Bobby Long – Ode to Thinking (Compass Records/IRD, 2015)

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bobby long ode to thinking

Articolo di Andrea Furlan

Si può giudicare un libro dalla copertina o un disco dal titolo? Certamente no. Però il titolo aiuta, come se dal mucchio di cd in lista d’ascolto si alzasse una mano per attirare attenzione e una vocina mi dicesse “ehi, sono qua, ascoltami ti prego!”. Ode al pensiero. Caspita, non sarà mica un trattato di filosofia pesante come un mattone, penso, anche se ormai sono incuriosito e assecondo la vocina.

Il primo, omonimo, brano parte bene, qualche arpeggio di chitarra introduce l’entrata in punta di piedi della voce, leggermente roca nel dipanarsi della melodia. Mi piacciono il timbro blu-eyed soul, il sound caldo, l’arragiamento lineare e il sottofondo appena accennato di una hammond. Tutto molto semplice ma efficace. La buona impressione è confermata dalla seguente Cold hearted lover of mine cui si aggiungono pochi tocchi di batteria che con misura sottolineano il ritmo. Se fin qui mi sono lasciato cullare, l’attacco di I’m not going out tonight cambia passo: gli ingredienti sono gli stessi ma, complici il refrain azzeccato e una maggior grinta del cantato, mi trovo a battere il tempo sulle note di una canzone che, se esistessero ancora radio degne di questo nome, avrebbe tutte le carte in regola per diventare una hit radiofonica. Dopo un’altra ballata ariosa, Treat me like a stranger, sono le note di un’armonica a colpirmi in Kill someone, un pianoforte in Hideaway e le note malinconiche della fisarmonica in The songs the kids sing. Ogni brano ha qualcosa in più che lo differenzia dal precedente e i vari tasselli compongono un quadro ben architettato e armonioso.

A questo punto non mi resta che leggere i testi, elemento per me assolutamente non trascurabile, e scoprirli maturi, profondi, segnati da una notevole capacità introspettiva, figli evidenti dell’abitudine al pensiero evocato nel titolo del disco. Fatto non da poco in un’epoca superficiale e affrettata in cui i social network diventano i nuovi maitre à penser dando spazio a sproloqui di ogni genere miranti più alla pancia che alla mente.

Derivo queste riflessioni non da un attempato songwriter che rimpiange un passato che non tornerà più, ma dal terzo lavoro, da poco pubblicato, di un giovane ventinovenne inglese di Manchester, Bobby Long, che è riuscito a distinguersi tra la fin troppo nutrita schiera di novità giunte nel mio lettore. Il suo curriculum è interessante, iniziato dalla gavetta nel circuito open mic londinese, dove si fa un nome soprattutto tra i musicisti che da subito apprezzano il suo stile. Con uno di essi, Marcus Foster, scrive una canzone che verrà inserita nel primo episodio della saga di Twilight e diventerà il biglietto da visita con cui attraversa l’Atlantico e sbarca in America portandosi in tasca un paio di dischi autoprodotti da presentare. Nel 2011 esordisce con A Winter Tale per la ATO e si impone all’attenzione di pubblico e critica con una bella voce, calda e leggermente roca. Seguono l’altrettanto buono Wishbone e, appunto, Ode to Thinking, pubblicato dalla Compass Records.

Ormai saldamente trapiantato in America, Long è molto attivo dal vivo e nell’ultimo anno gli undici brani che compongono il disco sono stati testati e limati di fronte al pubblico fino a diventare l’album vero proprio. Della dimensione live conservano l’immediatezza e la freschezza e sono costruiti intorno alla voce evocativa di Bobby che emerge così in tutte le sue qualità. Lo affianca il produttore Mark Allman (Carole King, Ani DiFranco) che, oltre a stare in consolle, suona quasi tutti gli strumenti. Ode to Thinking, inciso in Texas, è una miscela di folk acustico e accelerazioni rock talvolta sporcate di blues, frutto del suo amore per gli States, il tutto unito ad accattivanti melodie pop di cui conservano un’elegante orecchiabilità.

Bobby Long alla sua pur giovane età ha già dimostrato di avere i numeri giusti e basi solide: scrive bene, non ha solo una bella voce ma è anche un valido chitarrista, è quindi lecito pensare che sentiremo parlare ancora di lui. Per adesso questo mi basta e sono contento di aver conosciuto un talento non costruito a tavolino ma cresciuto nel tempo senza bruciare le tappe.

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