Majakovich – Elefante (V4V Records, 2016)

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Copertina-Front ELEFANTEHQ

Articolo di Giovanni Carfì

Majakovich. Nascono nel 2006, un primo album nel 2010 e un anno dopo, durante la promozione del disco, partono per gli Stati Uniti di supporto agli Afterhours. Un nome, un viaggio che quando pensi agli “Stati Uniti” con tutto quel mare che ci separa, la immagini comunque come un’opportunità grandiosa. Probabilmente è andata così, io non ero lì per poter testimoniare la cosa, ma loro sì. Francesco Pinzaglia – basso/voce, Giovanni Natalini – batteria e Francesco Sciamannini – voce/chitarra e piano.
Un percorso lungo la Route 66 e l’emozione di calcare il palco dell’Echoplex di Los Angeles. Anche lì non ho mai messo piede, ma se avessi suonato al paninaro nella street vicina, sarei stato contento lo stesso.
Tornati in Italia sfruttano (in senso buono) l’occasione avuta: apertura all’Alcatraz di Milano per i sopracitati Afterhours, alla quale ne seguono altre per gli Zen Circus ed i Bud Spencer Blues Explosions.
Si chiudono in studio nel novembre 2013 dove, con l’ausilio di Tommaso Colliva, realizzano il loro primo album in Italiano, dal titolo “Il primo disco era meglio”. A seguire una settantina di date, questa volta di stampo nostrano. “Majakovich are pizza, mafia and mandolin”, scrivono in modo ironico nella loro bio. Tornando a registrare nel 2015, dopo oltre un anno di tour ed una gestazione nemmeno tanto lunga, danno alla luce il loro Elefante. Dieci tracce scritte a cavallo di sette mesi, due regioni, una gita oltre Oceano, qualche scampagnata a Istanbul e nel continente nero.
Viaggio è una parola che racchiude al suo interno molto: immagini, luoghi, avventura, esperienze, saggezza. Rimaniamo con i piedi per terra, lo zaino in spalla e partiamo.
Ottimo pezzo d’apertura, o come direbbe qualcuno “titletrack”, “Elefante” ci introduce nel vero senso della parola attraverso un corridoio, non particolarmente angosciante né particolarmente buio, al cui fondo intuiamo che ci aspetti qualcosa. Prima di scoprirlo veniamo rapiti dal suono del violoncello che, insieme ad una batteria molto cadenzata, ci dà il ritmo per procedere lentamente, ma in modo deciso. Voci che faticano ad essere decodificate creano comunque quell’atmosfera necessaria. Arriviamo in fondo al corridoio, ci lasciamo alle spalle della polvere illuminata da alcune finestre alte e opache: oltre quel passaggio raggiungiamo l’interno con “Aprile”.
L’atmosfera che ci regala è quella di un pomeriggio di cui non conosci bene l’ora. La batteria e la chitarra ci presentano la melodia che verrà mantenuta senza molte variazioni per il resto dell’album. Un suono energico ma non monotono, con qualche intervento elettronico, completato da voci che si aprono e dilatano in modo piacevole, senza mai esagerare troppo. Un testo che parla di confini e d’immigrazione, evoca l’immagine dell’acqua, scura e misteriosa“nel cuore del sonno” quando non capisci se fa paura o meno.Ci svegliamo e il pezzo successivo si apre con un timido riff di chitarra, suonato come nella pace solitaria di una cameretta, ma non siamo soli: pieno volume, presenza, inizia “10.000 ore” che parla di futuro, tempo e paure, tutto contro un muro, un muro da abbattere.
Il brano che segue, “Casa”, ne sembra il fratello, ancora dubbi e “fattori gravitazionali” all’interno di una canzone in cui la batteria accelera, nessuno si risparmia. Qualche bridge per respirare e verso il finale una sensazione di pioggia dalla quale ripararsi.
Siamo a metà dell’album e “Un gran bel culo” ci dice che “va tutto bene”, peccato per l’abuso di “te e di me”. Effettivamente, però, tutto va bene, rientra un po’ di elettronica che ci riporta a quell’atmosfera piacevole e galleggiante. Niente illusioni strane, non c’è tempo per riposare, almeno non ora.
Eccoci pronti per “Piero portami a scuola”, testo strano e breve, apertura con una chitarra acidissima, ma d’effetto. Ci lascia d’improvviso con un “ciao” che non è un saluto, è una porta che si richiude per tornare a suonare quella chitarra nella cameretta, con la batteria che ne ruba il ritmo come in una breve jam. Piccolo cambio, nuovo pezzo, niente chitarra acida, un pianoforte ci accoglie rinfrescando un po’ l’aria, entra anche un po’ di sole, sebbene non scaldi troppo. “L’ultimo istante prima di partire” è orecchiabile, il che non dà una brutta sensazione, anzi, regala un momento di apertura molto piacevole per l’ascoltatore. Torniamo nuovamente a ripararci sotto la pioggia, questa volta ci accendiamo una sigaretta, ma non la fumiamo, siamo troppo intenti a imprecare verso noi stessi: “Maledetto me” ci parla di un rimorso e di una lei. Quando avviciniamo la sigaretta alle labbra, alla fine del brano, ci accorgiamo che è spenta! Sensazione giusta per attaccare il pezzo successivo, “Grammatica” che, contrariamente a quanto si possa pensare, è un brano con pochi fronzoli. Muro di suono in apertura, testo curioso, singolo breve e compresso, ma con all’interno il necessario per mandarlo in loop alzandone il volume al semaforo, “impazzirò presto, impazzirò il giusto”.Scatta il verde, ripartiamo e arriviamo direttamente all’ultimo brano. Il titolo,“Salvati”, non può evitare di creare un’immagine di nostalgia e distacco, così come il testo che parla di sogni e moniti, salvezza e ingenuità,“ci beviamo anche la pioggia”. A questo punto c’era da immaginarselo, smette di piovere, come in un temporale estivo. Il singolo si è chiuso, ma ci ha lasciati con la testa in Africa. Forse non a caso il primo pezzo, che dà il titolo all’album, si intitola “Elefante”. E’quello che in modo curioso ci ha introdotti attraverso quel corridoio, per poi accompagnarci travestito da ritmo e suoni attraverso le tracce del disco, ed infine ricondurci alla sua terra natia. Il cerchio si è chiuso, la pioggia è finita. Alcune canzoni sono più riuscite di altre, si arriva tranquillamente alla fine del disco senza sbadigli. Brani piacevoli anche ad un primo ascolto, azzeccati gli effetti sulle voci che regalano spazialità senza essere troppo penalizzanti, così come l’uso di synths, pianoforte e archi. Il tutto, calibrato, apporta stimoli laddove sarebbe facile cadere in un sound scontato. Forse la cosa giusta potrebbe essere lavorare in quella direzione, ma a passi lenti e decisi come il bestione africano, che in realtà se si incazza credo corra veloce, ma mai in modo scomposto.

Tracklist:
01. Elefante
02. Aprile
03. Diecimila ore
04. Casa
05. Un gran bel culo
06. Piero portami a scuola
07. L‘ultimo istante prima di partire
08. Maledetto me
09. Grammatica
10. Salvati

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