Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra – Albore (Agogo Records, 2016)

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Articolo di Giovanni Carfì

Dopo tre anni dal disco d’esordio, torna Manuel Volpe accompagnato dalla sua Rhabdomantic Orchestra. Lui è compositore, produttore, arrangiatore e polistrumentista. Marchigiano con origini siciliane, inizia a studiare musica da bambino avvicinandosi al mondo jazz, ed in seguito si appassiona alle musiche provenienti dalle tradizioni popolari. 
Un’eccezione di “folk” molto genuina  nella quale  non parliamo di voce e chitarra, ma di ritmi e suoni regionali, fino ad arrivare a paesi molto più lontani, come  accade in questo album, in cui possiamo assaporare quel misterioso contenitore di colori, ritmi e natura che è l’Africa.
Albore” riprende il percorso musicale iniziato con “Gloom Lies Beside Me As I Turn My Face Towards The Light” ma questa volta è più  circoscritto, ha una sua veste sapientemente tessuta, con colori caldi e trame molto ricercate.
Volpe è lo stilista, ma si è avvalso di un collettivo di musicisti, presi in prestito dalle più disparate realtà e accomunati dallo stesso cielo torinese. Insieme  hanno confezionato quello che può  definirsi  un disco misterioso e ipnotico come delle mura in un deserto, ed affascinante  al pari di uno sguardo di occhi neri, rubato dietro un velo.
Come ogni abito su misura, serve qualche prova prima di poterne apprezzare i particolari; bisogna indossarlo con cura e puntare spilli qua e là, solo così siamo  in grado di gustare l’apporto di ogni singolo strumento, per poi allontanarci e vedere nello specchio quelle immagini sonore che ci affiancheranno per  tutto l’album.
Il disco inizia con un benvenuto, già nelle prime tracce ci accoglie un movimento fluido, con percussioni che raramente ci lasceranno soli durante l’album. Poche parole, pesate e incastonate tra le varie melodie, una voce che vuole essere  anch’essa strumento, poco solista, della scuola meno poetica di Cohen e più narrativa di Waits, con minore alcol e raucedine. Una presenza continua che ci accompagnerà in modo rassicurante, perché nel deserto si passa dal giorno alla notte rapidamente, le dune si spostano senza farsi scoprire da noi poveri esploratori.

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Viaggiamo sdraiati con gli occhi socchiusi e seguiamo il suono dei fiati che parlano tra loro, inizialmente in modo tranquillo poi, certe volte, si fanno più decisi, alzano la voce, ma non stanno litigando. E’ come essere in un “suq” riuscendo a capire contemporaneamente tutte le voci.
Cambia il terreno, sotto i nostri piedi viene meno la sabbia e troviamo “Nostril”, un brano rigenerante e molto più coinvolgente. C’è del verde, le percussioni ci fanno saltare dentro a pozze d’acqua come bambini, e i fiati ci sgridano come mamme preoccupate.
Suoni che evocano immagini prese da qualche fiaba, con un’idea lontana e ingenua di turbanti e scimitarre, loop che ci tengono sospesi ma ben ancorati, ondeggiando al suono dei fiati, marcati, dominanti, tondi e sensuali.
Prosegue il viaggio con un cammino deciso in mezzo a facce sconosciute, cercando di registrare il più possibile. Ora possiamo chiudere gli occhi, a metà  album un breve brano strumentale ci presenta la parte più tribale. Le  percussioni si accavallano, i suoni si fanno stranianti e ci distraggono come maschere lignee dipinte con colori vivaci per preservare chissà quale verità.
Nella seconda parte i ritmi sono incalzanti e il colore dell’album si mantiene intatto; chitarre fluide come acqua scorrono sotto ad altre, generando ritmi che fanno da base a sonorità sempre più jazz, nelle quali anche le dissonanze riescono ad apparire e sparire con la rapidità e l’effetto di una tempesta di sabbia.
Curioso il pezzo scelto per la chiusura: scritto precedentemente agli altri, ci riporta nelle Marche, terra nella quale l’autore ha vissuto per più tempo.  Attraverso la musica rappresenta la sinuosità delle sue colline, simula il fruscio del grano con un effetto sonoro molto particolare, ricreando una sensazione di instabilità simile a quella che si ha poco prima di un temporale.
La facilità di tradurre in musica delle immagini è ben chiara, sia in quest’ultima traccia, che nel resto dell’album, un lavoro sviluppatosi lungo dieci brani per presentare ciò che è il background dell’autore. Non apprezzo molto le etichette, ma per convenzione si potrebbe definire questo disco in tanti modi poiché, in realtà, contiene al suo interno molte influenze: jazz, etno, world…il bello è come il suo autore riesca a mantenere una sensazione e un’atmosfera ben precisa, adattando i brani per rappresentare le immagini più disparate: siano esse un fiume, una strada che sale verso le montagne, la sabbia del deserto. Volpe riesce anche a sperimentare una specie di reggae molto rivisitato e non manca una ninnananna nell’ultimo pezzo.
Si tratta di un disco curato, con un’identità definita, ma non immediata. Bisogna poterlo ascoltare nel modo giusto, per gustarlo e non confonderlo con una delle tante playlist da aperitivo. La prima parte può trarre in inganno l’ascoltatore, che rischia di scivolare sulle prime tracce senza prestare la giusta attenzione.
L’album va sorseggiato, verso la metà regala sensazioni più ricche, fino a svelare in modo neanche troppo pudico 1/3 di jazz, 2/3 di Africa e un retrogusto di racconto.

Tracklist:
01. Albore
02. Atlante
03. Basrah
04. Nostril
05. Maatkara
06. Betel
07. Rhabdomancy
08. Reveal
09. Whorf
10. Wheat Field

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