Lalli, Stefano Risso – Una chiacchierata a ruota libera sul nuovo disco e tanto altro…

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Intervista di Gabriele Gatto

Se si dovessero citare tre gruppi che hanno rappresentato l’ala musicale più “alternativa” degli anni Ottanta in Italia, probabilmente non ci sarebbero dubbi. In primis ci sarebbero i CCCP, poi i Diaframma di Miro Sassolini e Federico Fiumani ed infine i Franti di Lalli e Stefano Giaccone. Tuttavia, se i primi sono unanimemente considerati dei capiscuola e, nella loro successiva incarnazione come CSI, hanno raggiunto perfino il numero uno in hit parade e se i secondi hanno tuttora un cospicuo seguito di culto, i torinesi Franti sono sempre rimasti un gioiello nascosto.

Erano i più radicali nel rifiutare le regole del mercato, alle quali non hanno mai voluto sottostare, e hanno avuto una distribuzione ai limiti della clandestinità. Sospesi fra lotta politica, rabbia e poesia pura, la loro musica era lontana da ogni tipo di schema, mischiava punk, folk, jazz e schegge poetiche. I Franti erano politicamente impegnati ma mai inquadrabili nella militanza, erano a tratti rabbiosi ma affondavano le loro radici della poesia visionaria. Un disco come Il giardino delle quindici pietre è ancora oggi uno dei dischi più potenti degli anni Ottanta. La loro cantante e autrice di molti dei testi del gruppo, Lalli, ha poi proseguito la propria attività prima con gruppi figli dei Franti (Environs, Orsi Lucille e soprattutto Ishi), sempre con una distribuzione frammentaria, e poi da solista. Nei vent’anni trascorsi fra Tempo di vento, del 1998 ci sono stati un EP (Fra le dune di qui), il meraviglioso All’improvviso, nella mia stanza, uno dei dischi più belli mai pubblicati in Italia ed il successivo Élia, entrambi votati ad un raffinato suono elettroacustico, con canzoni profonde e riflessive. Poi, un disco dal vivo, registrato nel 2007 ma pubblicato solo nel 2012, Élia in concerto, a confermare lo splendore delle canzoni di Lalli e del progetto iniziato con All’improvviso, nella mia stanza ed un lungo silenzio, rotto (finalmente) da Un tempo, appena, un disco a due mani che vede coinvolti Lalli ed il contrabbassista Stefano Risso, con lei nei due lavori precedenti.

Pubblicato prima in vinile in sole cento copie, andate esaurite, e ora anche in cd, Un tempo, appena è un disco spiazzante, complesso ed affascinante, un lavoro che ha bisogno di tempo e pazienza per essere assimilato da chi lo ascolta – come, d’altronde, tutti i lavori di Lalli – ma che entra a poco a poco, goccia a goccia. Otto canzoni originali, tre cover di cui una dal vivo (Neil Young, Husker Du e Boris Vian) e due remix, con la meravigliosa voce della cantante che si dipana sul tessuto cucito da Stefano Risso filtrando elettronicamente il contrabbasso fino a renderlo irriconoscibile e stratificando traccia su traccia. Un lavoro certosino, che crea una sorta di effetto contrasto fra le melodie e l’accompagnamento strumentale, il cui primo impatto non è affatto semplice da affrontare. Poi, poco a poco, procedendo con gli ascolti, le canzoni di Un tempo, appena si svelano nella loro lenta bellezza. Canzoni come Un bacio nel sogno, Nuvole di passaggio, Il mio cinema sono fatte di memoria, di ricordi, di immagini sospese. A tratti ci sono echi di guerra (Radio Londra, Piccolo soldato) ad incombere, mentre altrove è la poetica della nostalgia a prendere il sopravvento (La promessa).

Abbiamo incontrato Lalli e Stefano Risso, per ripercorrere la parabola artistica della cantante e per farci raccontare la genesi del nuovo lavoro. Parlare con Lalli e con Stefano Risso è una grande avventura. Si parte dalla passione per il calcio di Lalli, grande tifosa granata, che racconta di Meroni, di Sivori e di quella volta che suo padre, tifoso juventino, andò a murare l’ingresso del campo Combi, dove la Juventus si allenava, per protesta contro Heriberto Herrera, che non faceva giocare il campione argentino, si parla di politica, si parla soprattutto di musica, di Coltrane, di Nico, di Miguel Acosta, dei Franti, in un discorso a ruota libera. Val la pena

La musica dei Franti è stata un unicum, nell’Italia degli anni Ottanta. Eravate un gruppo molto schierato politicamente, eppure allo stesso tempo, a riascoltare oggi le vostre canzoni, c’era molta più poesia che militanza…

