Ambria Jazz Festival e il mio primo concerto jazz (da spettatrice)

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Articolo di Gioia Azzalini, immagini sonore di Michele Bordoni

Io non sono una specialista o grande conoscitrice di musica jazz, e nemmeno di musica in generale, ma, c’è un ma, mi hanno proposto di fare da ufficio stampa all’Ambria Jazz Festival, e io ho accettato.  Così, il 7 luglio sono stata al mio primo concerto jazz. Questa era anche la prima esibizione del festival e quindi, caso mai fossi stata un po’ impacciata e in imbarazzo, gli altri non avevano tempo di accorgersene.
A dirla tutta, i miei datori di lavoro non mi avevano chiesto di partecipare a tutti i concerti, ma, mi sono detta, vorrò ben vedere l’oggetto di cui devo scrivere, no?

Ed è così che è capitato di andare al mio primo concerto jazz.

Arrivo sul luogo e il primo passo è: guardarmi in giro. Non c’è niente di meglio che guardarsi in giro, per conoscere un posto. Siamo nel giardino di una villa privata, ben curato, tutto predisposto, sedie, palco, strumenti. Incontro subito gli sguardi di qualcuno che conosco, mi presentano altri, i nomi li dimentico al volo. Si avvicina l’orario del concerto, c’è già qualche minuto di ritardo. Finalmente si inizia.

Saluti di rito, ringraziamenti di rito.

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Le sedie per il pubblico sono state distribuite sul piazzale, in direzione del prato. Il palco è in fondo, fra le fronde. Tra le sedie degli spettatori e il palco c’è una striscia di prato. Allora Dalla Porta, che è il contrabbassista, invita tutti a invaderlo quel prato dicendo che loro tre, lì in fondo, si sentono soli. Così le persone iniziano ad entrare nel prato, e ci si siedono, e ci si sdraiano. E io, che mi chiedo sempre qualcosa, mi domando: ma i padroni di casa cosa diranno? Forse c’è un motivo se le sedie non sono state posizionate nel prato? Va be’…

Ah, dimenticavo, quelli che suonano si chiamano 3 of Visions. Un nome che a me suona poco jazzoso, ma avrà di sicuro un suo perché.

Nei giorni precedenti ho letto qualcosa sul jazz. Adesso che sono qui cerco di ricordare, di individuare caratteristiche. Prendo appunti. Osservo e scrivo. E’ un modo per conoscere il mondo e probabilmente anche una difesa per sconfiggere la mia sociofobia. Scrivo, mi isolo, sembro concentrata nel fare qualcosa, che non so bene neanche io cosa sia.

All’improvviso l’improvvisazione ha colto i tre visionari. Suonano un pezzo che inizia in un modo, prosegue in un altro, si guardano, vanno avanti in un altro modo ancora, poi finiscono, ah no, vanno avanti, e poi finiscono davvero. E ridono. Uno dice “Siamo partiti dalle campane (intende le campane del campanile che hanno suonato pochi minuti prima) e siamo arrivati…”. Guarda gli altri e ridono ancora. Io ho capito perché ridono: ridono perché sono stupiti loro stessi dalla loro esibizione, perché il pubblico non lo sa che nemmeno loro sapevano dove stavano andando. “Siamo arrivati….” ma non riesce a parlare, perché deve ancora finire di ridere, deve finire di rielaborare e interiorizzare l’esperienza estetica che, insieme, hanno creato e vissuto.  Ecco, il mio concerto finisce qui.Meglio, il concerto è andato avanti, ovvio, ma il senso si è fermato lì, con loro tre musicisti che si guardano, e fanno le facce, e ridono.
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Cerco di concentrarmi. Come bisogna fare ad ascoltare? Come la signora che seduta sulla sedia con le gambe distese guarda il cielo, il signore che tiene il ritmo, i due che parlano e ridono stesi sul prato, l’altro, sulla sedia, che ride da solo? Come quello che si sdraia nel prato, ma era partito seduto, però se finisci sdraiato nel prato allora non è vero quello che ho sentito dire del jazz, che è una musica d’elite. Hai mai visto un’elite che si sdraia sul prato? Uno, poi, è andato a prendere da bere a piedi nudi, cioè, NUDI! Da quando l’elite va in giro a piedi nudi? Ma cos’è una elite, in fondo?

Continuo a guardarmi intorno. In tanti tengono il ritmo, ma nessuno tiene lo stesso ritmo degli altri. Il ritmo lo tengono così: coi piedi insieme, con un piede solo, con le mani, con la testa, con la testa su e giù, con la testa qua e là, battendo il piede in piedi, picchiettando le dita, muovendo il pugno chiuso, battendo l’indice sulla guancia, battendo l’indice sul naso, battendo la mano sul petto. E ognuno va a un ritmo suo.

