“Evoluzione è la parola chiave”: intervista a La Scala Shepard

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Articolo di Eleonora Montesanti

La Scala Shepard è una band romana, nata a fine 2014 tra le strade trasteverine. Proprio da questo quartiere la formazione trae la più grande fonte d’ispirazione: le persone, il contatto, gli sguardi, le storie, i matti, le suonate e le notti folli. Questo e tanto altro è la loro Trastevere, il loro suono.
Ad agosto 2015 è stato rilasciato il primo album in studio completamente autoprodotto, intitolato “Di Passaggio”. Nel 2016 esce “Eureka”, secondo lavoro in studio. Sette brani che sono mondi a sé stanti, come se casualmente si incontrassero sette persone, completamente diverse l’una dall’altra, dentro una stanza, e scoprissero con piacere che riescono ad andare d’accordo fra loro. E magari si trovano pure un po’ simpatiche. Abbiamo ascoltato questo bellissimo Ep, innamorandoci dei loro suoni e delle loro storie, così abbiamo deciso di scambiare due chiacchiere con loro.
Buona lettura! (e non perdetevi il video!)

La scala Shepard è per definizione “una scala (musicale) che sale in altezza in modo indefinito”, nonché “un esempio di canone eternamente ascendente”. Come mai avete scelto di chiamarvi così?
Lorenzo: L’idea è arrivata dal nostro batterista, che in quel periodo stava studiando fonia. Quando si è imbattuto in questo termine ce l’ha subito proposto, e, complice il fatto che suonasse come uno di quei nomi che le band progressive italiane si davano negli anni 70 (genere di cui siamo appassionati), decidemmo di adottarlo.

Eureka, il vostro secondo lavoro in studio, è composto da sette brani a sé stanti che si incontrano e, come se fossero sette sconosciuti che si ritrovano per caso a una cena, scoprono di andare d’accordo. Vi va di raccontarci di quest’esperimento musico-sociale?
Alberto: Eureka è l’inizio di un processo di scoperta di noi stessi, umanamente e musicalmente. E’ il primo lavoro sviluppato e arrangiato in quattro e per quattro (durante le registrazioni di “Di Passaggio” eravamo in 5 elementi). E’ un lavoro che mette in risalto le tre diverse anime compositive del gruppo (Lorenzo, Alberto e David) che a loro volta hanno sensibilità sfaccettate, a tal punto da riuscire a trattare svariati argomenti in altrettante numerose atmosfere.
Su questo si basa la metafora degli sconosciuti a cena. Se volessimo dargli dei nomi probabilmente sarebbero: Bossa Nova, Pop-Rock, Folk-Rock, Reggae.

Parlando sempre di Eureka, ancor prima dell’ascolto, ciò che colpisce è la copertina, in cui si vede un burattino intento a tagliare i suoi fili. Che cosa vuole rappresentare?
L: La copertina, disegnata da Valeria Bruschi, è un modo per dire ciò che secondo noi dovrebbe essere l’arte: un momento di evoluzione. Tipicamente le migliori opere sono quelle che non danno risposte, ma lasciano dubbi all’ascoltatore, domande che creano dialogo e che possono stuzzicare il pensiero critico delle persone. Non c’è nulla di più costruttivo del dialogo per far evolvere il proprio pensiero.

Il primo singolo estratto da questo EP è “Non ti fidare mai di un artista”, brano con una chiave ironica che sottolinea quanto spesso gli artisti in realtà siano artificiosi e costruiti a tavolino. Credete che la genuinità debba sempre andare a braccetto con l’arte?
L: Penso che la migliore arte sia quella che ti porta nel suo mondo. Ogni creativo passa la vita a creare il proprio universo, con le sue storie, i suoi personaggi, le sue regole e così via. Questo “spazio” è tanto più coinvolgente, quanto più è profondamente personale ed unico. Un lavoro simile sarebbe impossibile da creare in modo credibile con un’operazione a tavolino.

Sempre riguardo a questo tema, c’è una questione  della quale mi piace molto discutere nella mia vita da ascoltatrice musicale. Cercando di non essere troppo marzulliana, capita che “Uomo” e “Artista” siano due entità separate nella stessa persona. Voi riuscite a scinderle?
L: Personalmente penso sia necessario scindere le due identità. Non per niente, ma molto spesso i più grandi artisti sono stati degli egoisti terribili (vedi Piero Ciampi, uno dei più grandi cantautori italiani della storia); non riuscirei a farmi condizionare nell’ascolto di una bella canzone dalla personalità di chi l’ha creata, mi rovinerei troppa buona musica.

