Hope You’re Fine Blondie: “Le scene musicali hanno cambiato il mondo.”

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Articolo di Eleonora Montesanti

Gli Hope You’re Fine Blondie (Paolo, Luca e Nicola) sono un trio trevigiano che ha da poco pubblicato il primo disco ufficiale, “Quasi”. Il loro sound è essenziale e, al contempo, riesce ad essere sia violento, sia poetico. Abbiamo fatto una chiacchierata con loro e ne è uscito qualcosa di profondamente interessante e intelligente. Gli Hope You’re Fine Blondie vi colpiranno per la loro lucidità e per la loro determinazione. Buona lettura!

Hope You’re Fine Blondie è indubbiamente un nome particolare per una band. Qual è il significato che gli avete dato?
Nessun significato, una semplice scritta ritrovata da Paolo in un cesso di Berlino, suonava bene.

C’è stato un momento preciso, nella vostra vita, in cui avete capito che la musica avrebbe avuto un ruolo così importante per voi?
Un momento ben preciso no. Piace pensare che la musica sia la cosa più importante in assoluto poi, di contorno, c’è la vita, la QUASI vita. La Musica è una faccenda importante, una materia incarnata, da non pigliar in giro, che richiede sacrificio, passione, dedizione e costanza; un lavoro a tempo indeterminato, privo di padroni (e questo è il bello) ai quali sottostare e rispettare, almeno per quanto riguarda una band senza vincoli contrattuali che possano limitare la libertà espressiva.

La vostra casa-base è a Treviso, dove esiste un sottobosco musicale molto interessante raggruppato attorno al collettivo SISMA. Quanto è importante l’esistenza di una scena musicale locale unita?
Nel corso dei secoli le scene musicali hanno costruito e formato l’essere umano, le ideologie il modo di agire… le scene musicali hanno cambiato il mondo. Sisma è un collettivo – famiglia composto da persone che credono nella musica e nella proprietà coadiuvante della stessa. Sisma, come altri movimenti Locali, servono “la cultura della buona musica” in un vassoio d’argento, attuando un piano di mobilitazione e convincimento che guarda non solo gli amanti e curiosi della stessa. Unità, compattezza, condivisione d’intenti e professionalità sono fattori fondamentali all’interno del nucleo operativo. I ragazzi stanno dimostrando di rispettare egregiamente tutto questo e di aver il piacere di condividerlo con la massa.

Il vostro è un rock potente e sporco, ma al contempo essenziale e semplice. Credete che violenza e poesia possano convivere nella musica?
Come scritto nella Bio: “La semplicità e l’essenzialità sono due valori fondamentali sui quali fondiamo la nostra musica, sia dal punto di vista compositivo sia nell’approccio alla stessa”. Le parole sono di per sé uno strumento molto potente e violento. Esse posseggono una musicalità intrinseca, quella che quotidianamente ritroviamo durante la lettura di un testo, oppure in ciò che esce dalle nostre bocche e entra nei nostri orecchi durante un semplice dialogo. In Musica (strumentalmente parlando) si cerca di distinguere le due cose, per poi affiancarle, senza bypassare il legame tra poetica e suono, andando a relazionare un ‘discorso’ che grazie a quel tono, a quel gioco dinamico, a quella pennata, a quel colpo di cassa, viene esaltato, amplificato in ogni sua peculiarità.

