Gazebo Penguins – Nebbia (To lose la track, 2017)

Postato il Aggiornato il

copertina_gazebo_nebbia

Articolo di Giovanni Tamburino

Perché si scrive, si dipinge? Perché si fa musica? Cosa spinge a raccontare in tutte le forme possibili e immaginabili qualcosa?
Si risponderà: la passione, senza la quale sicuramente uno non avrebbe nemmeno la voglia di prendere carta e penna, ma una pura istintività senza una forma ben solida e senza un contenuto non è che caotico protagonismo.

Si potrebbe azzardare che sia la voglia di parlare e raccontare, ma anche questa va educata e limata perché non diventi una retorica sterile e puramente “cervellotica”.
Magari è anche la semplice necessità di mettere da parte un buon gruzzoletto per poi fare quello che ci pare, del resto Seneca duemila anni fa ha giustamente fatto notare che “nessuno ha condannato la saggezza alla povertà”. Ma, se è solo per sguazzare nell’oro, lascerà il tempo che trova. Forse, però, non è questo il caso.
Questo è il caso dei Gazebo Penguins, che a quattro anni di distanza dall’ultimo album (Raudo, 2013) tornano nelle nostre cuffie con Nebbia, il quarto arrivato della cucciolata della band di Correggio.
E qui giungiamo al motivo dell’ispirata introduzione di cui sopra, perché quest’ultimo lavoro di Piter, Capra e Sollo si muove sul filo del rasoio, in un equilibrio – in certi istanti traballante – tra il sound grezzo e pulsionale con cui abbiamo imparato a conoscerli e una maggiore riflessività, un tentativo – forse di troppo – di smussare qualche angolo.
L’approccio ai testi è meno immediato dei lavori precedenti, esige di essere ascoltato e non semplicemente urlato in una macchina in corsa di notte (chi segue i The Pills su Youtube capirà), e così la parte melodica si adegua a far risaltare di più, ad incorniciare meglio il messaggio che vogliono portare.
Tuttavia, se c’è qualcosa che di certo non è utile ed originale è trincerarsi in una falsa attitudine reazionaria e con frasi standard del tipo “non sono più quelli di una volta”. I pinguini stanno crescendo e lo stanno dimostrando alla grande con un disco che, con buona probabilità, si propone più dei precedenti di dire qualcosa, di esprimere una certa idea. Forse tirare le somme di un’indagine ben precisa.

Attraverso nove brani – tra cui l’intervallo strumentale di Fuoriporta, con tutta l’imponenza espressiva che il trio ha saputo tirare fuori – un uomo del sottosuolo dostoevskijano dei nostri giorni affronta un’intima odissea spirituale. Il punto focale è Febbre, primo singolo estratto, il cui interrogativo è uno: cosa vedrei se riuscissi a voltarmi più veloce della luce? Cosa c’è prima che il mondo colmi la distanza tra me e te con qualunque cosa di futile?
Il bisogno più urgente, quello di una realtà passata al setaccio e liberata da qualunque “impurità”, contingenza e inutile abbellimento, viene inseguito incessantemente, senza scampo e senza pietà, prendendo forma, nelle prime battute di Bismantova – prima traccia dell’album e secondo estratto – di interrogativo sull’individualità del singolo; di indipendenza rispetto al mondo circostante: esisto solo in quanto relazione con un altro o basto a me stesso, a prescindere?

«Mi sveglierò anche domani
con la paura che posso fare a meno di te»

L’ipotesi di una totale autosufficienza viene rigettata, eppure non basta; continua ad opporsi. È solo per debolezza che non è possibile accettare una posizione del genere?
Non può rassegnarsi senza prima strizzare fuori ogni stilla di sudore, dubbio e rabbia. Un album che è un cielo nuvoloso con continue schiarite tra una strofa e un’altra, come nella title-track, in cui Capra oscilla tra una mano tesa per non essere lasciati soli e l’obiezione legittima di chi più di un paio di calci in culo li ha già presi:

«È questione di un attimo
e ci si perde davvero»

Non sono solo l’abbandono e la solitudine a spaventare: ciò che bisogna temere di più è che questi siano vani, che il dolore non sia che fine a se stesso e, quindi ogni nostro tentativo di star bene sia niente meno che un palliativo, una bugia che ci tenga occupati per un po’. Da qui il brano Soffrire non è utile:

«Però a volte consola
rovinarsi il fegato
[…]
Ma a volte consola
sentirsi scemi a piangere»

Ricapitolando: esistiamo perché siamo nel mondo; siamo nella società e da essa siamo determinati. Qualunque possibilità di migliorare la nostra situazione equivale a mentire. Siamo forse prigionieri di un Grande Fratello che ci muove come burattini? Nel più puro stile pinguiniano, la provocazione di Porta è al limite della resa, non riuscendo più a recuperare “quella libertà che ho perso nascendo”:

«Non avrai
altro dio
al di fuori del mondo»

E proprio qui, nel punto in cui ogni possibilità viene esclusa, che dalla foschia del mito esplode la ribellione alla meccanicità e alla macchinizzazione che prende suono in Atlantide, dove viene smontata l’idea di una dimensione totalmente a misura d’uomo; o meglio, di un uomo totalmente inserito nella sua dimensione come un ingranaggio perfettamente incastrato. Le mura dentro cui si sperava di circoscrivere il proprio essere umani “ora esplodono”, come il sottosuolo del nostro uomo, che ora probabilmente si starà guardando intorno, forse un po’ stordito, confuso; gocce d’acqua fanno diradare la nebbia che lo circonda. Si guarda le mani, i piedi; si guarda in tutta la sua miseria, in tutta la piccolezza di cui è costituito.
Immaginiamolo con i capelli ormai incollati alla fronte dall’acqua; si domanda a cosa sia servito fuggire, a cosa abbia portato cercare di mettere più spazio possibile tra sé e il mondo, quando l’unico momento in cui poteva riconoscersi era nel suo riflesso negli occhi di un altro?
È un sorriso malinconico, oppure un pianto liberatorio, quello di Pioggia, con cui il nostro protagonista conclude la sua storia raccontata in quest’album.
È fuggito e allo stesso tempo ha inseguito una verità che gli era evidente fin dall’inizio, ma non poteva non farlo; l’irrefrenabile impulso “a divenir del mondo esperto” dell’Ulisse dantesco reclamava la sua insaziabile parte e ora raggiunge la sua inevitabile conclusione; e questo affinché vi possa essere un nuovo inizio.
È la nostra natura stessa a spingerci ad essere parte in rapporto con altro fuori da me, perché solo attraverso chi abbiamo davanti possiamo scoprire chi siamo e non rinchiuderci e annullarci in un’idea di noi che porta solo ad una sterile ribellione contro noi stessi.

«In queste sere di pioggia
capire che
resto solo
se resti con me»

L’ormai ex uomo del sottosuolo corre per strada, volta l’angolo e trova la sua Liza che ancora non è andata lontano. Forse fa ancora in tempo.

Tracklist:
01. Bismantova
02. Nebbia
03. Febbre
04. Soffrire non è utile
05. Scomparire
06. Fuoriporta
07. Porta
08. Atlantide
09. Pioggia

 

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