Piers Faccini @ Biko – Milano, 26 febbraio 2017

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Articolo di ElleBi 

L’italo-anglo-francese Piers Faccini ama definirsi “un pittore che prende in mano la chitarra e scrive canzoni”. Spirito libero, con incessante curiosità, si spinge alla ricerca dell’essenza delle cose. La sua musica è frutto del dialogo fra culture, popoli, radici diverse. Da vita così ad una variopinta“tavolozza di melodie in parole”, nella convinzione che “più ci mescoliamo, più ci arricchiamo”. 
Crede, altresì, che l’arte possa agire sulle singole persone cambiandole. Per questo vive con “senso etico” la creazione di un disco, che intende come un dialogo personale tra chi lo ha fatto e chi lo ascolta, un’occasione dalla quale può scaturire la preziosa opportunità di accendere nuovi pensieri e consapevolezze. Sono questi i presupposti che hanno portato alla composizione del suo sesto album “I dreamed an island”. Confrontandosi con un presente in cui percepisce affievolirsi un principio per lui fondamentale, quello della tolleranza e coabitazione pacifica fra culture diverse, ha sentito l’esigenza di studiare e condividere alcuni momenti di un passato in cui, quella che oggi può sembrare pura utopia, apparteneva al vissuto quotidiano. La ricerca lo ha appassionato al punto da creare un blog, concepito come una sorta di album da disegno da sfogliare, per seguire da vicino la realizzazione di un progetto le cui fonti sono poetiche e letterarie. Un disco dai contenuti così suggestivi non poteva che trovare il suo sbocco naturale in un tour dal vivo. Ho avuto il privilegio di poter assistere all’ultima delle cinque tappe italiane, in una serata che si è svolta lo scorso 26 febbraio al Biko di Milano.

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Quando Faccini si è presentato sul palco il mio sguardo è stato subito attratto da un particolare del suo abbigliamento: un paio di scarpe basse in stoffa rossa creavano un “armonioso” contrasto con i colori tenui e lo stile sobrio del vestito sportivo. Ancora prima che iniziasse il concerto ho intuito, da quel dettaglio, che Piers ci avrebbe offerto una serata  in cui le diversità si sarebbero piacevolmente amalgamate. Ad accompagnarlo in questo viaggio  musicale c’erano il musicista e cantante algerino Malik Ziad (alla mandola, guembrì e tamburino), nonché l’immancabile Simone Prattico (batteria e xilofono), che da anni lo segue nei tour dal vivo in giro per il mondo. Il trio ha rivelato un’empatia personale, ancor prima che artistica, che ha regalato un indubbio valore aggiunto ad un’esibizione, anche tecnicamente, davvero di notevole livello.
Nel momento in cui, ad occhi chiusi, chitarra e voce, con incedere struggente, Faccini ha intonato le prime note di “Oiseau”, nel locale, complici le luci basse e soffuse, si è diffuso immediatamente un senso di spiritualità, accompagnato da intime emozioni.
Con questo pezzo, l’artista poliglotta, ci ha svelato la sua attitudine “poetico-sociale” che, il giorno dopo la tragedia di Parigi nel 2015, durante un tour in Tunisia, lo ha portato a scrivere di un uomo che sognava un attacco terrorista e, nel culmine della violenza, chiedeva di essere risvegliato dal cinguettio degli uccellini.

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Il toccante invito a ”rimanere comunque umani” al di là delle brutture quotidiane si è ripetuto anche con “Drone”. La canzone, creando un ponte fra passato e presente, ci ha riportati ai giorni nostri in cui velivoli senza pilota, nei cieli della Siria, in silenzio, hanno sostituito il pugnale, la spada e i cavalli al galoppo, come nuovi messaggeri di morte.
Un ritmo malinconicamente tribale e di nuovo la voce quasi sussurrata, hanno fanno planare e posare sul cuore queste importanti parole:
“…drone by night Killer by day, drone by night let the bombs away” (drone di notte, killer di giorno, lascia a distanza le bombe).

