande fan di Branduardi e si sente molto in brani come “La primavera”, che è una marcetta e che, con un diverso arrangiamento, potrebbe tranquillamente essere associata ad un pezzo suo, o a una cosa tipo “Samarcanda” di Vecchioni.
Poi io sono un grande fan di De Gregori, uno che si è sempre diviso equamente tra West Coast e canti popolari, quindi è un retaggio che più o meno volontariamente mi porto dentro. Da bambino, addirittura, ho imparato a scrivere quando avevo quattro, cinque anni, trascrivendo con mio padre il testo di “Titanic”. Quindi sai, può darsi mi sia rimasta anche per quello…

Tra le canzoni del disco, “Santarcangelo” è una di quelle che mi ha colpito di più.
Davvero? Mi spiace dirti che non è in scaletta, questa sera…

Peccato! L’avrei sentita volentieri! Che significato ha per te questa canzone? E che significato ha per te vivere in “periferia”, se così si può dire?Per uno come me che è cresciuto a due passi da Milano, la vita lontano dai grandi centri mi è sempre apparsa molto curiosa e affascinante…
Il titolo è quello perché la canzone è stata scritta alle tre di notte, a settembre, in una di quelle sere strane in cui fa caldo ma tira un gran vento, cosa piuttosto comune da queste parti. Ero da solo nella piazza principale del paese e l’ho scritta. Poi non ho trovato un titolo migliore, è una canzone molto forte, in cui chi canta si mette in gioco, una canzone anche autobiografica, se vogliamo. C’è quindi solo un nome e una data, il 16 luglio 2013, che non è quella del giorno in cui l’ho scritta ma che ha comunque un significato per me.
Poi non è neppure la prima volta che dedico una canzone a una città: nel demo c’è “Signora Milano”, in cui ho paragonato Milano all’esperienza con una ragazza più grande di te, una donna da cui sei affascinato ma che sai già che ti farà morire, perché è una donna impossibile, per cui amando lei alla fine ci lascerei le penne.
Poi c’è “Ricordando Genova”, sempre nel demo, che racconta una storia in quest’altra città, anche lei non casuale. Mi piace scrivere in giro, mi piace rubare odori, colori, visioni, dei posti dove vado e utilizzarli nelle mie canzoni, mescolandole sempre con la mia vita, così che sembrino anche pezzi autobiografici, anche se poi magari non lo sono… A viaggiare così, a fare tesoro di quel che si incontra, trovo che si torni sempre con un bagaglio spirituale molto più arricchito.

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Che peraltro poi la scena dell’Emilia Romagna è sempre stata ricchissima, dal punto di vista musicale: penso a Guccini, a Ligabue, ai CCCP/CSI, giusto per fare qualche nome. Poi recentemente, ad un livello più basso, ci siete voi, i Miami & The Groovers, i Nashville & Backbones, i Sacri Cuori… da dove viene tutta questa abbondanza, secondo te?
Guarda, perché proprio l’Emilia Romagna non lo so, anche perché non so come siano messe le altre regioni da questo punto di vista. Ti posso dire però perché in provincia è molto più facile che si crei una scena musicale viva, rispetto che nelle città: in provincia hai molto più modo di crescere, hai tante occasioni per suonare, e soprattutto puoi farlo con poca pressione addosso. Si comincia dal bar sotto casa, poi si va nel bar di un paese vicino, poi si arriva nei posti un po’ più grandi. Qui si ha la possibilità di crescere senza pressione e, nello stesso tempo, di ritagliarsi una certa visibilità anche quando non si è proprio così importanti.
In una città come Milano, invece, si sparisce. Finché non arrivi a livelli alti, nessuno ti considera, ti confondi con mille altri. Questo tra l’altro non è neppure un ragionamento mio: me l’ha fatto Claudio Fabi, il papà di Niccolò, quando ho avuto la possibilità di conoscerlo. Mi aveva detto proprio così: “Se ci fai caso, le cose più interessanti che sono uscite negli ultimi anni, arrivano tutte dalla provincia. Dalla città esce poco o niente, proprio perché ti vengono tarpate le ali sin dall’inizio.”.

Interessante. Si può dunque rivalutare un po’ questa provincia italiana sempre tanto bistrattata…
Beh, ovvio che vivere in provincia ha i suoi svantaggi, però è innegabile che in una grande città non riuscirei mai a gestire tutto quello che sto portando avanti ora.

