C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Nel 1967, quando Israele dopo la Guerra dei sei giorni conquistò la Cisgiordania costruì gran parte delle infrastrutture ancora oggi presenti nelle terre abitate dai palestinesi: non solo abitazioni, strade, ponti, ma anche linee elettriche, conduttore del gas e linee telefoniche. Comincerei da qui per commentare Naza, il film documentario premiato a Cannes, dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor (che già furono autori, con altri del tremendo No Other Land). Perché da qui? Perché, tra le testimonianze dei 24 operatori dell’intelligence israeliana raccolte, come tutti sanno, in modo anonimo sui tetti di Tel Aviv, ce n’è una che ricorda come già fin da quei tempi, il Mossad (ossia i servizi segreti israeliani) avesse la possibilità di ascoltare qualsiasi comunicazione telefonica dei palestinesi, anzi il testimone ribadisce che quella capacità è rimasta intatta negli anni e si è vieppiù incrementata con l’uso dei telefoni cellulari.

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È facile quindi immaginare che, con tali mezzi a disposizione, il governo di destra israeliano avrebbe potuto certamente essere al corrente del massacro che stava progettando Hamas; invece per una barbara strategia del terrore, sembra che nessuno sospettasse dell’imminente attacco. A fare impressione però sono le parole dell’operatore dell’intelligence israeliana che candidamente afferma: “Ci sentivamo come Dio”. In queste quattro parole si potrebbe riassumere tutto il film con una sola piccola differenza che nessun dio, di nessuna religione potrebbe agire con una tale perversa malvagità di fini e cioè quella di annientare e sterminare un intero popolo, quello palestinese, colpevole di esistere e accusato di essere la culla dell’organizzazione terroristica Hamas. Il destino ha voluto che potessi vedere il film solo oggi, sette ottobre, ricorrenza del barbaro attacco terroristico da parte di Hamas ai giovani israeliani che partecipavano ad un rave party. “Si sentivano Dio” e probabilmente si sentono ancora così, poiché pensano veramente che Dio possa stare dalla parte di belve senza cuore che affidano gli attacchi alla inerme popolazione palestinese ai calcoli di un algoritmo, il quale (per colpire un solo terrorista che non si sa quale ruolo ricopra e nemmeno esattamente di cosa sia accusato), è capace di uccidere centinaia di civili, uomini, donne, bambini, anziani. Le testimonianze sono lucide, spietate, dettagliate.

Alcune volte mostrano segno di qualche forma di pentimento, qualche volta no. Lo sterminio come fosse un videogioco è ben rappresentato dalla testimonianza di un operatore di drone che gioca al tiro al bersaglio con dei palestinesi in coda in attesa di un po’ di cibo donato dalla solidarietà internazionale. Attenzione però a credere o a far credere che questo sia un film sulla spietatezza dell’intelligenza artificiale, applicata alla guerra. Se davvero si pensa questo o si è in malafede o si è sciocchi. Questo è un film sulla spietatezza, tutta umana, di giovani uomini e donne degli apparati dell’esercito israeliano, agli ordini di un ricercato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra che risponde al nome di Benjamin Netanyahu. Non è un generico film sugli “orrori della guerra” e non è nemmeno un film sulle tenebre che albergano nell’animo umano, questo è un film sul genocidio del popolo palestinese organizzato e messo in pratica dal governo di destra israeliano (non dal popolo ebraico) ai danni della popolazione civile palestinese. “Il nazismo è il male assoluto, ma mi chiedo: cosa sono io?” Queste sono le parole di un agente dell’intelligence israeliana che restano indelebili nelle nostre coscienze.

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