Un pianeta immaginario di space-post rock – intervista agli Est-Egò

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Articolo di Eleonora Montesanti

Quello dei torinesi Est-Egò è uno degli esordi più interessanti di questa prima metà del 2016: il loro ep, situato da qualche parte tra il post e lo space rock cantato in italiano, è un flusso sonoro circolare, come un uroboro (un serpente che si morde la coda in un moto perpetuo), che rappresenta una metafora dell’esistenza. Lo scenario di questo mini-concept è un pianeta immaginario, Dortmund, sul quale l’energia universale si consuma e si rinnova continuamente. Ma il fulcro di tutto è sempre la luce.
L’ascolto di questo lavoro ci ha stimolato molte riflessioni e domande – a tratti un po’ marzulliane – così abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchiere con Davide Invena (voce e chitarra). Buona lettura!

 

Il vostro ep d’esordio è un mini-concept che – tra luci e ombre, ordine e caos – rappresenta la ciclicità dell’esistenza, con finali apocalittici e infinite possibilità di nuovi inizi. Qual è stato il vostro inizio come band? E come mai avete scelto di chiamarvi Est-Egò? 
In origine eravamo i Naked Party e facevamo garage: ritmi semplici, chitarrone distorte e testi in inglese scolastico. Puntavamo solo a fare un gran casino dal vivo. Era un progetto nato più che altro come divertimento e sfogo, ma col susseguirsi di date ed esibizioni, alcuni di noi hanno avvertito la pressione di ruoli che col tempo sembravano sempre più una forzatura. Con l’arrivo di Nicolò, l’attuale bassista, affrontammo gli ultimi due concerti provando i pezzi dei Naked alla nausea per poi suonare controvoglia, in maniera spenta e automatica. Rientrammo in sala con il grande desiderio di lavarci di dosso la vecchia esperienza, con la voglia sperimentare e divertirci, senza porci obiettivo alcuno. Così, per gioco, nacque il riff portante di Rinascente. All’inizio era una sorta di giro “western”, suonava come qualcosa di adatto alla parodia di una sequenza tarantiniana. Non avremmo mai creduto che sarebbe divenuto il pezzo che è ora.
Al nome pensammo molto più avanti. Scartammo decine di ipotesi. Alla fine ci convinse questa stravagante associazione di suoni arbitrariamente assemblati, con l’idea che potesse assumere un significato diverso e fluttuante a seconda della chiave linguistica in cui si decidesse di leggerlo e interpretarlo: francese, italiano, greco, latino. Esternazione dell’io, la personalità dell’est, sono io, mi immagino ad est. Il significato rimane sfuggente e vago, può rimandare a diverse immagini. Ci piace questo.

A livello prettamente stilistico, l’ep è un flusso sonoro perpetuo. La musica, infatti, è in eterno movimento: difficile, nell’ascolto, individuare dove finisce un pezzo e dove comincia l’altro. Qual è la storia musicale di questo concept? E’ nata prima l’ideologia melodica o il contenuto?
Provavamo e componevamo in un stalla adibita a sala prove, fuori Torino, immersi nel verde. C’era pace, un clima sereno, nessun limite d’orario e la sola voglia di fare musica che ci distendesse: non avevamo più voglia di sentire un distorsore per chitarra neanche per un secondo. La stalla e le cose che improvvisavamo per ore erano diventate senza accorgercene una sorta di micromondo dell’igiene mentale. Lì ci ripulivamo dalle scorie e dai nervosismi della quotidianità cittadina, lavorativa e universitaria. Provare diventava sempre più un piacevole passatempo. L’unico limite era costituito dall’ingestibile riverbero naturale di quella stanza. Ma fu proprio quell’accidente a gettare le basi per il nostro suono. Non appena cambiammo sala prove ci trovammo costretti a dover ricreare quella condizione sonora con l’acquisto di riverberi da poter utilizzare su chitarre e basso. Fu un input importantissimo. Da lì in avanti iniziò per tutti noi la ricerca di particolari effetti per poter arricchire in qualche modo il suono degli strumenti. Senza farlo apposta in alcuni mesi eravamo immersi in un tipo di sound che non avevamo né calcolato, né immaginato. Così come per Rinascente, tutti gli altri pezzi, fatta eccezione per Andersen, nacquero in quel marasma di divertimento senza intenzionalità, tra freschezza e sperimentazione. Una volta che le strutture furono definite, considerammo l’idea che potessero diventare brani con un cantato a tutti gli effetti e iniziammo a lavorare in funzione di quello. Visti quelli che erano gli ambienti sonori, cercammo di sviluppare l’idea di testi che potessero legarsi il meglio possibile a delle immagini non stridenti rispetto alla musica. Venne naturale scrivere di alieni, dei, guerre cosmiche e non di amori finiti male o percezioni intimiste. La musica riportava continuamente ad ambientazioni ben precise. Non appena ci rendemmo conto che potevamo ottenere qualcosa di valido ci impegnammo per il raggiungimento di un lavoro più completo. Partendo da questi presupposti non fu difficile sviluppare l’idea del concept, vista l’omogeneità del terreno sonoro e dei contenuti.

