Requiem for Paola P: “La musica è più viva dell’interesse della gente” – l’intervista

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Articolo di Eleonora Montesanti

In occasione dell’uscita di “Sangue del tuo sangue”, terzo disco dei Requiem for Paola P. – che ha visto la luce dopo sei anni rispetto al precedente “Tutti appesi” – abbiamo fatto quattro chiacchiere con Andrea Pezzotta, voce e chitarra della band. Ne è uscita un’intervista nostrana, potente, saggia e genuina, come d’altronde è la musica dei Requiem for Paola P. Buona lettura!

“Sangue del tuo sangue” è il vostro terzo disco, venuto alla luce dopo sei anni e dopo un lungo periodo di scrittura e di lavorazione in studio. Vi ricordate qual è stata la scintilla che ha dato inizio alla sua creazione?
Come nasce, cresce e si sviluppa un disco è un aspetto tentacolare che credo sfugga ai più, noi compresi. Dopo tanto tempo fermi siamo riusciti a ricreare un gruppo non solo musicale, ma umanamente forte e da li siamo ripartiti, con i primi riff, i primi sorrisi, stappando birrette come se non ci fosse un domani. Il resto è tutto lavoro di sala prove, suoni, musi lunghi, sorrisi e poi: “oplà, oh abbiamo 10 pezzi, li registriamo?”
Il disco comunque ha avuto una gestazione piuttosto breve, conta circa un anno per scrivere e registrare. Gli anni fermi sono stati a causa di svariati cambi di line up e al fine di trovare una ricerca di serenità tra chi restava e chi arrivava, necessaria quando hai una band a cui vuoi così bene.

La protagonista assoluta del disco è la natura, la quale, nonostante la sua instabilità tra distruzione e salvezza, è l’unico rifugio in cui scappare dalla società alienante in cui viviamo. In che modo, secondo voi, la natura è salvifica?
La Natura nel disco è sondata a vari gradi di profondità, da una passeggiata in campagna a un’immersione profonda nelle radici del nostro passato. La nostra “salvezza” è per forza legata a quella dell’ambiente che ci circonda, il quale spesso e volentieri non è del tutto parco di astio nei confronti dell’uomo. Detto ciò, non proclamiamo una natura a tutti costi salvifica, o almeno non per tutti. Forse lo è solo per alcuni che riescono a scindere il nulla che ogni giorno ci viene donato come fosse oro colato dalla realtà vera e propria, con le sue mani rovinate e il sudore sulla fronte. La natura viene descritta per quello che è, madre, schiava e padrona. Partiamo dalle campagne scure e buie dei nostri avi, del lavoro a tutti i costi, della fatica come stile di vita ed arriviamo ai giorni nostri con tutte le contraddizioni e le domande alle quali non abbiamo comunque una risposta certa. Il resto dell’indagine è un lavoro personale, la “salvezza” da raggiungere è una materia privata e totalmente soggettiva. Salvezza e distruzione sono due pesi di una bilancia dove è l’uomo a tesser le fila, sotto l’occhio attento di una Natura pronta a cullarlo o a ribellarsi in maniera inesorabile. A volte si può tutto, o si crede solo di poterlo. Noi un passo indietro lo facciamo, a riprova.

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Quali sono state le influenze musicali e culturali che vi hanno accompagnati nella stesura di questo disco, tra post hardcore e songwriting?
Le influenze sono sempre moltissime. Dedichiamo molto tempo, anche per  interesse personale, a letture, visione di film/documentari, ascolti musicali, live. Guardiamo sempre bene quello che ci circonda e ci teniamo informati il più possibile: la conoscenza e lo studio sono tutto. Questo va ad influire ovviamente sulle liriche, sui soggetti e sulla musica stessa. Nel disco sono presenti molti riferimenti letterari e musicali, virati al nostro punto di vista. E’ un po’ un “omaggio” a chi aveva già intrapreso un percorso, rivisto poi con i nostri occhi “moderni”.

