R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Il viandante raffigurato sulla copertina dell’ultimo album Where it all Returns sembra simbolicamente rappresentare il contraltista siciliano Francesco Cafiso, tuttora impegnato in un lungo cammino evolutivo. Probabilmente egli non ha ancora in vista ciò che sta cercando ma, come si è soliti affermare, spesso è più importante il viaggio che non la meta in sé. Un certo alone intimista, quasi romantico, ben percepibile sotto la forma evoluta e contemporanea della sua musica, ha avvolto l’Autore sin dai tempi di Contemplation (2015) e Irene of Boston (2020) – leggi qui – e per qualche motivo profondo che solo lui conosce, ancora lo sta accompagnando. Del resto, l’album di standard uscito nel 2025 e registrato a New York From Then Till When con musicisti americani durante il suo recente viaggio negli States, si può leggere quasi come una parentesi defatigante. Un ottimo, immagino entusiasmante esercizio ma messo in opera prima di tornare ad affrontare la prova più impegnativa di questo nuovo album, insieme alla London Symphony Orchestra, come ai tempi di Irene... È pur vero che Where It All Returns è un lavoro che affonda le proprie radici nell’esperienza americana dell’Autore maturata durante un percorso affinante alla Juilliard School di New York, ma è soprattutto certo che quest’opera trovi il proprio senso nella memoria della Sicilia e nella relazione profonda con il mare che lo stesso Cafiso sembra dimostrare.

È come se la distanza geografica avesse impegnato lo sguardo dell’autore, trasformando quel po’ di nostalgia in materia compositiva. Prodotto tra Londra e il Tube Recording Studio vicino a Roma, l’album è stato realizzato insieme a Mario Schiavone al pianoforte, Marcus Gilmore alla batteria – leggi qui – e Gabriele Evangelista al contrabbasso – leggi qui – con la London Symphony Orchestra diretta da Tom Richards. Questo lavoro sembra configurarsi come un racconto globale, un insieme di istanti percettivi che si legano tra loro come capitoli di un’unica narrazione. Le sette composizioni non funzionano infatti come episodi autonomi. Costituiscono piuttosto un organismo unitario, nel quale ogni brano prepara il successivo e ne custodisce le premesse. L’ascolto restituisce la sensazione dell’attraversamento di un paesaggio interiore costruito su rimandi, echi e trasformazioni interiori progressive. Il titolo suggerisce in effetti un ritorno, ma sarebbe riduttivo interpretarlo come un semplice recupero del passato. Qui il tornare assume valore di topos letterario, un movimento ciclico nel quale ogni esperienza viene riconquistata e rivisitata attraverso mutazioni di stati d’animo. I materiali tematici riemergono con nuove prospettive, si rifrangono in altre forme, cambiano continuamente pur conservando la memoria della loro origine. Si percepiscono autentiche geometrie circolari, dove la scrittura procede per richiami e metamorfosi anziché per sviluppo lineare. Sul piano sonoro colpisce anzitutto la scelta di evitare qualsiasi ridondanza spettacolare. Non ci sono molti momenti di particolare effervescenza sonora, Cafiso sembra preferire una scrittura fondata sull’equilibrio, sulla misura e sulla capacità di relazione tra la struttura orchestrale ed il suo quartetto. L’impressione è quella di un’assenza di metronomia, intesa come emancipazione dalla sua rigidità, lasciando che i fraseggi di sax si muovano con naturalezza insieme alla L.S.O. che non svolge quindi un semplice ruolo decorativo. Le orchestrazioni dialogano con il sassofono in maniera organica, come se il timbro solistico e quello sinfonico appartenessero a un unico campo sonoro. Gli archi costruiscono una trama mobile, attraversata da continue sfumature, mentre il quartetto jazz mantiene intatta la propria identità improvvisativa. Il tutto modifica continuamente la prospettiva dell’ascoltatore senza peraltro destabilizzarlo. Quando emergono passaggi più lirici, ad esempio in Yearning Wings, Cafiso evita di concedere spazi al sentimentalismo. Le melodie sembrano così sospendersi in una dimensione rarefatta, quasi fossero immagini appena accennate che emergono dalla memoria più che dalla descrizione diretta. La libertà espressiva nasce proprio dalla piena padronanza della forma e ogni intervento solistico di Cafiso sembra confermare come l’architettura orchestrale sia stata concepita per procedere insieme al sassofono. È una visione del jazz nella quale disciplina e spontaneità convivono senza contraddirsi. Volendo poi condurre un’analisi critica stricto sensu, si potrebbe osservare come la ricerca di una costante omogeneità timbrica riduca deliberatamente il peso del contrasto drammatico. Tuttavia sarebbe un’obiezione soltanto superficiale. L’intenzione dell’autore, credo, non consiste tanto nel costruire una successione di climax, quanto quella di sviluppare una sottile, sotterranea e continua tensione interiore.
