R E C E N S I O N E


Articolo di Monica Gullini

Luca Cavina non ricorderà quella sera di qualche anno fa al Supersonic di Foligno. Fu una serata di bella musica, strani discorsi e tanto umorismo. Ci siamo presi in giro col sorriso sulle labbra, lui illuminato abitante del nord (imolese, se non ricordo male), io ai margini della Terronia e con una cadenza dialettale decisamente marcata. All’epoca lui aveva un’altra vita, compagni di viaggio diversi. Geniale era e geniale è rimasto. Lo dimostra Camera Oscura Deformata, prima opera in cui scrive, compone, dirige, suona e assembla. Ispirato sin dal titolo al principio ottico della camera oscura, l’album opera una costante trasfigurazione del verosimile. In un’epoca culturale dominata dall’influsso delle Intelligenze Artificiali generative, questo lavoro si pone come un affascinante paradosso: un’estetica sonora che ibrida analogico e artificiale senza l’ausilio di alcun artifizio.

Cavina esplora la Uncanny Valley del suono, quel territorio perturbante dove l’elemento umano (lo strumento acustico suonato) resta riconoscibile pur risultando irrimediabilmente alieno. È un’allucinazione artigianale, dove la deformazione non è il calcolo di un algoritmo, ma il processo creativo nel suo svolgimento empirico. Il risultato finale è stupefacente sin da Exodus, traccia iniziale che molto paga a György Ligeti e perché no, anche ai Quintorigo de In Cattività. La fuga è ciò che anticipa tutto: l’incedere frettoloso degli archi, che si arrestano di colpo sul finire del pezzo, lasciano spazio al rullante di Asincrono, mentre i fiati intorno si mesmerizzano e si distorcono. Il finale è quello che ci si potrebbe aspettare, col rullante a riprendersi la scena, mentre intorno tutto tace. Mirage Lunaire è un notturno in cui pianoforte, sax e synth sono gli echi gli uni degli altri, mentre Requiem per un Alien colpisce sin da subito per le atmosfere decadenti, preso com’è a giocare con gli archi e con la voce meravigliosa di Giulia Deval. La traccia è epica, metallica e conturbante, come volesse chiamare a sé galassie lontane, come dialogasse in lingue sconosciute. Delicata e impalpabile è Mirrorslides, con quei mulinelli di piano che ipnotizzano e continuano a girare su se stessi imperterriti, arricchendosi più avanti di echi e suoni che sembrano provenire da un futuro anteriore; lenta e disturbata da strane frequenze è Clockworks, interrotta soltanto verso la fine da un accenno di archi che genera ansia e crea scompiglio.

Con Empiric Empire aumenta l’angoscia, amplificata da archi che neutralizzano qualsiasi intenzione benevola: sembra quasi di trovarsi sul set di un romanzo gotico ma non siamo né tra le pagine di Poe, né tra le mura dei castelli di Ann Radcliffe. La paura aumenta al turbinare delle corde ed è proprio in questo istante che capiamo di essere circondati da esseri molto diversi da noi e che l’unica salvezza è la fuga. Non so perché, ma intorno al terzo minuto mi è venuto in mente il professore de Rap-tus dei già citati Quintorigo e alla sua follia pensavo mentre intorno il ritmo avanza incontrollato e si infrange. Ci spostiamo in territori ambient con Ghosteps, dove l’elettronica si sposa alla perfezione con gli archi e la batteria, che sommessamente bisbiglia. Cinematografica è The World Seems So Far From Here, una traccia tenera, sovrastata dalle voci dei bambini, che non avrebbe sfigurato in Nuovo Cinema Paradiso. La dolcezza del pianoforte declina e chiude un disco spiazzante, costato anni di studio e sacrificio.

Le deformazioni visive della camera oscura vengono traslate da Cavina in suoni che ora si stratificano, ora si disallineano per poi dissolversi. Le tracce possono rappresentare la più mera illusione e assemblare la realtà in maniera così veritiera da lasciare sgomenti, o scardinare totalmente l’ingranaggio sonoro fino a creare fantasmi acustici riverberati che spariscono come incendiati da un combustibile invisibile. Cavina attraversa i generi, partendo da suggestioni classiche intarsiate di elettronica e giungendo ad atmosfere a volte ambient, altre gotiche e nostalgiche. Fonde la musica classica e quella contemporanea in maniera totalmente innata e il risultato finale è un’opera che affascina, destabilizza e attrae nota dopo nota. Che dire, se non che aspettiamo dal vivo lui e il Quartetto Maurice, esecutore magistrale di un disco che appassiona e travolge dall’inizio alla fine.

Tracklist:
01. Exodus
02. Asincrono
03. Mirage Lunaire
04. Requiem For An Alien
05. Mirrorslides
06. Clockworks
07. Empiric Empire
08. Ghosteps
09. The World Seems So Far From Here

Photo © Matilde Piazzi

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