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Rinascente, brano chiave che apre l’ep, narra della nascita di una mente che, in questa fase di purezza, diffonde la luce e getta i presupposti per lo sviluppo della vita. Ascoltandola, mi è venuto da pensare a una domanda, che ora rivolgo anche a voi: una mente nasce pura e luminosa e, in questo modo, stimola la natura a trasformarsi in vita. Il vostro ep, però, parla anche di guerra, distruzione e morte, scatenate da quella stessa mente. E allora, come fa una mente luminosa a diventare una seminatrice di buio? 
La mente di Rinascente è come un seme in espansione, la sostanza che scalda un universo arido e freddo. Non crea la vita, è la vita stessa che magicamente risorge dal niente. La luce è un principio primario. Getta le condizioni attraverso cui lo sviluppo di nuove forme e la loro evoluzione possano avere inizio. Quella “mente” va interpretata da un punto di vista più evoluzionista che creazionista. Non è un Dio che si occupa degli affari del mondo. La guerra e le catastrofi vengono trattate come processi naturali di percorsi circolari, ripetitivi e infiniti. Nel disco non facciamo mai esplicitamente riferimento al tema della morte, non viene trattato il cessare dell’esistenza come un avvenimento oscuro, triste e luttuoso. Le vicende umane e sovrannaturali narrate vengono analizzate da un punto di vista macro, lontano e distaccato. Popoli ed eserciti raccontati si agitano negli scenari  del disco come esserini di un vispo formicaio sempre sottoposto a stress e incursioni esterne; sono personaggi senza un volto che lottano strenuamente per poi capitolare. Ma anche una volta distrutto il “formicaio”, il brulicare di altri esseri riprenderà, prima o poi, da qualche altra parte. Il vero protagonista è il concetto in sé dell’esistenza, il pulsare della vita, non importa in quale corpo o organismo. La vita è ineludibile. Esiste come un principio invisibile per cui da un elemento infinitesimale si svilupperà qualcosa di molto complesso e straordinario. La distruzione è un buio relativo, sopraggiunge solo per lasciare spazio a qualcos’altro, rimescola le carte e fa si che altro possa sorgere attraverso nuove formule e soluzioni. Vogliamo lanciare un messaggio estremamente luminoso e ottimista.

Un’altra suggestione che mi ha scatenato l’ascolto riguarda l’ordine e la regolarità, viste da una prospettiva molto diversa dalla tranquillità che queste due parole dovrebbero trasmettere. Perché, secondo voi, non bisogna fidarsi di queste due condizioni?
Perché l’imprevisto va tenuto in considerazione, l’inaspettato è dietro l’angolo. Gli “invasori spaziali” sono la metafora di quell’elemento che non era mai stato considerato prima, un mondo di cui non potevamo avere coscienza. “Wow, non siamo soli nell’Universo!” / “Chi sono questi? Adesso come andrà a finire?” / “Che ne è di tutto quello che ho pensato fin ora?”. Non è detto che debbano essere per forza sconvolgimenti negativi. Cambia la prospettiva di molte cose, ma siamo esseri che per natura si adattano a sbalzi e a condizioni diversissime. Che lo vogliamo o no, gli imprevisti arrivano, i piani perfetti, scorrevoli non esistono e la vita è costruita su quell’imprevisto. L’imprevisto va temuto fino a un certo punto: è più che altro un qualcosa che dobbiamo tenere in considerazione. Dovremmo avere coscienza che avvengono delle trasformazioni, ne attraversiamo mille nella vita, ma prima o poi tornano la stabilità e la quiete, anche se sono condizioni temporanee.