Per comprendere meglio quanto appena sottolineato, l’ascolto del primo brano dell’album, Cartographers of the Soul, può essere realmente indicativo. Un inizio esclusivamente orchestrale, con il sax quasi nascosto tra legni, vibrafoni ed archi, mostra un certo sussiego nello sciorinare il proprio lessico ma con pianoforte e ritmica comunque ben avvertibili. L’integrazione tra l’assetto orchestrale ed il quartetto è perfetta e l’apparizione del contralto dell’Autore avviene quasi di soppiatto, con note morbide e circostanziate. Il brano mostra una tenerezza un po’ ruvida, dove estemporanee melodie s’accavallano e si scambiano di ruolo. Ma al minuto 03’25” la voce del sax pare irrompere con un senso inquieto e sotterraneo, con una serie di fraseggi, inizialmente supportati solo dal resto della band. Poi riappare l’orchestra ed il ritmo diventa quasi funky, per rituffarsi e disperdersi verso la parte finale nel grande mare sinfonico. È una cosa strana ed emozionante, innanzitutto per la bellezza degli arrangiamenti, poi per i toni che mescolano blues con armonie jazz che mi hanno ricordato le elaborazioni di Gil Evans o quelle più contemporanee di Dino Betti Van Der Noot – leggi qui.

The Essence of a Poem mostra una costruzione ancor più all’avanguardia, con arrangiamenti d’archi e legni molto sofisticati e, almeno in un primo momento, la traccia sembra quasi costituire il naturale scivolamento del brano precedente. Il contralto di Cafiso canta letteralmente un proprio swing asimmetrico, con archi morbidi di sottofondo, accordi chiari di pianoforte ed una ritmica sempre ben presente ma non invasiva. È un sax pensoso, riflessivo, espressivo con inflessioni malinconiche di base. Un intervento dalle sfumature romantiche di pianoforte, quasi in assolo nella seconda metà del brano, riallaccia il profondo, strutturale legame tra quartetto ed orchestra. Yearning Wings sembra inizialmente rispettare il clima creatosi fin qui, tanto che idealmente si fa ricollegare facilmente ai due brani che l’hanno preceduto, sebbene l’atmosfera generale si faccia un poco più misteriosa. In un preludio tripudiante di legni e d’archi, con l’assenza manifesta della ritmica, emerge il sax dell’Autore che pare quasi sconfinare in una jazz ballad, tra morbidi fremiti di contrabbasso e di tamburi. Cafiso porta il suo malleabile strumento a sorreggere un finale tra note alte e ribattute del pianoforte e l’abbraccio discreto dell’orchestra. La sensazione è quella di lasciarsi andare, di fluttuare sulle ali della memoria o, come suggerisce il titolo, di un desiderio nascosto. Echoes of Qafiz è il brano che stacca maggiormente dal contesto fin qui eseguito, dove l’Autore recupera le sue radici jazzistiche un po’ parkeriane ed il contributo orchestrale si minimizza. Del resto, anche lo stesso titolo sembra un po’ autoreferenziale, dato che dal termine arabo Qafiz deriva appunto la parola siciliana cafiso che indica una certa misura per recipienti. La ritmica più incalzante sostiene il sax dell’Autore che, pur conservando una sonorità piuttosto morbida, accede ad una sequenza di fraseggi stretti in scioltezza. Forse lo stesso sax è stato sovrainciso in alcuni punti, soprattutto in un duetto che precede sul finale il breve assolo alla batteria di Gillmore. Light for the Other si apre con un modulato assolo di contrabbasso di Evangelista. Il discorso momentaneamente interrotto dal