Leila – Leila (Lapidarie incisioni, 2016)

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Articolo di Giovanni Carfì

Disco d’esordio omonimo per Leila. Cantautrice romana, ha studiato presso l’Università della Musica e al Conservatorio di Frosinone. Influenze e interessi molteplici la portano ad incontrare persone con le quali poter mettere in musica le proprie intuizioni; Federico Leo (batteria, bodhran), Francesco Saguto (chitarra elettrica), Carmine Iuvone (basso, ukulele basso, violoncello) e Dario Colozza (elettronica).

Frutto di insonnie creative dell’autrice, e di un lavoro lungo circa un anno, colpisce per l’essenzialità, nelle strutture e nell’utilizzo minimale degli elementi, sonori e testuali.
Si avverte un gioco nell’uso e sovrapposizione di parole simili, accostando significati che per assonanza si intrecciano tra loro. Una sorta di “tangram” testuale associato a suoni e colori, con qualche piccola eccezione.
Il primo brano si intitola “Dondolo” ed è quello più rappresentativo dell’album.
Suoni ossessivi e circolari, creano un movimento oscillante e simmetrico; tra bene e male, cielo e terra, e tutto ciò che racchiude un dualismo. In una posizione protetta, senza giudizio e in continuo movimento o trasformazione. Bellissimo il video, dove tondo, rotondo e dondolo diventano echi ipnotici, mentre veniamo distratti dalla sincronia tra figure e suoni.
Il pezzo successivo, “Mondo mio”, ne ricalca il gioco sonoro. Archi, batteria e sovrapposizioni vocali ci raccontano una voce interiore, uguale su ogni lato della nostra testa, dove svolta e si ripete, condizionandoci su ciò che dobbiamo fare, o non fare.
Piccolo cambio con “S’è fatto tardi”, un invito ad andare o a sparire, senza voltarsi indietro, ma guardando in alto verso una piccola guida. Una piacevole ballad, un dolce arpeggio morbido come una carezza, e una voce meno geometrica, che apre una parentesi più romantica.
Leila ci regala sonorità accoglienti, brani giocosi che nascondono tutte le visioni creative dei bambini, con la loro ironia fatta di cose semplici e di domande alle volte dirette, senza fronzoli, che avvicinano la loro curiosità all’età adulta o verso un mondo ancora da scoprire.
Così troviamo “Sara”, protagonista ingenua di una sensibilità difficile da gestire; piccole note di piano dietro ad una batteria incalzante ed un basso acquatico, con voci sdoppiate come piccole consigliere.
E proprio le voci sono protagoniste in tutto il disco, ma in particolar modo in “Uh”, dove cori e “snap” anticipano l’ingresso di una chitarra folk, lungo una piccola passeggiata, dove seguire l’istinto o nel caso di Leila, la propria creatività notturna…
Unico brano scritto in inglese, “Let me get in”, ci regala una prova leggermente differente, dove mantenendo armonizzazioni vocali, echi e cori, troviamo un suono più oscuro, ma molto affascinante. Ali di piccoli insetti che cercano una luce, in una notte dove la luna è troppo distante.
Bellissimo pezzo, che riesce comunque a mantenere l’identità del disco.
La chiusura è affidata ad una traccia più lunga, testualmente più elaborata, inizialmente narrativa, ricca di metafore e dal respiro notturno, che preannuncia una fuga. Un violoncello ne nasconde le tracce, fino a ritrovare nuovamente l’essenzialità nell’uso della parola, dove “noi” chiude tutto il disco.
La semplicità è complicata da ottenere, ma è l’espressione di un approccio naturale e cosciente di ciò che si vuole raggiungere. Partendo da una forma semplice se ne possono creare di nuove e  più elaborate.
Il processo inverso, è forse più difficile, ma alle volte, togliendo tutto ciò che può distrarre, il significato rimane costante e si rafforza, svelando la natura delle cose.
Un disco dove la sintesi geometrica viene tradotta in musica, senza ridurre il tutto a qualcosa di asettico, ma riuscendo ad ottenere un risultato originale. Un’identità forse ancora non troppo definita, ma ben distribuita per essere un primo lavoro, con poche tracce, dove nessuna risulta essere inutile o banale.

Tracklist:
01. Dondolo
02. Mondo mio
03. S’è fatto tardi
04. Sara
05. Uh
06. Let me get in
07. Noi

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