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C’è uno poi, qui dietro di me, che mentre prendo appunti si avvicina, ho capito che vuole spiare quello che sto scrivendo, ma tanto sto scrivendo con una brutta grafia e non ce la fa! E se anche legge, va bene lo stesso. Alla fine del concerto, comunque, i più contenti sono i musicisti.

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Ritorniamo sul ritmo. Perché quando ascoltiamo musica ci viene quasi automatico tenere il ritmo? Cosa abbiamo noi uomini di ritmico? Il nostro cuore. Ma il cuore viene prima della musica e allora è la musica che imita noi, e non viceversa. E allora? Allora non lo so più.

Gli uomini si trovano in posti a fare cose.

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Ecco, andato il primo concerto, il resto del festival è filato via liscio. Ho visto e ascoltato tanti musicisti, tanti artisti, ho assistito a tanti spettacoli. Uno nel paesino di Ambria, carinissimo, ci andrei ad abitare! Uno in una centrale elettrica. Uno,  addirittura, dentro una miniera: a 6 gradi con la giacca a vento e i guanti dentro una montagna, a fine luglio. Altri in tanti luoghi suggestivi e vicini, così vicini che spesso non li guardiamo nemmeno. Che poi, uno degli obbiettivi dell’ambriaJazz Festival è proprio questo: valorizzare i nostri luoghi.

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Di quello che più mi è piaciuto dico solo quello che ho postato sulla mia pagina Facebook, e cioè:  “Non sono solita pubblicare stati con riferimento a quello che faccio durante la giornata, ma quando ci vuole…ci vuole. JanLundgren e Pino Ninfa, Il tempo in posa – Storie Mediterranee.
Esperienza vera, di quelle che “elevano”, e che, alla fine, sono quelle degne di essere vissute.”

Ho detto tutto.

Naturalmente ho vissuto molto altro, cercando ogni volta di cogliere la scintilla del Bello, che, sono convinta, c’è, al di là dei gusti e delle soggettività.

Mi porto dentro ricordi e suoni di un’estate ricca, di ritmo, di musica, di incontri.

Al di là dei concerti, quello che più mi ha incuriosita  e appassionata sono le persone “dietro”.

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Quello che il pubblico vede, in concreto, è una locandina con un elenco di concerti e il concerto stesso al quale decide di partecipare. Quello che il pubblico ignora è che dietro c’è un lavoro lungo mesi, che parte addirittura, credo, almeno un anno prima.Questo comporta una serie di passaggi, incontri in cui vengono analizzate ipotesi, idee, in cui si telefona, si cercano partner, sponsor, si creano contatti, si chiedono conferme.E dopo questi incontri, altri incontri, in cui si discute, si organizza, si analizzano i problemi sorti e si cercano soluzioni. La macchina organizzativa è complessa e riserva particolari sorprendenti. Voi lo sapevate, ad esempio, che Norma e Giovanni ospitano direttamente a casa loro gli artisti? Che ai musicisti, oltre all’alloggio, viene offerto vitto con lauti pasti preparati al palazzo Flemattidi Chiuro, che concede l’uso di alcuni locali? Che in cucina lavorano, da volontari, uomini e donne che impegnano il loro tempo e a volte anche le loro ferie, per cucinare? Eh sì, nel gruppo di AmbriaJazz c’è chi organizza, ma anche chi cucina, appunto, e c’è chi pulisce per terra, chi falcia l’erba di un giardino perché possa ospitare i gruppi, il palco e gli spettatori, chi fotografa, chi va a battere cassa dagli sponsor, chi crea locandine, chi vende magliette, chi va all’aeroporto a prendere un musicista, chi fa il sound check, chi monta il palco, chi si presta a tuttofare. E c’è anche qualche bimbo che tiene allegro il gruppo! Quando ho conosciuto questa realtà, mi si è ripresentata alla mente una riflessione ormai abituale: puntare sui volontari potrebbe essere un rischio. Essendo volontari, infatti, quando si chiede loro qualcosa, potrebbero anche rifiutare. Ma il fatto è che queste donne e questi uomini hanno deciso di essere volontari, e quindi, quando si chiede loro qualcosa, sono i primi a correre, anzi, capita spesso che siano loro a chiedere in che modo possono essere d’aiuto.Probabilmente la buona riuscita del Festival è dovuta proprio a questo gruppo coeso che si è creato negli anni, all’impegno, alla passione e dedizione con cui ognuno opera. Senza contare che la squadra cresce di anno in anno.

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Ottima esperienza dunque. Mi ha insegnato, innanzitutto, che ho ancora un sacco di cose da imparare.

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