brano precedente, torna a riallacciarsi agli schemi orchestrali, recuperando l’affascinante ibrido tra il quartetto e la London Symphony. Siamo sempre in ambito concettualmente contemporaneo, anche se il rapporto tra gli elementi apre a tratti ad un divenire più enigmatico, tingendosi di colori più scuri. Risalta, tra tutto quanto, un altro buon assolo di Cafiso. Non si può essere indifferenti, inoltre, alla perfezione degli arrangiamenti, aurata come sempre da una leggera ma perturbata tensione interiore. Tarowean – “il giorno delle sorprese” che indica il primo novembre nelle esotiche isole Figi – si riallaccia alle tematiche di Corto Maltese, già sviluppate in Irene of Boston. La cubatura timbrica tra il sax e i legni che circondano il suono del contralto allude ad un qualche clima arcano che si stempera comunque con l’assolo di batteria di Gilmore. Da lì in poi il clima pare rasserenarsi per dare spazio al contralto, questa volta più luminoso e trillante rispetto al pezzo precedente. Finale sfumato che si spegne in lontananza. E si arriva così alla title track Where it all Returns. Il pianoforte del misurato Schiavone resta per un po’ di tempo l’unico elemento del quartetto ad interloquire con l’orchestra, fino a quando entrano la ritmica ed il sax di Cafiso. L’improvvisazione guadagna un po’ d’indipendenza rispetto alla scrittura ma sono solo momenti e dato che il titolo suggerisce di recarsi là dove tutto torna, la linea operativa del brano riprende la dimensione di struttura aperta ed interscambiabile tra quartetto ed orchestra.
Where It All Returns sembra sottrarsi deliberatamente alla logica dell’immediatezza. È un album che richiede tempo, disponibilità all’ascolto e una certa familiarità con la musica contemporanea. Non cerca l’episodio memorabile né l’effetto spettacolare, ma costruisce un lessico della permanenza, nel quale ogni elemento acquista valore soltanto se posto in relazione con tutti gli altri. Il virtuosismo di Cafiso pur sempre presente, rimane subordinato alla costruzione di un discorso musicale coerente che non intacca la visione olistica di questo progetto. C’è qualcosa in più, infatti, di una semplice somma delle parti. Se il cammino evocato dall’immagine di copertina possiede un significato simbolico, esso non coincide tanto con la ricerca di un approdo quanto con la consapevolezza che ogni punto d’arrivo genera inevitabilmente un nuovo punto di partenza. Per questa ragione il titolo dell’album finisce con l’assumere un valore quasi programmatico dove il ritorno non coincide con la ripetizione, ma con la possibilità di osservare lo stesso paesaggio da una prospettiva diversa. Francesco Cafiso sembra dunque delimitare uno spazio di riflessione musicale nel quale memoria, esperienza e immaginazione continuano a ridefinirsi reciprocamente. È un atteggiamento compositivo che evita ogni enfasi e che, proprio per questo, lascia aperta la possibilità di ulteriori sviluppi. Non un punto fermo, dunque, ma la tappa di un percorso artistico la cui direzione, almeno per ora, appare più interessante della sua destinazione.
Tracklist:
01. Cartographers of the Soul [7:43]
02. The Essence of a Poem [4:55]
03. Yearning Wings [4:28]
04. Echoes of Qafiz [3:12]
05. Light for the Other [5:15]
06. Tarowean [5:44]
07. Where It All Returns [5:22]
Photo 1 © Giovanni Robustelli






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