“Quando dimentichiamo da dove veniamo, corriamo il rischio di dimenticare chi siamo e dove stiamo andando…”
Così ha scritto Piers nel suo blog, insieme alla convinzione che, percorrendo a ritroso la storia dei nostri avi, si possano trovare inaspettate contaminazioni fra popoli differenti. Con un sorriso complice, annunciando “Judith”, la  cui protagonista, nell’XI secolo sbucciava arance per i soldati berberi ai confini di Cordoba e dell’Andalusia, ci ha detto di aver immaginato che potesse essere la sua bis bis nonna…
E’ arrivato, a questo punto, il momento di  tornare più leggeri, di fare un passo indietro nel suo percorso artistico fino al 2009 con “A home away from home“. Una ballata dolce, delicata, che si è fissata lieve, ma densa di contenuti, grazie ad un testo che, come sempre, ha rivelato una grande attenzione nel scegliere le parole, proprio quelle giuste…

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Intrigante l’ispirazione del pezzo a seguire, “Cloak of blue”. Faccini è rimasto totalmente affascinato dai mosaici bizantini della cattedrale di Cefalù e in particolare dall’azzurro ipnotizzante del mantello del Cristo Pantocratore. Ha provato quindi ad immaginare la vita di artista siciliano nel XII secolo alla corte di Re Ruggero II di Sicilia. La melodia inizialmente delicata e tribale, via via si è caricata di energia, la chitarra elettrica è arrivata in primo piano e il brano ha virato decisamente al rock. In particolare, mi ha colpita la sincronia perfetta con la batteria di Simone che, nella coda strumentale, con una bacchetta suonava il suo strumento e con l’altra pizzicava le corde del manico della chitarra di Piers.
Una presentazione più dettagliata è stata riservata a “Bring down the wall”, primo singolo estratto dal disco, che riassume in se l’essenza stessa del suo progetto musicale. Quello che il musicista ci ha rivolto, invitandoci ad alzarci in piedi e a cantare insieme a lui il ritornello, è stato un appello pacato, ma profondo. “Abbattiamo, insieme, tutti i muri, che siano fisici (come non pensare a quello di prossima costruzione fra il Messico e gli Stati Uniti), ma anche mentali. Quelli che ci rendono diffidenti, se non addirittura intolleranti, verso chiunque sia diverso da noi, quelli che ci spingono a rimanere chiusi in noi stessi, rifuggendo il confronto con gli altri. L’atmosfera a questo punto si è fatta più intima e partecipe: caldo è sgorgato un intenso applauso, che ha suggellato il nostro sentire comune. Per completare un momento di così intensa condivisione Piers ci ha regalato una sorpresa musicale multietnica. In coda al pezzo, infatti, sono arrivate le note di una classica tammuriata napoletana che, in modo del tutto spontaneo, è andata a sfociare in un canto tradizionale algerino, impreziosito dalla voce particolarmente ispirata di Malik. Un modo per mostrarci come, con la musica, sia davvero facile stabilire un ponte fra culture solo in apparenza distanti.

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Di nuovo si è tornati alla dimensione  privata e alle produzioni precedenti. In particolare, sono rimasta affascinata da “To see is to believe”, sempre del 2009. Ancora una ballata che è arrivata a toccare le corde più intime, quando ci ha ricordato che “la vita che hai speso non ritornerà per essere vissuta di nuovo“. Di più quel “Further on, further on mother – further on father, it’s further on time”,  nel finale sussurrato e ripetuto a fior di labbra come un mantra, l’ha trasformata in un inaspettato brano  soul. Altra graditissima sorpresa l’annuncio dell’arrivo di un ospite sul palco: il violinista Rodrigo d’Erasmo (già membro degli Afterhours). Con il suo contributo, la tavolozza musicale, già composta di tanti colori, è stata arricchita da nuove sfumature. Dapprima si è dato spazio a tonalità  classiche e struggenti, per poi raggiungere ritmi gioiosi, scatenati, quasi sincopati che ci hanno preparato per quella che Piers ha definito la “last  dance”, che avrebbe dovuto chiudere la serata. Ed ho usato il condizionale perché, a grande richiesta, c’è stato posto non solo per un bis, ma addirittura per un tris, prima di salutarci. Sempre elegante, discreto ma estremamente disponibile, delicato, però “di sostanza”, Piers canzone dopo canzone, ci ha davvero conquistati e si è sentito nel calore via via crescente degli applausi. Che lezione di umanità, poi, questo breve scambio di complimenti: -lui: “siete bellissimi”… -qualcuno dal pubblico: “voi di più“… -di nuovo Piers: “no, uguale”.

Mentre mi stavo preparando ad uscire dal Biko con la mente carica di riflessioni suggestive e il cuore che sorrideva rasserenato, ho pensato che è proprio questa la musica dal vivo che preferisco ascoltare. Metti una sera in un locale intimo, persone presenti si ma non troppe e la possibilità di assimilare, fare veramente mia, ogni singola nota, che così mi è entrata dentro rinfrescandomi, come un temporale dopo la calura estiva.

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Immagini di Alessandro Ceci

Grazie a SOund36 per la collaborazione

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