Lalli – Quegli anni avevano bisogno di musica. C’era bisogno di dare una forma espressiva a quello che Pavese chiamava “il mestiere duro di vivere”. Era un momento di riflusso: dopo le lotte degli anni Settanta lo Stato aveva vinto su tutta la linea e tuttavia la necessità di esprimersi non era stata ancora del tutto sedata. A molti faceva comodo che il disagio sociale venisse inquadrato solo ed esclusivamente dentro la lotta politica. Franti, invece, era l’espressione di una urgenza poetica. A un certo punto, chi ha avuto l’egemonia culturale sulla città di Torino ha voluto che venisse a mancare un punto di contatto fra i vari mondi poetici, ha fatto in modo che mancasse un tessuto sociale ed artistico per fare della musica un lavoro. Così, arrivati ad una certa età, per noi diventava difficile dare una priorità alla nostra poetica, a fronte del fatto che in qualche modo dovevamo sopravvivere, dovevamo mangiare.

Stefano Risso – Tutto ciò che era movimento, tutto ciò che era politica, in quegli anni ha letteralmente massacrato ciò che era poetica, ciò che era arte, ciò che era musica. A un certo punto è diventato impossibile portare avanti un discorso poetico anche e soprattutto all’interno di quei luoghi “altri”, “alternativi”, che sarebbero dovuti essere i luoghi ideali per quelle esperienze.

Lalli – È vero. Per fare un esempio, con gli Ishi (uno dei progetti nati dalle ceneri dei Franti, forse quello più “cantautorale” e vicino alla successiva carriera solista di Lalli – N.d.R.) non ho mai suonato al Paso, all’epoca il più importante centro sociale torinese, se non una volta sola, facendo oltretutto una lunga trafila. Il paradosso era che noi frequentavamo quel posto, lo utilizzavamo per provare con il gruppo, eppure non eravamo riconosciuti come espressione di quel posto.

Dopo l’esperienza dei Franti (e dei suoi figli, Environs, Orsi Lucille e Ishi) c’è stato un lungo periodo di silenzio, che ha portato a Tempo di vento, il primo album solista. Com’è stato quel percorso?

Lalli – Con Tempo di Vento, ho avuto bisogno di parlare dei dieci anni del mio silenzio. Era un disco fatto di canzoni con testi a volte un po’ scombiccherati, che però all’epoca mi era servito per esprimere quello che avevo dentro di me. Nessuno voleva pubblicarlo: solo Il Manifesto ha voluto stamparlo. Andai a Roma dall’allora direttore del quotidiano che fu entusiasta del disco. E, grazie anche al fatto che il cd fu distribuito nelle edicole, arrivò a vendere 10.000 copie. Dopo è venuto il pezzo Testa Storta, per il film di Mimmo Calopresti “Preferisco il rumore del mare”, che ha segnato l’inizio della collaborazione con il chitarrista Pietro Salizzoni. Da quel brano è nato un nuovo progetto, musicalmente diverso da quanto avevo fatto in passato, che mi ha portato su sentieri diversi da quello del rock.

Dopo Tempo di vento, All’improvviso nella mia stanza ha segnato effettivamente un cambio di passo. All’improvviso ed Élia sono due dischi bellissimi, intimi, che però richiedono molta pazienza per essere veramente apprezzati…

Lalli – Noi non siamo persone da “primo impatto”. Se hai tempo, ci siamo ma, se voi consumare tutto subito, con noi non puoi farlo.

Stefano Risso: Anzi, in questo momento di consumo veloce, la nostra musica è un vero e proprio atto politico.

Lalli – L’intimità di quei dischi è dovuta anche all’incontro con Pietro Salizzoni, che mi ha riportato a lavorare in una dimensione di “casa”. I dischi di Franti non li ascolto quasi mai, mentre All’improvviso nella mia stanza ed Élia sono dischi che amo riascoltare per rivivere i momenti in cui sono stati registrati. Arrivo perfino a ricordarmi e a ripensare a quali scarpe avevo mentre registravo…

Nel disco dal vivo pubblicato nel 2012, ci sono due cover lontanissime l’una dall’altra: Afraid di Nico e Yo vengo a ofrecer mi corazòn di Mercedes Sosa. Come coesistono, nella tua sensibilità, mondi così lontani?

Lalli – In realtà sono due filoni paralleli, legati alla mia esistenza. A Nico sono molto legata, non tanto per il suo disco coi Velvet Underground quanto per i suoi lavori solisti. L’ho vista due volte dal vivo ed entrambe le volte diede il meglio nei momenti in cui era da sola sul palco e si accompagnava con l’harmonium. L’ho sempre sentita profondamente vicina a me.

Mercedes Sosa, invece, l’ho conosciuta tramite Miguel Acosta, un musicista argentino che conobbi quando si rifugiò in Italia per sfuggire alla dittatura. Dall’incontro con lui, dai suoi racconti, dalla musica di Mercedes Sosa nacque anche la canzone Aria di Buenos Aires, registrata su Tempo di vento ma che nella versione dal vivo di Élia in concerto trovava la sua dimensione migliore. Quella canzone la portai ad una delle madri di Plaza de Mayo che, ascoltandola, si mise a piangere…

Da Élia ad oggi sono passati più di dieci anni. Cos’è successo in questo lungo periodo di silenzio?