Ultima domanda sul singolo: è accompagnato da un video meraviglioso, ispirato ad una storia di Andrea Pazienza su Topolino e Pippo. Come vi è venuta quest’idea?
L: Avevamo deciso di usare “Non ti fidare mai di un artista” come singolo, ed erano diversi giorni che cercavo un’idea che traducesse in immagini quello che viene detto nel brano. Durante un pomeriggio, chiacchierando con degli amici al bar, mi è capitato di citare questa storia di Andrea Pazienza (“Perché Pippo sembra uno sballato”) ed uno di loro se ne è uscito dicendo: “Questo genio ha riassunto il mondo dello spettacolo in sei pagine”. Cogliendo al volo questa considerazione e prendendo questo fumetto come punto di partenza, ho cominciato  a scrivere la sceneggiatura del video.

“Sii cattivo perché questo mondo ha bisogno di te” è il ritornello di Cattivo, il terzo pezzo di Eureka. Ce lo spiegate?
L: Spesso viene vista come “cattiva”, “maleducata”, “cinica” o simili quella persona che ti sbatte in faccia la realtà nel modo più sincero e onesto possibile; per questo motivo la sua opinione viene ignorata. Tuttavia, dato che spesso questi sono i soggetti maggiormente in grado di vedere le cose per quello che sono, penso sia davvero necessario qualche “cattivo” in più in Italia, specie in questi anni di crisi (non solo economica). Qualche Monicelli, per intenderci.

Chi sono Cristoph e Dorothea?
A: Cristoph e Dorothea sono due amanti della Berlino del 1961. Una mattina si svegliano e come tanti altri si trovano l’uno ad Est, l’altro ad Ovest. Allora iniziano la loro corrispondenza epistolare incentrata sì, su una forte malinconia, ma anche sulla speranza di rivedersi e potersi sposare.
Il parallelismo con l’Ungheria è banalmente un avviso: “continuerà ad accadere. Anche questa volta non abbiamo imparato la lezione”.

Quali sono le fonti di ispirazione musicali, letterarie, sociali che vi hanno accompagnato durante la fase più creativa della nascita di Eureka?
A: Eureka ha dentro un mondo limitato ad  ascolti italiani del pop e del cantautorato. Potremmo dire Gazzè, come Silvestri, come Samuele Bersani.
L:
In Eureka è anche rintracciabile una forte chiave ironica, un ingrediente che è sempre risultato importante nella nostra produzione. Personaggi che ci hanno influenzato (e continuano a influenzarci) idealmente li possiamo ritrovare in altri ambiti artistici, oltre alla musica. Una di queste personalità è Carmelo Bene, una figura che ha lavorato tutta la vita per riuscire ad entrare al 100% nelle profondità della propria arte, la cui forma era in continua discussione, dove la ricerca stessa creava la forma. Altri due riferimenti importanti per noi sono Troisi e Totò, due artisti dotati di una grande leggerezza, due motori comunicativi straordinari. Sono una fucina di intuizioni, forse caotiche, ma che risultano armoniose tra loro perché naturali e spontanee. Queste tre personalità rappresentano per noi gli antipodi della forza creativa, che gioca sull’equilibrio tra studio e intuizione.

Quali sono, invece, i tre dischi più importanti della vostra vita?
L: Radiohead – In Rainbows; SamueleBersani – Samuele Bersani; AIR – Moon Safari
A: Banco – Darwin; The Smiths – The queen is dead; Dream Theater – Scenes from a memory
Claudia: Beatles – Abbey Road; Joni Mitchell – Mingus; Muse – Origin of symmetry
David: Jethro Tull – Thick as a brick; Dream Theater – Scenes froma memory; Sigur Ros – Takk

Se la vostra musica avesse un colore, quale sarebbe?
A: Se dovessimo rispondere in chiave malinconica cantautorale sarebbe il grigio dell’asfalto delle strade che sono stati i primi palchi de La Scala Shepard; se dovessimo farlo in maniera indie diremmo “il giallo canarino perché è il colore di Titti e (con fare “idiotamente” malizioso) delle banane”; se ci chiamassimo “Squarter Vomito” diremmo il rosso. E’ difficile, devo dire…

E se vi dico futuro, cosa mi rispondete?
A: Stiamo ribaltando il tavolo. Rimettendo in discussione tutto. Cambiando gli ascolti e le esecuzioni. E questo inizierà ad essere visibile nei prossimi live. Ma è tutta una preparazione al prossimo lavoro che, finalmente, sarà registrato e composto con estrema calma. Evoluzione è la parola chiave, alla base della quale resta l’impatto, l’energia, il groove che hanno caratterizzato La Scala sin dai primi live.

La Scala Shepard:
Alberto Laruccia
(Voce, Chitarra Acustica, Chitarra Elettrica, Ukulele);
Claudia Nanni
(Voce, Synth);
David Guido Guerriero
(Batteria, Percussioni, Sound-Engineering);
Lorenzo “ElleBì” Berretti
(Basso, Tastiere, Percussioni, Synth, Glockenspiel, Voce)

 

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