C’è un brano che mi ha incuriosita, sia per quel che narra, sia per il suo titolo peculiare: qual è la storia di “Alluvioni cambiò”?
Alluvioni Cambiò è un piccolo borgo di mille anime realmente esistente in provincia di Alessandria. Il paese ha assunto questo nome dopo la scissione derivata da una spaventosa piena, a cui altre ne son seguite nel corso del 1800. Il brano non parla del paese in senso stretto, ma tratta anche il tema dell’acqua come elemento di distruzione, intesa sia in senso vendicativo oltre che in senso catartico. Essendo io un grande estimatore di scritti con soggetti fiumi, canali, rogge e quanto abbia a che fare con acqua e derivati, tempo fa stavo leggendo l’ennesimo libro a riguardo (Guido Conti, Il Grande fiume Po) e quando son arrivato al punto in cui si parlava di questo piccolo paese mi è sembrato il nome giusto per quella canzone a cui mancava ancora il titolo, la chiusa perfetta per raccontare l’acqua come tramite per perdere tutto o riguadagnarsi la fortuna. Mi accadeva da bambino ed ancor oggi rimango stupito di fronte alle masse d’acqua, di grande o di piccolissima portata, il vecchio Eridano come una roggia che si perde nella campagna. Recentemente ho ritrovato il paese citato anche nel libro di Zamboni/Brondi “Anime galleggianti”. E’ stato bello sapere che quel nome era incappato nella vita di qualcun altro che non conosco ma con cui in qualche modo ho diviso qualcosa, evidentemente.

Invece il pezzo che più mi ha sorpresa è quello centrale, “Tutti questi piccoli cavalli”, una sorta di marcia funebre basata su un elemento sonoro che in genere vi appartiene poco: i fiati. A parte che personalmente lo trovo davvero perfetto, perché avete inserito quest’esperimento?
Intanto grazie mille per aver apprezzato! Abbiamo inserito questo brano atipico rispetto al resto del disco perché fermamente ho voluto un pezzo che si staccasse dagli altri, un po’ come era stato nel disco precedente (Tutti appesi, 2010): la ghost track Ring!Ring!Ring! era una sorta di reading con la sola chitarra acustica a supporto. Questa volta abbiamo puntato su di uno stile un po’ desert/Calexico a cui son molto legato e, parlandone con gli altri, la cosa è piaciuta. Così abbiamo pensato subito ai fiati suonati da due amici (Marco e Kugio degli Askatasuna) e via, il brano ha preso corpo ed è finito lì in mezzo al disco, stavolta però non più nascosto ma alla luce del sole. Speriamo in futuro di inserire i fiati in altri pezzi, onestamente li amiamo!.

Com’è tornare nella scena musicale italiana dopo sei anni? Avete notato delle differenze? C’è qualche artista italiano attuale che vi piace?
Personalmente ho notato molte differenze, nel bene e nel male. Son poi che le stesse di sempre ma acuite dal crescente utilizzo del digital musicale e dai social. Tutti suonano, pochi ascoltano, pochissimi vanno ai concerti, quasi nessuno compra i dischi. La dimensione live è diventata pressoché ardua, tanta richiesta ma pochi spazi, spesso mal gestiti o con il solo fine del cassetto finale. Non biasimo la cosa, so quanto costa mantenere un locale e farlo girare, purtroppo però questo modus operandi sta diventando sempre più massacrante per chi organizza seriamente e per chi propone i propri pezzi originali. Non ti parlerei di vera e propria disillusione, ma solo fino a 5/6 anni fa si faceva meno fatica. Ovviamente c’è anche del buono, tipo poter far ascoltare la tua musica facilmente ed in tutto il mondo… se penso a quanti cd masterizzati abbiamo spedito tempo addietro! Insomma sarebbe un discorso lungo, la musica è più viva dell’interesse della gente però, in generale. Per quanto riguarda artisti italiani interessanti, direi ce ne sono e molti. Il panorama è vario e molto buono a detta mia, li in mezzo ci sono cose ottime sia tra i grandi (Teatro degli orrori, Ornaments, ecc…), sia tra le nuove leve (Caso, Il Buio, Bruuno, Trevisan, ecc…). Ascoltiamo tanto e siamo molto attenti alle band “locali”, soprattutto quelle che spingono su di una comunicazione anche a livello di testo, hey! c’mon, it’s allright e compagnia bella direi han stancato ed anche un bel po’.

Cosa c’è nel futuro dei Requiem for Paola P.?
“Il futuro l’ho veduto, è tutto nero” diceva una traduzione di De Gregori ad un testo di Leonard Cohen. Nonostante la citazione dal bellissimo brano, diciamo che suonare live, scrivere nuova musica ed incontrare persone con cui bere delle gran birrette aiuta e anche parecchio! Ed è questo ciò che faremo ancora, in tempi ben più brevi di realizzazione rispetto a questi 6 anni passati tra “Sangue del tuo sangue” e “Tutti Appesi”.

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[Foto di Nicoletta Paloma Cancelli]

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