R E C E N S I O N E


Alcuni strumenti sembrano appartenere filologicamente a epoche precedenti, quasi fossero sopravvissuti a una trasformazione irreversibile del linguaggio musicale. Il clarinetto è forse il più emblematico tra questi. Un tempo era presenza quasi obbligata all’interno delle formazioni jazzistiche, soprattutto nelle big band, ma poi venne progressivamente sospinto ai margini dalla prepotenza timbrica dei sassofoni e delle trombe, pur restando faticosamente a galla nell’estetica frastagliata del bebop. Sebbene oggi questo strumento abbia riconquistato posizioni importanti – vedi ad esempio i nostri GianLuigi Trovesi, Gabriele Mirabassi, Francesco Bearzatti, Nico Gori, tanto per citare alcuni tra i clarinettisti italiani più famosi – proprio ciò che potrebbe apparire in sé per sé come un limite storico diventa, questa volta nelle mani della giovane canadese Virginia MacDonald, una possibilità di denso rinnovamento.

Non sono di certo molte le clarinettiste sulla scena jazzistica internazionale e al momento mi viene in mente solo il nome di Anat Cohen. Per questo possiamo ben affermare che In Search Of… è un interessante debutto per un’artista che arriva alla prova da leader con una consapevolezza già sorprendentemente matura e dopo una lunga gavetta come collaboratrice a fianco di musicisti dello stampo di Harold Mabern, Eddie Henderson, Jerry Bergonzi, Rodney Whitacker, Terry Clark ed altri ancora. Originaria di Toronto e trasferitasi a New York all’inizio di quest’anno, MacDonald presenta qui un repertorio costruito attraverso un arco temporale piuttosto ampio, nel quale convivono brani composti in momenti diversi della propria esperienza musicale. Il suo rapporto con il clarinetto si racconta biograficamente nel vecchio strumento incontrato durante l’infanzia e appartenuto al padre, in una casa in cui la musica e le arti visive erano presenze quotidiane. Un clarinetto che non è, si badi bene, un feticcio del passato, ma piuttosto un efficace interlocutore del presente. E forse l’intero album nasce da questo dialogo supposto tra ciò che lo strumento è stato e ciò che attualmente è o potrebbe ancora diventare. La musica di questa clarinettista procede secondo una logica che non coincide solamente con la semplice esibizione della sua tecnica. Certo, la MacDonald dispone di mezzi strumentali notevolissimi, la sua emissione è precisa, l’intonazione impeccabile, il fraseggio capace di muoversi con rapidità vertiginosa senza perdere il senso della direzione. Ma proprio questa perfezione, in alcuni passaggi più concitati, rischia talvolta di trasformarsi in una sorta di sovrabbondanza di note. Là dove il pensiero musicale sembra voler correre più velocemente del respiro, il virtuosismo può apparire quasi come una superficie troppo scivolosa. Si tratta, tuttavia, di umane debolezze all’interno di una personalità già fortemente definita che potrebbero però diventare incrinature preziose, magari prossimi segnali di una futura riflessione autocritica. Il quartetto che la accompagna è un insieme di musicisti particolarmente equilibrato. Geoffrey Keezer (56 anni), Ira Coleman (70) e il più giovane Curtis Nowosad (38) appartengono a generazioni e scuole differenti, ma il loro incontro produce una squisita esperienza d’assieme. Keezer è un pianista di straordinaria duttilità, capace di passare dalla definizione armonica più raffinata a improvvise esplosioni di energia. Coleman – leggi qui – con il suo contrabbasso, garantisce dall’alto della sua esperienza una cavata profonda, elastica e mai meramente funzionale. Nowosad, dal canto suo, possiede una batteria muscolare e articolata, immersa talora nello swing e capace di alimentare il movimento ritmico senza strabordare. L’inserimento della voce di Laura Anglade, utilizzata senza parole, introduce una presenza di grande intelligenza musicale. Il suo cantato spezzato e sfuggente non solo duplica il clarinetto, ma lo mette in prospettiva, creando un rapporto nel quale le due voci sembrano alle volte riconoscersi e talora sfuggirsi. Ne nasce un contrasto interessante. Il gruppo non accompagna semplicemente la leader ma ne interpreta le intenzioni, ne amplifica le intuizioni, talvolta mettendone in discussione le traiettorie. È proprio in questa dialettica che l’album costruisce parte della propria identità. La scrittura di MacDonald è lontana dai minimalismi, predilige infatti strutture mobili, le sincopi, incalzanti dislocazioni ritmiche ed improvvise deviazioni. Ma la complessità non è mai esibita come un trofeo. Anche quando la musica si avvicina ad un ardimento collagistico, l’impressione non è quella di un mosaico arbitrario. I frammenti sembrano piuttosto appartenere a una medesima architettura, nella quale la memoria del jazz convive con un presente inquieto e continuamente rinegoziabile. In Search Of… è, in questo senso, orgogliosamente fuori moda. Non perché si ammali di una sorta di nostalgia museale, ma perché non accetta l’obbligo di essere costantemente aggiornato. MacDonald non sembra interessata a inseguire ogni nuova tendenza, né a trasformare il proprio strumento in un pretesto per dimostrare quanto possa essere contemporaneo. Quando il ritmo si fa più aggressivo, alcune composizioni si avvicinano a una tradizione post-bop energica e muscolare, nella quale la batteria di Nowosad introduce una pressione costante e il contrabbasso di Coleman mantiene il flusso in una condizione di perenne instabilità. In questi momenti la musica sembra possedere una tensione quasi agonistica, con i solisti che si affrontano senza mai perdere il senso dell’insieme. In altri episodi, invece, il quartetto lascia affiorare una dimensione più raccolta, con momenti assorti, pause in cui il suono procede con più rilassatezza. In questo album non ci sono vertiginose vette emotive, MacDonald non pretende di trasformare il jazz in qualcosa di trascendentale. La sua musica è più concreta, più terrestre, persino a volte sfumatamente ironica.

