Batti 5: 5 domande in 5 minuti – Es Nova

Postato il Aggiornato il

Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

Intervista di E. Joshin Galani

Chiudi gli occhi e sogna nella realtà: ecco gli Es Nova. Un disco Hyperestasy che basterebbe a se stesso, ma gli Es Nova fanno molto di più.

Un progetto musicale che dal vivo dialoga con la pittura, il gesto improvvisato che nasce dalle evocazioni musicali. Il qui e ora che fluttua nelle note e nel gesto, per un’esperienza totale dei sensi.

– Dovendo spiegare all’uomo comune cosa fate musicalmente, cercando una spiegazione per sottrazione, come vi presentereste?

Direi come un gruppo che fa musica estemporanea, o, usando altre etichette, musica intuitiva. Comunichiamo le nostre intuizioni, riformulandole attraverso la musica; riascoltandole, le rapportiamo alle immagini che questa evoca, a qualcosa di definito come potrebbe essere una vicenda, un fatto, uno stato d’animo, una storia e così via. E’ allo stesso tempo un’educazione e una disciplina del pensiero, del sentire, dello stare in gruppo, un aver cura della comunicazione e della relazione che c’è fra i membri del gruppo, lo staff, i collaboratori e il pubblico.

– Le vostre musiche accompagnano arti visive, trovo il loro effetto adatto anche ad “uso personale” per quietare la mente, avete considerato anche questa valenza?

Senz’altro sì, e non dico che non sia una delle sfide di questo genere di progetto. Ci sono tanti riferimenti e tanti modi dell’ascoltare e del produrre musica, compreso quello, come dici tu, di poter mettere ordine e respiro nella mente di chi lo ascolta. Le forme, i ritmi, le scansioni e la distribuzione dinamica degli elementi in gioco hanno senza dubbio un potere di cambiamento o di riconfigurazione delle strutture esistenti. Ognuno può sentire e ricostruire il musicale in modo del tutto particolare e soggettivo, specialmente quando si tratta di estetiche astratte e aperte.

– Perché Hyperestasy?

Hyperestasy ha molti significati: dall’estrema sensibilizzazione della percezione, che perciò è, in metafora, una percezione più acuita del suono e dei processi interni gruppo, fino all’idea del viaggio estatico, viaggio dell’anima, che attraversa la dissolvenza delle vecchie forme, arrivando ad un culmine, che spesso coincide con un’idea o una nuova rivelazione. Non ci sono schemi, né imposizioni, né concetti in Hyperestasy, solo il lasciar fluire le cose così come accadono. E’ un percorso interiore vicino ad alcuni momenti che si possono sperimentare in psicoanalisi. Autori come Bion e Facchinelli, ma anche  Lacan, Matte Blanco, Bollas, consentono di pensare che anche questo genere di litorali dell’esperienza siano tutt’altro che lasciati al caso o a derive new age prive di costrutto. Si tratta in sostanza di arrivare ad uno stato, cercarlo, e da lì iniziare a lasciare spazio al musicale, portalo a compimento e lasciarlo andare.

– Da dove arrivano gli stimoli artistici musicali delle vostre performance, dalla strada, dalla ricerca, dall’improvvisazione, dalla realtà o dal sogno?

Direi da tutte queste cose, forse meno dalla strada e più dal sogno, in ogni caso da uno scenario “altro”, a volte perturbante a volte no, ma comunque connesso a qualcosa di permanente. Senz’altro poi, dal surrealismo e dall’espressionismo in pittura, dalla psicoanalisi, dal futurismo, da Stockhausen, Nono, Davis, Fluxus, GINC, dalla ricerca in vari campi, compresi la musicoterapia e la chirofonetica. Credo comunque che il punto chiave sia il gruppo quale sintesi delle varie prospettive, il campo interpersonale che si crea, la risonanza, l’informazione musicale che il gruppo permette di far circolare più o meno liberamente, dai dialoghi sommersi, da tutto il mare delle nostre alterità interiori, delle nostre potenzialità inespresse, dai limiti che si spezzano e si riformano, dall’angoscia che a volte emerge dal fare musica estemporanea, dai mondi che sono qui insieme a noi e che possono essere espressi nel musicale. Ci sono molti luoghi di esplorazione che possono essere vissuti musicalmente. Il nostro mondo soggettivo è quanto mai ricco e occorre esplorarlo con strumenti che consentano di ricavarne un senso, di pienezza, di ricchezza, ma anche di svuotamento, che poi possa essere espresso. Non crediamo ci siano soltanto la frantumazione e il disgregamento figli del nichilismo e della virtualizzazione che oggi sembrano andare per la maggiore. C’è tanto altro, e di enorme ricchezza; occorre però impegnarsi ogni giorno per poterlo ri-trovare, portandolo alla luce al di là delle nebbie e delle paure che oggi stiamo vivendo.

– In un momento in cui pullulano artisti di ogni tipo, spesso negati vocalmente, è un bel regalo ascoltare la voce di Erica. Alcuni passaggi vocali mi ricordano Lisa Gerrard, altre tecniche si rifanno anche agli armonici di Tuva, qual è stato il tuo percorso di formazione vocale?

Il mio percorso è stato ed è tutt’ora una continua ricerca in quella che si può definire la scuola del disvelamento della voce. L’atto improvvisativo nel mio lavoro di performer è sperimentare l’immersione nella forza evocativa del fonema, al di là del senso concettuale ed estetico della parola che alle volte atrofizza la potenzialità espressiva del suono umano.

 

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