Ecco appunto, per concludere direi di parlare del futuro: obiettivi?
Diciamo che il primo obiettivo all’orizzonte è quello di uscire a suonare fuori dalla Romagna. Qui sono piuttosto conosciuto, riesco più o meno a fare quello che voglio, a suonare dappertutto ma adesso che il disco c’è e che la band è affiatata la punto giusto, mi sembra sia giunto il momento di allargare il nostro raggio di azione.
Mi concentrerò sul suonare dal vivo, non riuscirei assolutamente a dirti che l’obiettivo è trovare un’etichetta, è una cosa che non ho mai cercato, detto sinceramente…
Certo, mi rendo conto che se avessi alle spalle una casa discografica e un ufficio stampa, farei magari meno fatica ad arrivare alle persone, a far parlare di me, però ugualmente non mi interessa. Quel che conta per me è suonare dal vivo, datemi un palco su cui esibirmi e sono contento!

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Poco meno di dieci minuti dopo Andrea Amati è sul palco e dimostrerà che questa è davvero la sua dimensione naturale. Il concerto dura due ore ed è davvero bellissimo, di un’intensità rara, vario nelle atmosfere e ottimamente suonato. Merito, questo, di una band di prim’ordine che, oltre a Federico Mecozzi al violino e alle tastiere, vede in pianta stabile Massimo Marches alla chitarra (il sottoscritto l’aveva già ammirato come ospite dei Miami & The Groovers a Cesenatico), Francesco Preziosi al basso e Marco Montebelli alla batteria.
In scaletta c’è un po’ di tutto: “Via di scampo” viene suonato quasi per intero (solo tre i brani lasciati fuori) e dal vivo non perde nulla della sua bellezza. Canzoni come “La primavera”, “La resistenza” o “La ragazza e i ghiacciai” si confermano di livello altissimo, e dicono molto del livello compositivo di Andrea e delle sue enormi potenzialità per il futuro.
E’ stata anche l’occasione per ascoltare alcuni dei primi brani da lui composti, quelli contenuti nel demo ormai esaurito e introvabile. Il concerto si è aperto infatti con “Arriverà l’estate” e sono poi seguiti altri gradevolissimi episodi come “Signora Milano” e “Ricordando Genova” (citate nel corso dell’intervista) e “Verrà un tempo”, che ha ottimamente chiuso l’esibizione con il suo feeling malinconico, con l’atmosfera tipica del commiato.
Splendida “Salvo”, quella forse con il testo maggiormente maturo e interessante, un brano che andrebbe senza dubbio fatto conoscere ad una fetta di pubblico maggiore. Insomma, è stata la prova che i numeri Andrea li ha sempre avuti e che la scelta di scrivere canzoni è stata del tutto azzeccata.
Affascinanti anche le cover, che hanno mostrato grande gusto e che hanno spaziato in diversi ambiti del cantautorato italiano: immancabili gli anni ’60 (una splendida “Bang Bang”, interpretata all’epoca dall’Equipe 84 ma anche una tiratissima “Ma che colpa abbiamo noi”, il celebre inno generazionale cantato dai Rokes e la sempre attuale “La ballata della moda” di Luigi Tenco) ma poi si va oltre: arrivano “Pensiero stupendo” di Patti Pravo, “Anna e Marco” di Dalla (da brividi, forse la cosa migliore di tutta la serata) e ovviamente trova il suo spazio anche De André, omaggiato con una rumorosa versione di “Bocca di rosa”. Il 5 settembre la band al completo terrà un tributo al cantautore genovese all’interno della spettacolare location di Castel Sismondo, a Rimini, ed era doveroso fornire un’anticipazione.
Andrea, dal canto suo, canta tutto benissimo, dando massimo risalto all’interpretazione dei singoli brani e mostrando di possedere carisma e teatralità da vendere.
Sia negli episodi più intimisti che in quelli più tirati e rockeggianti (questi ultimi purtroppo un po’ penalizzati dalla resa acustica), la tensione non è mai venuta meno e il grado di coinvolgimento del pubblico è sempre stato molto alto. Siamo su una delle vie principali di Riccione, e c’è tantissima gente che passeggia e che si ferma ad ascoltare, colpita da quello che sta avvenendo.
Uno come Andrea Amati merita davvero di arrivare in alto. Non saprei davvero come concludere se non invitarvi a sentire “Via di Scampo” e andare a sentirlo dal vivo. Mi ringrazierete, non ho dubbi.

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Grazie ai fotografi:
[1] [2] [4] Cristian Photocuba
[3] [5] Fabio Bonvicini
[6] Francesco Presepi
[7] Caffè Centrale
[8] Monica Sapucci

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