L’album si apre con una bruciante composizione dalla scrittura nervosa, un hard bop come Last Call at Dimitri’s, attraversato da arresti improvvisi, frasi spezzate e traiettorie che sembrano prendere forma sotto la guida dell’improvvisazione. MacDonald affronta il materiale con una lucidità quasi chirurgica, ma il suo suono non è freddo. È un vivace clarinetto, capace di passare dalla precisione geometrica alla flessibilità della voce, dalla rapidità acrobatica ad una sottolineata cantabilità. Il suo timbro possiede una bellezza sbarazzina, rafforzato dall’incredibile intonazione della Anglade che percorre brevi ma incisivi tratti duplicando l’excursus del clarino stesso. Intorno alla MacDonald il pianoforte coopera ad un fondale dinamicamente astratto, con Keezer che descrive sonorità vetrose, ispide, tecnicamente molto evolute, accompagnate dalla densità ritmica di contrabbasso e batteria. La title track, In Search Of… si muove dentro un’atmosfera che conserva una certa leggerezza di matrice sudamericana, ma la sottopone a un trattamento ritmico più obliquo e imprevedibile. Sotto la superficie si agitano tensioni, spostamenti e piccoli cortocircuiti. MacDonald entra nella trama con una linea che sembra inizialmente accarezzare il tema per poi inciderlo con maggiore decisione. La sua voce strumentale è limpida, ma non innocente e nemmeno troppo accomodante. Grande esuberanza tecnica della clarinettista ma non solo. Si faccia attenzione all’esplosione del drumming di Nowosad, veramente trascinante. Più disciplinato il pianoforte, con il contrabbasso che si espone in un assolo moderato ed accorto.

