Modena City Ramblers @ Zoom Music Club, Catanzaro – 15 aprile 2017

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Articolo di Iolanda Raffaele

Metti un sabato come tanti in un locale di provincia come molti, dentro e fuori si respira musica. La serata promette bene e due simpatiche band calabresi ne segnano l’apertura. Rompono il ghiaccio i giovanissimi Sebo con ritmi alternative rock, melodie aggressive, psichedeliche e una marcata vena cantautorale nelle liriche di Narciso, Cambia, La brutta copia di me, tratti dall’ep Ombre.
Dopo di loro il vento trascina con sé lo ska, il reggae e il soul dei Bruno and the Souldiers. Il tono è più maturo, la grinta è tanta. Trascinati dal frontman Bruno Pittelli, regalano pezzi dell’ep Nothing to lose come Venice, Sunny Afternoon, Feeling of creations ed alcuni omaggi musicali al grande Jimmy Hendrix.

Tutto sembra normale, se non fosse che in un 15 aprile da ricordare allo Zoom Music Club di Catanzaro mettono mani e radici loro: i Modena City Ramblers.
Kilt scozzese per Davide Morandi (Dudù) e Francesco D’Aniello, stile più sobrio per Massimo ‘Ice’ Ghiacci, Francesco ‘Fry’ Moneti, Luca Serio Bertolini, Roberto Zeno, Leonardo Sgavetti, ma per ognuno certamente tanta esperienza.
Fa tappa in Calabria, dunque, il Mani come rami tour 2017, con una valigia piena di tante cose da dire e raccontare, per un’avventura nuova in cui coinvolgere tutti.
Voce, cori, basso, flauto, mandolino, fisarmonica, percussioni, chitarra elettrica e acustica, tin whistle, bouzuki, banjo, piano, organo, batteria sono i compagni di viaggio con cui la storica band modenese, dopo quattro anni dall’ultimo disco, torna con “Mani come rami, ai piedi radici”, uscito il 10 marzo per l’omonima etichetta Modena City Records.


È un titolo significativo, per niente qualunquista, che rispecchia la band, il suo modo di intendere la vita privata ed artistica, espressione di una personalità forte che resiste e persiste, quasi come una seconda pelle. E’un intreccio di rami e mani che cercano, comprendono, accolgono, di piedi e radici che non perdono stabilità e che, pur mutando la forma, continuano a sostenere. D’altra parte i MCR sono esattamente così: conoscitori e intraprendenti sperimentatori, cucitori di linguaggi e stili, solidi, compatti, ancora dopo tanto tempo.
Inizia il concerto e da sotto il palco dello Zoom Music Club si colgono tutti i dettagli, l’energia, il sapiente polistrumentismo, il dinamismo e la capacità di interagire con ogni tipo di pubblico in modo vitale.

È un’esibizione tra vecchio e nuovo, uno spaziare tra un album e l’altro, una sorta di bilancio che non guarda troppo nostalgicamente indietro, ma vuole dare messaggi diversi e autentici. Se il passato è costituito da canzoni legate a fatti di cronaca ed eventi storici, il presente musicale è l’intimismo della band, la poesia e il dialetto, l’ironia, lo spagnolo e l’inglese.
Le emozioni arrivano fin da subito con la balcanica Ragas Pin De Stras, tratta dal nuovo album. Proseguono tra i suoni di chitarre e tin whistle con Occupy World Street da Niente di nuovo sul fronte occidentale (2013) e le note di Viva la vida da ¡Viva la vida, muera la muerte! (2004).
Il nuovo avanza sotto forma di vento di libertà in Volare controvento, con la sua leggerezza e allegria, mentre gli umori balcanici si mescolano alle armonie emiliane in Tri bicer e Grapa, contaminando anche Welcome to Tirana.
Andamenti spagnoli e balcanici segnano El Senor T- Rex, l’immagine delle mani e dei rami ritorna in Mani in tasca, rami nel bosco che rievoca lo stile delle ballate.

Si cammina nel passato con Clan banlieue, tratto da La grande famiglia (1996) e con Marcia balcanica, dall’album Terra e libertà (1997).
Continuando sulla scia di quest’ultima pubblicazione, i MCR propongono Il Ritorno di Paddy Garcia, personaggio – incrocio tra l’Irlanda e l’America Latina, scandendo in questo modo anche il loro ritorno, il loro essere rivoluzionari e forieri della canzone battagliera ed impegnata, e Transamerika.
Se “gli anni passano, i miti invecchiano, i muri sono crollati”, le parole “esta noche por la calle suena mi tambor” riportano a Il ballo di Aureliano, mentre la cultura e la memoria arrivano tra musica e scrittura con Cent’anni di solitudine, un dialogo in note con l’omonimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez.

Dell’album ¡Viva la vida, muera la muerte! regalano anche la suggestiva perla nera Ebano e I Cento Passi, una delle tracce indubbiamente più scolpite nella testa e nel cuore di tutti.
Questa canzone infiamma, abbraccia, unisce, in una sequenza infinita di stati d’animo. Subito dopo cede il passo a Oltre il ponte, tratta da Appunti Partigiani (2005). E’ un brano di particolare fattura, scritto da Italo Calvino, musicato da Sergio Liberovici e riproposto dai MCR insieme a Moni Ovadia con la musica tradizionale irlandese da base. Di rilievo anche Per i morti di Reggio Emilia, del cantautore Fausto Amodei, ma incisa in Tracce clandestine dalla band modenese.


Non sbagliano neanche un colpo, cantano insieme ad un pubblico preparatissimo Pasta Nera, del citato Niente di nuovo sul fronte occidentale e Mia dolce rivoluzionaria, tratta da Dopo il lungo inverno (2006).
Bella Ciao e Contessa sono l’occasione per spolverare l’album Combact Folk (1993). Sul finire attimi di suspense e poi il congedo con Quacet Putein del nuovo disco, un adagio leggero, quasi una ninna nanna atipica e un saluto alla gente presente.
Termina così un concerto con la C maiuscola, un qualcosa di più della semplice performance perché abbina contemporaneamente qualità e quantità. È la messa in scena attraverso le canzoni della storia di una band attiva dal 1991, che riesce sempre a sorprendere e non si risparmia davanti ai suoi fans.

Delle altre canzoni dell’album Mani come rami, ai piedi radici, che non abbiamo ascoltato, vi diciamo giusto qualcosa per incuriosirvi, sicuri che non perderete l’occasione di divorarlo tutto.
My Ghost Town, ballata in inglese che congiunge atmosfere morriconiane con ritmi celtici e tzigani, è l’eccezione del percorso in solitario di questo album, per la collaborazione con la band americana Calexico, che ne ha registrato alcune parti con Joey Burns (voce e chitarra elettrica), John Convertino (batteria), Jacob Valenzuela (tromba). Testi ricercati e ballate animano A un passo verso il cielo e Grande fiume, mentre tra Mediterraneo e Irlanda vola Angelo del mattino.
Ricordi, amore, sogni, avventura scrivono come una penna il testo di Gaucho, io e te. Insolita è la domanda in Sogneremo pecore elettriche?, che riprende in parte nel titolo il libro dello scrittore statunitense Philip Dick.
Figli del nostro tempo e non eroi, davanti ad un bivio, il dubbio è restare umani o sognare pecore elettriche in questo finto reame…

Photo Credits: Serena Leone

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