Daughter @ Teatro Romano, Verona – 4 settembre 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Rosy Dennetta

Non sembrano volersi fermare, i londinesi Daughter: “Not To Disappear”, il loro secondo album, è uscito a gennaio 2016.  Da allora sono stati quasi sempre in tour, prendendosi una pausa solo per comporre la colonna sonora di “Life is Strange: Before The Storm”, il nuovo episodio del famoso videogioco che è stato uno dei più grandi successi degli ultimi anni. “Music From Before The Storm”, disponibile da pochi giorni, pur tra alti e bassi e privo delle caratteristiche che lo rendano un vero e proprio disco della band, è comunque un lavoro che merita di essere ascoltato e meditato.

I tre, nel frattempo, non si sono fermati, hanno deciso di ripartire immediatamente per un nuovo giro di concerti. Caso più unico che raro, questa volta il nostro paese è stato fortemente privilegiato: delle poche e selezionate date europee che i nostri stanno tenendo prima di imbarcarsi per Stati Uniti e America Latina, ben tre si sono tenute in Italia. Tutti posti non molto usuali, ma altamente suggestivi, l’ideale per godersi al meglio una proposta musicale che ha bisogno di tempo, spazio e tranquillità per essere fruita al meglio.

Scartando Villa Torlonia, decisamente fuori mano, e avendo Sestri Levante e Verona più o meno alla stessa distanza, ho optato per quest’ultima: il Teatro Romano è un posto bellissimo, piccolo, raccolto, si sta seduti e si gode di un’ottima visuale da tutte le posizioni. Senza nulla togliere all’ex Convento dell’Annunziata, avevo voglia di vedere i Daughter in una situazione intima e riservata, dopo che lo scorso anno me li ero goduti molto, ma in contesti un po’ troppo affollati.

Si inizia presto, poco prima delle 21.30 ed è un pubblico di tutte le età e di tutti i tipi, quello che saluta applaudendo l’ingresso sul palco dei quattro musicisti (dal vivo c’è infatti anche una ragazza che suona di volta in volta basso, chitarra e tastiera). Ci sono anche tanti giovani, a testimonianza che una band come la loro, al di là dell’età dei suoi membri, possiede le qualità giuste per piacere anche ad una tipologia di pubblico che, anno dopo anno, si sta sempre più allontanando dal mondo del Rock.

Piuttosto, fa male notare le non poche sedie rimaste libere in platea, oltre ad una gradinata non numerata che non è gremita come ci si aspetterebbe. Va bene, Verona non è dietro l’angolo, sappiamo che da quelle parti gli appassionati di certe sonorità sono molto meno che a Milano e dintorni, ci sono altre due date in programma, hanno già suonato in Italia la scorsa estate… tutte ragioni valide, però non abbastanza da giustificare che un posto così piccolo (neanche duemila posti), non sia stato riempito del tutto.

Il telone sullo sfondo a raffigurare la copertina di “Not To Disappear” e la setlist fortemente incentrata su quel disco, fa capire che, nonostante ci sia fuori un nuovo lavoro, i Daughter stanno ancora portando in giro il vecchio spettacolo. In effetti, nessuno dei brani di “Music From The Storm” è stato eseguito, neppure il singolo “Burn It Down”, che pure i fan dovrebbero avere metabolizzato a dovere, ormai.
Poco male, perché non è che il repertorio scarseggi: si inizia con “New Ways” e in rapida successione arriva un terzetto di pezzi recenti come “How”, “Numbers” e “Alone/With You”, ormai colonne portanti del live show dei britannici.

La resa sonora è ottima, però con una leggera saturazione sui bassi, complice anche il fatto che i nostri, con scelta comprensibile, ma non sempre azzeccata, hanno deciso di aggiungere elettricità a molti degli episodi proposti, inserendo ritmiche di chitarra più robuste, effetti vari e inspessendo le parti di batteria. Soprattutto “Alone/With You” presenta molta più elettronica nel suo arrangiamento e nel finale viene abbellita con una coda elettrica piuttosto energica.

Igor Haefeli lo lascia capire ad un certo punto quando dice: “È un po’ strano vedervi tutti lì seduti, mentre noi siamo qui a suonare. È un po’ come essere a teatro, anche se non so bene se si tratti di una commedia o di una tragedia!”. Il pubblico, da parte sua, appare rilassato ma anche coinvolto, almeno la maggior parte, tanto che quando parte “No Care” e la band invita ad alzarsi, lo fanno tutti più che volentieri, per muoversi al ritmo di uno dei pezzi più tirati del repertorio dei Daughter.