Stardust, affidata esclusivamente al clarinetto e al contrabbasso di Ira Coleman, acquista una fisionomia tutta sua. MacDonald vi entra attraverso un lungo preludio solitario, quasi volesse liberare la melodia dalla sua sedimentazione storica prima di restituirla al pubblico. Non è un gesto di dissacrazione. Piuttosto, una forma di rispetto che passa, di fatto, attraverso una rivisitazione affettiva del noto motivo di Carmichael. Il brano conserva la propria identità, ma viene esposto ad una sensibilità che non ha paura di piegarne le linee, di modificarne il respiro, di lasciare emergere quell’inatteso vagabondaggio tra la melodia e le numerose scale percorse dalla MacDonald. Retrogression si consacra sull’altare dell’hard bop, con qualche fuggevole inserimento esotico, sulla base di uno swing severo che regge le fughe in avanti del clarino e del pianoforte, con tanto di assolo di batteria. Il tema, proposto all’inizio e nelle fasi terminali del brano, corre su aspri saliscendi tanto da renderne persino difficoltoso l’ascolto. Si arriva così, dopo un viaggio sulle montagne russe, alla ballad Up High, Down Low, un titolo che sembra riassumere il percorso ritmico sostenuto fino ad ora. Dopo un breve, romantico preludio di Keezer, la MacDonald imposta un tema sensualmente gratificante dove ricompare la voce della Anglade, non più esclusivamente in sovrapposizione al clarino ma anche liberandosene parzialmente con qualche possibilità antifonica. In Hope il ritmo riacquista velocità, avvicinandosi a dimensioni più contemporanee e allontanandosi quindi dal clima ferocemente bop abbondantemente proposto fin qui a piene mani. L’ottimo lavoro della componente contrabbasso-batteria è la struttura di base sui cui gli assoli di clarino e di pianoforte possono sostenersi senza timori. Si comincia però ad avvertire il peso di un eccessivo accumulo di note, un lussureggiante richiamo che coinvolge su piani diversi sia il clarino della leader che il pianoforte di Keezer. Il dialogo con quest’ultimo raggiunge invece una particolare intensità nell’interpretazione di Duke Ellington’s Sound of Love, riferita alla versione orchestrale di Changes (1970) composta da Charles Mingus. Il contrabbassista dell’Arizona è una presenza che non si può affrontare con leggerezza, ma MacDonald non cerca di inseguire pedissequamente nessuna tradizione interpretativa. Nonostante venga mantenuta l’impostazione molto vicina al blues del brano originale, questa magnifica versione diventa un luogo di tensione, nel quale clarinetto e pianoforte si muovono tra aperture liriche, dissonanze e improvvise concentrazioni sonore. Keezer dimostra ancora una volta che può essere elegantissimo, quasi cameristico, e pochi istanti dopo trasformare l’accompagnamento in una materia nervosa, imprevedibile, persino fisica. La differenza, tuttavia, sta nella particolare natura della voce del clarino. Quando la tecnica diventa davvero musica, questo strumento ritrova la propria identità, tutte quelle qualità che stanno nel legno, nell’aria, le variazioni di pressione, la possibilità di passare da un registro all’altro senza perdere la propria natura. Decisamente il pezzo migliore dell’album. Chiude Eternal Return to the Same, una composizione della MacDonald a sviluppo circolare che lascia però ampi spazi sia al solismo eccellente di Keezer al pianoforte che allo stile, qui leggermente più sublimato, dello stesso clarino. La slavina di colpi sui tamburi e sui piatti di Nowosed prelude al finale.

In Search Of... non possiamo certo dichiararlo come un capolavoro compiuto e né probabilmente pretende di esserlo. È qualcosa, forse, di più interessante. La dichiarazione dell’esistenza di un’artista che possiede già una voce riconoscibile, una tecnica straordinaria e una concezione della scrittura sufficientemente personale da non dover dipendere da modelli altrui. Non ha bisogno di dimostrare che ogni scelta produca un risultato immediatamente spendibile. Al contrario, alcuni passaggi possono persino apparire eccentrici, irregolari, a volte un po’ strangolati da un’eccessiva ricerca della velocità d’esecuzione. Peccati veniali, comunque, in un contesto d’esordio come se ne ascoltano pochi.


Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.

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