Elias Nardi Group @ Maga – Gallarate (Va), 13 dicembre 2015

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Articolo di ElleBi, immagini sonore di Walter Miglio

Domenica di Santa Lucia, l’idea di immergermi nel prevedibile caos milanese non mi entusiasma. Ho saputo invece che al MAGA – Museo d’Arte di Gallarate, prende il via la rassegna “Naked Jazz”. Il titolo già promette un approccio non scontato ad un genere che pian piano sto cominciando a conoscere ed apprezzare, per cui accetto “la sfida musicale” e decido di andare.
Ad esibirsi, nell’esotica e creativa “sala degli arazzi” sarà Elias Nardi Group (per oggi in trio) che, accostando un talentuoso suonatore di oud, ad una sorprendente flautista iraniana ed un eclettico bassista, promette di regalare belle emozioni. La sensazione di trovarmi all’inizio di un affascinante viaggio “senza confini” si amplifica quando, dilatate, cominciano a scorrere le prime note.
Il gruppo presenta un concentrato del suo percorso musicale focalizzando l’attenzione in particolare sul terzo album “flowers of fragility”. Il disco, racconta Elias, ha preso spunto dalla visita di alcuni dei numerosi e impressionanti cimiteri di Guerra presenti nelle Fiandre Occidentali, in occasione dei cento anni dal cruento conflitto noto come “la grande guerra”. In quei luoghi, quasi una sorta di museo a cielo aperto per la nostra memoria, vedere che fra le decine di migliaia di soldati di tutte le età c’erano anche vittime-bambini di soli 13 anni, provenienti da ogni angolo d’Europa come da altri continenti, ha toccato la sensibilità di Nardi e degli suoi compagni artistici. Sono nati così nove brani che proseguono la ricerca iniziata alcuni anni prima con l’intento di costruire un ponte fra culture.

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Nella versione dal vivo di oggi manca l’apporto del bandoneon e della viola d’amore a chiavi, ma le sonorità colpiscono ugualmente per il perfetto equilibrio con cui la finezza delle melodie classiche si sposa con l’attitudine alla sperimentazione contemporanea. Le strutture musicali, a tratti, si fanno anche complesse, con cambi di tempo inaspettati, ma condensate in una fluidità di scrittura che le rende comunque omogenee, estremamente piacevoli all’ascolto. Ogni pezzo arriva come il frutto di armoniose contaminazioni fra mondi solo teoricamente distanti, che nella musica trovano un prezioso momento di conoscenza e comprensione reciproca. Ad occhi chiusi, completamente immersa in questa atmosfera suggestiva, mi ritrovo a pensare, con un sorriso rilassato, come queste note siano riuscite a creare un genere che, partendo da elementi tradizionali, si rivolge anche al presente e al futuro… qualcosa di non classificabile in un schema definito e che, in un “costante divenire”, acquisisce un notevole valore aggiunto. A questo punto vorrei saperne qualcosa in più, a partire dal “cantastorie strumentale” ed anima di questa formazione cosmopolita che è Elias Nardi al quale, incuriosita, rivolgo alcune domande:

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Da dove nasce la tua passione per l’Oud, uno strumento lontano dalle tue radici italiane ?
Sono sempre stato un esploratore ed un ricercatore in musica, ho sempre privilegiato anche negli ascolti qualcosa di nuovo. In questo percorso mi sono imbattuto nel suono dell’oud, che ha cominciato ad incuriosirmi, anche perché ero già appassionato del mondo arabo dal punto di vista storico, artistico e geopolitico. Il passo è stato abbastanza breve: spinto dagli approfondimenti nell’ascolto sia dei musicisti del mondo arabo più noti, come Anouar Brahem e Rabih Abou Khalil, ma anche di quei suonatori di Oud che erano ancora un po’ ignoti all’ascoltatore europeo, come i grandi maestri del passato quali Munir e Jamil Bashir, Saliba Qatrib, per arrivare ai contemporanei come Naseer Shamma e molti, molti altri. Nel frattempo io ero uno studente di contrabbasso classico e jazz. Grazie ad amicizie arabe sono riuscito ad entrare in possesso di un oud vero e proprio in corde e legno: è stato amore a prima vista. Ho avuto una sorta di déjà vu che mi ha fatto esclamare tra me e me: “ma io qui ci sono già stato…” trovando estremamente naturale pressare e pizzicare le sue corde doppie. Ovviamente non ero alle prime armi, erano anni che “schiacciavo” corde di altri strumenti, per giunta fretless, ma che ci fosse una simbiosi particolare con l’oud non era altrettanto ovvio per me. Ho quindi cominciato a seguire lezioni del virtuoso palestinese Adel Salameh e a collaborare con alcuni musicisti siriani. Da un semplice passatempo ha sostituito tutti gli altri strumenti ed è diventato il mio principale, con cui lavoro. Bisogna però precisare che l’oud non è così distante dalle nostre radici. Il Mediterraneo è un mare piccolo e chiuso, storicamente tutte le sue civiltà si sono costantemente incontrate, scontrate e riavvicinate, scambiando e spesso incrociando per secoli (se non millenni) le loro conoscenze e culture. E’ opportuno far notare che il liuto arabo, è il padre del nostro liuto europeo. Raggiungendo l’Europa più di mille anni fa, prima in Spagna, durante il dominio arabo sulla regione andalusa e da lì nei secoli successivi, si è diffuso, con varie modifiche, in tutto il continente con la forma tipica del liuto che conosciamo… per farla proprio breve.