Sarà forse una mia impressione, ma è stato uno show complessivamente più d’impatto dei precedenti a cui ho assistito. È stato come se avessero voluto lasciare per un attimo da parte i suoni Dreamy Folk, le suggestioni malinconiche per cui sono diventati famosi, in favore di un approccio più spontaneo e “distorto” dei brani. Un qualcosa che, pensandoci, era già presente su “Not To Disappear”, che per buona parte vive di atmosfere molto diverse dal precedente; eppure, questa sera è apparso più evidente, specie nel singolo “Doing The Right Thing”, suonato a velocità più sostenuta e con la presenza di tre chitarre. Un trattamento non dissimile hanno ricevuto due pezzi vecchi come “Tomorrow” e “Winter”, leggermente più riempiti in fase di arrangiamento.
Ecco, considerato che le frequenze basse non hanno funzionato benissimo, nei momenti in cui i quattro spingevano di più, la magia si è un po’ persa, per brevi tratti l’insieme è apparso un po’ confuso.

Sono dettagli, però. Il gruppo era in gran forma, la voce di Elena Tonra come sempre calda, carismatica, piena di sfumature, il suo approccio alle canzoni malinconico, inframmezzato con la felicità sincera e leggermente imbarazzata con cui rispondeva all’entusiasmo del pubblico, provando a pronunciare qualche parola in italiano. Dall’altra parte, il chitarrista Igor Haefeli, strumentista preparato e dal grande gusto, con un tocco sempre entusiasmante, mai banale, indispensabile per decidere di volta in volta la modalità di costruzione dei brani. A conti fatti, i Daughter sono questo, l’interazione indispensabile tra questi due elementi, la bellezza della voce e la lineare ricercatezza delle parti chitarristiche. Il resto, il batterista Remi Aguilella e la tastierista/bassista nelle retrovie, fungono più che altro da utile contorno.

Stupisce ed emoziona l’esecuzione di “Mothers”, uno di quei brani che fanno raramente e che probabilmente questa sera è stato inserito visto che di tempo ne avevano in abbondanza, essendo l’unico act in cartellone. Stessa cosa per “Love”, sorprendente ripescaggio dal primissimo “The Wild Youth EP” (“Questa è una canzone molto vecchia” ha detto Elena in italiano, prima di suonarla), con Igor che suona la chitarra con un archetto di violino e ne tira fuori un suono cupo, quasi Wave.
Molto bella e altrettanto inusuale “To Belong”, una delle interpretazioni vocali più intense della serata, inarrivabile per sofferta espressività.

L’ultima parte del concerto è tutta dedicata a “If You Leave”: si parte con una “Human” come di consueto molto più ruvida che nella sua versione originale, poi la classica “Youth”, che è anche l’unico pezzo dove si sente il singalong del pubblico e anche quello che è accolto col maggior carico di entusiasmo. L’impressione che in molti conoscessero solo questa è, ahimè, piuttosto fondata.

“Smother” e “Shallows” costituiscono come sempre il solito momento di perfezione assoluta, commoventi nella loro malinconica semplicità. A quasi due anni di distanza mi trovo costretto ad ammetterlo: il disco d’esordio dei Daughter è al momento ancora il migliore della loro ancora piccola discografia. Fare di meglio in futuro, per quanto siano bravi, non sarà facile.
“Shallows” viene impreziosita da un lungo finale in Fade, l’ideale per chiudere il set regolare e per valorizzare al meglio la capacità dei nostri di creare ambientazioni sonore suggestive utilizzando pochissimi ingredienti.

I quattro partono immediatamente con i bis, si mostrano sinceramente contenti per l’affetto ricevuto. Elena ringrazia nuovamente, racconta di avere passato una bella giornata a spasso per Verona e, ovviamente, ci fa sapere di avere visto il famoso balcone di Giulietta (dopo tutto sono inglesi, se non lo conoscono loro, Shakespeare…).
E quindi, forti di tutta questa gratitudine, ecco l’ennesimo regalo ai presenti: una “Medicine” bellissima, anche questa dal primo EP, anche questa suonata molto raramente negli ultimi tempi (“Spero di ricordarmela!” dice la cantante per mettere le mani avanti).

Siamo alla fine. Come da copione, ecco l’esplosione elettrica di “Fossa”, con un lungo finale elettrico in crescendo, il pubblico nuovamente in piedi a muoversi e a battere le mani.
Pur con i difetti di cui si diceva, è stato un grandissimo concerto, con una band che è apparsa perfettamente rilassata, in un contesto migliore per poter esprimersi al meglio, di quanto non fossero i Festival che hanno girato l’estate scorsa.
Non resta molto da fare, adesso: ascoltare la loro colonna sonora e attendere pazientemente il nuovo disco…

 

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