Dortmund è un mondo immaginario, situato in uno scenario distopico e futuristico, dove vivono umani e non-umani, alieni, titani, eroi e divinità. Più che una metafora del nostro pianeta, però, somiglia a una metafora dell’esistenza umana. Cosa rappresenta, per voi, Dortmund?
Dortmund è un pianeta di fantasia, il teatrino in cui viene messo in scena il concetto degli eterni cicli dell’esistenza. Potremmo rappresentarlo emblematicamente come una sorta di Saturno con attorno un gigantesco serpente che si morde la coda in un moto perpetuo, anziché i classici anelli. Col disco volevamo dare l’idea di questo. I brani sono tutti collegati, le note finali dell’ultimo pezzo si legano nuovamente al primo, che non a caso porta il nome di Rinascente, per l’appunto. In questo teatrino vengono rappresentati più sistemi, sistemi ad un tratto spazzati via con uno schioccare di dita, ma ecco che timidamente attraverso nuove soluzioni assistiamo alla nascita di strutture e complessità inaspettate e inimmaginabili. Non è detto che la fine di qualcosa equivalga necessariamente alla fine di tutto, anzi, qualcosa permane sempre. Non c’è mai una vera fine, e non c’è mai stato un inizio probabilmente.

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Quali sono le ispirazioni – quotidiane, musicali, letterarie, culturali – che vi hanno accompagnato durante la nascita di questo progetto?
A livello personale ce ne sarebbero una miriade. Se ci atteniamo ai contenuti più evidenti, percepibili con l’ascolto del disco, possiamo tirare in ballo sicuramente la fantascienza distopica nelle sue soluzioni letterarie, ma soprattutto cinematografiche: Waterworld, Brazil, The Road, Blade Runner, per citarne alcuni. Ci affascina inoltre tutto quel corredo di storie, favole e avventure tramandate oralmente e non, dai miti della creazione tahitiani alle saghe nordiche, dalle testimonianze dei primi esploratori letterati del pacifico come Cook e Melville, fino ai racconti di H.C. Andersen. Ognuno di noi poi è stato largamente influenzato dai personali ascolti (dai Radiohead ai Melvins), dagli studi, dalle esperienze lavorative e da quelle sentimentali: Dortmund prende quel nome perché durante la composizione del pezzo uno di noi si assentò qualche giorno per un workshop nell’omonima città tedesca; buona parte della terminologia astronomica utilizzata deriva dalla cultura passiva creata attraverso la visione di documentari in tv durante l’ora dei pasti; nel disco sono celati messaggi, anagrammi e backmasking riferiti a personaggi ed esperienze che ci hanno accompagnato attraverso la scrittura.

Cosa c’è nel futuro più immediato degli Est-Egò? E come vi vedete da qui a dieci anni?
Vorremmo lavorare su un live in grado di rispondere visivamente ai terreni sonori proposti. Abbiamo idee di difficile realizzazione. Pensavamo a proiezioni, un qualche tipo di scenografia con teli e giochi di luce. Creare un’esperienza visiva oltre che musicale. Ci organizzeremo passo passo. Intanto abbiamo già iniziato a scrivere il prossimo disco. Si tratterà anche stavolta di un concept, ma desideriamo discostarci dalle tematiche cosmiche per avvicinarci a qualcosa di molto più tangibile, terreno e riflessivo. C’è già un’idea.
Tra dieci anni è difficile immaginarsi. E’ possibile che suoneremo ancora assieme. E’ possibile che saremo costretti o portati a fare altro: altri progetti, altri lavori. Ma per ora cerchiamo di mantenere saldo l’obiettivo di continuare a fare musica, provandoci al meglio delle nostre possibilità.

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Fotografie di Giada Mantione Artworks

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