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Sonorità acustiche, atmosfere rarefatte e per la prima volta l’assenza di qualsiasi strumento percussivo o ritmico. Ci spieghi come sei arrivato a questa evoluzione espressiva per il tuo terzo disco?
E’ semplicemente il risultato di un percorso musicale che, nato col mio primo album “Orange Tree” del 2010, è proseguito con “The Tarot Album” del 2012, fino all’ultimo “Flowers of Fragility” appena pubblicato. Per me il suono e la sua ricerca è elemento fondamentale, tanto quanto la composizione stessa. Avere in testa un’idea sonora per concepire un lavoro è importantissimo e ovviamente pone anche di fronte a scelte preventive nella stesura: favorire l’incontro tra strumenti acustici ed elettrici, portare alcune caratteristiche della musica prog-rock all’interno di un contesto acustico. Provare inoltre a far coesistere il jazz e la classica con elementi della musica cosiddetta “etnica”, il tutto con strumenti che raramente si trovano insieme in un unico contesto sonoro, come la Viola d’amore a chiavi assieme al Bandoneon e ad un Oud che dialogano con un basso elettrico ed un flauto. Posso dire che nella mia musica c’è tutto il percorso di una vita di studi e ascolti più disparati, il dialogo con musicisti con cui ho condiviso e sviluppato tante idee e ampliato orizzonti, come con il bassista Carlo La Manna col quale c’è un sodalizio artistico che dura da parecchi anni, ma anche altre preziose collaborazioni come con Ares Tavolazzi e Daniele di Bonaventura e molti altri.

Sostieni che l’artista, attento alle influenze del mondo che lo circonda, comunicando con l’esterno debba essere portatore di un “sano messaggio”. Qual’è il tuo?
Lo scopo ben preciso, il messaggio,è quello di creare un ponte sonoro ideale tra la culture, per di più senza farsi grossi problemi nell’andare oltre quelle che sono le linee di confine tra i generi. Per quello che mi riguarda la musica che mi sforzo di proporre è figlia di questi tempi, è contemporanea nelle tematiche e nelle sonorità, è fatta di migrazioni sonore. Sono convinto che timbriche, strumenti e anche aspetti teorici distanti che coabitano, possano essere lo specchio di un società in cui gli scambi e i flussi di genti non siano interpretati come un problema, o peggio ancora come un pericolo ,ma rappresentino bensì un patrimonio, fondamentale per la condivisione e la comprensione del mondo stesso.

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Il tuo gruppo è formato da cinque componenti con percorsi musicali ed estrazioni culturali differenti. E’ stato difficile creare una sintesi che accomunasse le diverse anime di questo progetto?
Credo che tutti quanti ,all’interno dei mei gruppi e in particolar modo nell’ultimo quintetto, col quale ho pubblicato Flowers of Fragility,(Daniele di Bonaventura al Bandoneon, Didier François alla Viola d’amore a chiavi, Nazanin Piri al flauto e Carlo La Manna al basso) ci siamo dati lo stesso scopo di cui al punto precedente. Lo sforzo che io e miei colleghi facciamo credo sia piuttosto chiaro. In parole povere la musica concepita in questo album e in questo gruppo deriva dall’incontro di musicisti, delle loro anime ed dei loro strumenti, ognuno sempre proveniente da percorsi differenti e da mondi culturali soltanto apparentemente distanti tra loro. Entrando nello specifico Nazanin, nata in Iran ma cresciuta in Germania, ha una formazione classica come Pianista e Flautista; Didier viene dal Belgio, e anche lui ha dei background sia nel mondo della classica che del jazz e della musica contemporanea; io, come in parte detto in precedenza, ho sì affrontato per anni lo studio e l’interpretazione dei repertori tradizionali del Medioriente, ma formandomi prima come musicista “europeo” con studi classici e jazz; Daniele, che è un musicista di fama internazionale e suona il Bandoneon, (strumento nato in Germania per accompagnare la musica da chiesa quasi come una sorta di sostituto “povero” dell’organo ecclesiastico, ma divenuto d’uso comune in Argentina con il tango e reso celebre a livello mondiale da Astor Piazzolla) ha pure lui studi di composizione classica alle spalle e sta sviluppando il suo successo nel mondo del Jazz e non solo; infine Carlo La Manna, con il suo sound dal carattere unico è un musicista aperto alle sperimentazioni a 360° gradi. Come si vede partiamo già dalla base con una predisposizione alla contaminazione.

Quale sarà il prossimo obiettivo di questa incessante “ ricerca musicale contaminata”?
Sono tanti i progetti e tanti gli obiettivi! Continuare a creare musica e a lavorare sul suono ovviamente. Abbiamo un trio con Ares Tavolazzi ed il percussionista Emanuele Le Pera con il quale cominceremo a sperimentare di nuovo dal vivo prossimamente; suonare ancora con il Sharg Uldusù 4tet, assieme a Max De Aloe, Ermanno Librasi e Francesco D’Auria; un duo con il chitarrista Claudio Farinone; un progetto con il trombettista Franco Baggiani e naturalmente porre le basi di un nuovo lavoro con uno dei miei gruppi, visto che un po’ di materiale compositivo è già in cantiere…in stadio avanzato.

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