Il titolo del vostro nuovo disco è “Quasi”. Una parola che sembra neutra, ma che in realtà può avere sia valenza positiva, sia negativa. Per voi quel QUASI rappresenta un “c’è ancora speranza” oppure “rassegnamoci alla fine”? 
Pensiamo sia molto difficile oggi avere una soluzione a questo. Il “quasi”, sempre più dilagante, ha molteplici valenze. Paradossalmente, al giorno d’oggi si ha la possibilità/volontà di dire sempre e comunque la propria, senza mai risparmiarsi, esprimere giudizi sommari a casaccio, a discapito del prossimo; il tutto condito da un arrivismo spietato e un’assurda convinzione, maturata dai mass media e social network, di poter fare e dire le cose sempre senza nessuna reale autoanalisi, senza nessun determinato sacrificio, senza nessuna sostanza, senza nessun contenuto.
Probabilmente la soluzione è restare in silenzio, quasi quasi al buio (cit), caricare un vitale valore verso ciò che più si ama (se si conosce il significato stesso della parola) e far si che questo sovrasti l’individualismo padrone e l’indifferente apatia sociale e culturale, per accendere la speranza.
Viviamo un momento storico/politico/sociale molto delicato e c’è da stupirsi se la musica, mezzo di protesta potente e tagliente, non riesca a ferire chi di dovere e raggruppare sotto lo stesso tetto le persone che hanno reale necessita di fuoriuscire, di emergere, di godere e creare una prospettiva diversa e nuova. Si deve tornare a sognare!

Tra le dieci tracce del disco ce ne sono alcune a cui siete più legati rispetto ad altre?
No. Sono tutte “fighe nostre” che vivono di vita propria. Ovviamente, ognuno di noi ha la ‘preferita’.
Paolo: Non chiedo Scusa
Nicola: Agave
Luca: Grand Guignol

Cosa rappresenta per voi il palcoscenico?
Il palcoscenico è libertà, ma anche Il mezzo di “proclamazione” per antonomasia. Dal punto di vista performativo, il palcoscenico è un piedistallo che ti catapulta al centro dell’attenzione e ti permette di presentare al pubblico, conosciuto o meglio sconosciuto, il tuo lavoro, il tuo messaggio. Il palcoscenico è qualcosa di esigente che ti chiede di dare tutto te stesso senza riserve o rancori anche perché, li sopra, tutto è concesso. La musica, vedi nel nostro caso, viene consegnata a persone che, il più delle volte, non sanno cosa aspettarsi ma ad un tratto puff… sono sintonizzate e parlano la tua lingua. Ora sanno chi sei meglio di parenti, serpenti e chiunque altro non presente.
Il palcoscenico è il vero e unico sprazzo di vita senza filtri e compromessi dove il tempo si ferma e tu hai la possibilità di gestirlo e manipolarlo. Sul palco non hai paura e ti senti invincibile.

Cosa pensate della cosiddetta musica alternativa italiana attuale? C’è qualcuno che vi piace?
Questa domanda richiederebbe una risposta alquanto lunga e articolata, ma cercheremo di sintetizzare. Il panorama è promiscuo, senza alcuna distinzione di carattere e originalità, pochi Artisti (con la A maiuscola), ma solo grandi o piccole meteore. Ovviamente ci sono grandi band, cantautori, performer, sia di nuova generazioni sia della ‘vecchia’ generazione, che pubblicano grandi lavori ma, la cosa che crea più scompiglio è il fatto che, al giorno d’oggi, con alcune disponibilità economiche si può raggiungere livelli altissimi, di successo (reale o fittizio che sia) ponendo poca o approssimativa attenzione alla creazione musicale d’istinto, di pancia o come preferite definirla.
Ci sono molti gruppi che ci piacciono ma preferiamo non farli per paura che il ‘lettore’ trasformi un elenco di bands fighissime (per Noi) in una ‘pagellina della musica Underground’ nel quale non si ritrova.

Quali sono, invece, i tre dischi più importanti della vostra vita?
Paolo: Nevermind (Nirvana), Superunknown (Soundgarden), Appetite for destruction (Guns  N’ Roses).
Nicola: Led Zeppelin I (Led Zeppelin), Abbey Road (Beatles), Requiem (Verdena)
Luca: Led Zeppelin II (Led Zeppelin), The Pipers at the Gates of Dawn (Pink Floyd), Dookie (Green Day),

Se la vostra musica avesse un colore, quale sarebbe?
Beh… Il Blue, il cianotico colore rispecchio dell’anima, e il giallo/arancio, il colore dei matti.

Se vi dico futuro, voi cosa rispondete?
HOPE YOU’RE FINE BLONDIE è una necessità biologica di fare musica.

 

 

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