L I V E – R E P O R T


Articolo di Daniela Pontello, immagini sonore © Natascia Caronte

Al Teatro Lirico Giorgio Gaber i Tiromancino riportano la musica al suo baricentro naturale: l’ascolto. Il tour teatrale Quando meno me lo aspetto approda a Milano con uno spettacolo calibrato, essenziale, costruito per valorizzare dinamiche, silenzi e sfumature. Dal mio posto in platea, la sensazione è quella di assistere a un concerto che non cerca il colpo di scena, ma la profondità. Federico Zampaglione entra in scena con la sicurezza di chi ha attraversato trent’anni di carriera senza perdere la misura. L’apertura con Scomparire nel blues chiarisce subito la direzione: chitarre acustiche dal sapore analogico, accordature aperte, un’estetica che richiama il Delta del Mississippi filtrato attraverso la sensibilità cantautorale romana. È un cambio di passo netto rispetto al sound più levigato degli ultimi anni, come lo stesso Zampaglione ha raccontato: un ritorno alla spontaneità, alla scrittura nata “senza aspettative”.

Il Lirico si rivela la cornice ideale. L’acustica del teatro amplifica la scelta di arrangiamenti essenziali, mentre il quartetto d’archi aggiunge profondità senza appesantire. «L’uso degli archi ha aggiunto profondità ed eleganza senza snaturare il ritmo delle canzoni», si legge nelle note del tour, e dal vivo questo equilibrio è evidente. La scaletta alterna con intelligenza i brani del nuovi ai classici che hanno segnato la storia della band. Per me è importante, Due destini, Un tempo piccolo e La descrizione di un attimo arrivano in versioni rinnovate, più asciutte, più intime, ma sempre riconoscibili. Zampaglione le affronta con gratitudine, sottolineando come quelle hit gli abbiano permesso di costruire una carriera solida e longeva. Il nuovo materiale trova nel live una dimensione ancora più definita. Gennaio 2016 scorre come un racconto cinematografico — non sorprende, considerando il legame dell’artista con il cinema — mentre Tizzo porta sul palco la metafora della boxe, disciplina che Zampaglione considera specchio della vita: cadere, rialzarsi, respirare.

La band, affiancata dagli archi, costruisce un impianto sonoro che oscilla tra folk, cantautorato, blues ed elettronica leggera. Nonostante il contesto raccolto, il concerto non rinuncia al ritmo: Zampaglione cambia spesso chitarra, guida i musicisti con naturalezza, mantiene un dialogo costante con il pubblico senza mai spezzare la tensione narrativa dello show. «Nonostante il contesto raccolto, il frontman romano ha dimostrato grande padronanza del palco», recitano le cronache, e la serata milanese lo conferma. Il risultato è un live maturo, coerente, che restituisce appieno la direzione artistica del nuovo album: un lavoro nato senza progettualità rigida, cresciuto quasi da solo, come ha raccontato lo stesso Zampaglione. Un disco — e un tour — che segnano una fase nuova, più libera, più istintiva.

Uscendo dal teatro, resta la sensazione di aver assistito a uno spettacolo che non punta all’effetto immediato, ma alla permanenza. Un concerto che non chiede di essere ballato, ma ascoltato. E che, proprio per questo, lascia un segno più profondo. Lo spettacolo abbina i brani del nuovo album ai grandi successi del passato, con arrangiamenti rinnovati grazie alla presenza del quartetto d’archi. Tra i brani:

Dal nuovo album:

  • Quando meno me lo aspetto
  • Gennaio 2016
  • Tizzo

Classici della band:

  • Per me è importante
  • Niente (versione riarrangiata con archi)
  • Il mio posto nel mondo
  • Alone
  • Due destini
  • Un tempo piccolo
  • Ho cambiato
  • Strade di Roma
  • Amore impossibile

Immagini sonore © Natascia Caronte

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