Lalli – Da qualche anno, Pietro Salizzoni si è trasferito stabilmente a Lione ed è diventato difficile elaborare un progetto in comune. Con Stefano, il progetto era in bozza da qualche anno. Poi, però, ho avuto dei problemi di salute, sono andata a vivere per qualche tempo in Toscana e ci siamo fermati per un po’. In più, ci abbiamo messo i nostri soliti tempi geologici…

Stefano Risso – Ci abbiamo messo cinque anni per costruire queste canzoni. Proprio per questa ragione, il disco non è un disco immediato ed ha bisogno di un certo tempo di ascolto. Proprio il tempo di gestazione ha imposto una certa cura del dettaglio: la conseguenza è che certi dettagli emergono solo al decimo ascolto. L’idea del disco è stata quella di partire, elaborandola, da una traccia di contrabbasso di un pezzo di T.R.E., uno dei miei progetti. Da lì, ho usato l’elettronica per elaborare i suoni acustici del mio contrabbasso, fino a formare una nuova tessitura che con la linea originale non aveva più quasi nulla a che fare.

Lalli – Sul tempo di sedimentazione, quel tempo è un tempo in cui cambia anche il modo di rapportarti alle parole che stai cantando. Il trascorrere del tempo fa sì che cambi anche il modo di rapportarsi con se stessi. Così, ho cambiato il modo di scrivere. Inconsapevolmente, ho dato priorità ad una forma poetica più “di getto” che ragionata. Ne è un esempio sintomatico La Promessa. Stefano mi ha mandato il pezzo ed in una notte ne ho scritto il testo. Poi, rileggendola, qualche cosa avrei anche potuto cambiarla. Però ho deciso di lasciarla così.

Il mio cinema, invece, in cui abbiamo inserito anche un piccolo omaggio a Johnny Cash, è un ricordo. Il mio cinema era un vero cinema, l’Eridano, in Corso Casale, di cui non ci sono nemmeno più i muri. Quando ero ragazzina, col mio fidanzato del tempo, ci andavamo tutti i giorni o quasi. Costava trecentocinquanta lire…

In Un tempo, appena si sentono fortissimi anche gli echi della guerra…

Lalli – In questi tempi, ho la percezione che la guerra sia vicinissima a noi. In forme diverse e sottili, la guerra dirige la nostra società. Basta pensare alla guerra dei migranti. Questa percezione si è trasfusa nei testi di queste canzoni.

Stefano Risso – A tratti, i testi sembrano quasi mitteleuropei…

Lalli – Forse sì, forse sì. Prendi Piccolo soldato: quella canzone contiene anche quel tipo di atmosfere. Anche se è un omaggio a Le petit soldat di Jean-Luc Godard. Quel film ebbe in Francia lo stesso impatto che in Italia ebbe la poesia di Pasolini sugli scontri di Valle Giulia, spaccò la società e fece infuriare allo stesso tempo destra e sinistra. Ho voluto riprendere la figura del piccolo soldato. All’interno degli sconvolgimenti della società, ognuno di noi è un piccolo soldato chiamato a combattere la propria guerra personale. Anche noi siamo come quel piccolo soldato, anche noi possiamo provare ad andarcene, se vogliamo…

Un tempo, appena è un disco apparentemente difficile, che ha bisogno di tempo e pazienza per essere apprezzato…

Lalli – Negli anni Settanta, i dischi degli Area non erano facili da ascoltare…la Liberation Music Orchestra, Robert Wyatt…era tutta musica difficile. Ma c’era, si diffondeva, circolava, avevamo molte alternative musicali e la voglia di fermarci, ascoltarle e provare a capirle. Ora c’è come una mancanza di abitudine.

Stefano Risso –Era un periodo molto diverso. Il mondo era in fermento e, più che altro, c’era una grande voglia di ascoltare. Anche adesso escono grandi dischi, ma c’è meno voglia di scoprirli. Il fine di questo disco era quello di provare a dire la nostra, a creare un nostro personale linguaggio musicale.

Com’è stata la genesi compositiva di Un tempo, appena?

Stefano Risso – Volevamo provare a fare un disco di musica elettronica ma distaccandoci dal classico modo di fare elettronica. In particolare abbiamo eliminato del tutto il beat tipico dell’elettronica: quando apri un qualsiasi programma di composizione, il primo pulsante che salta agli occhi è proprio quello dei BPM e noi abbiamo voluto deliberatamente ignorarlo. In Un bacio nel sogno ho fatto un lavoro complicatissimo, mettendo tutto “fuori tempo”. Ci ho messo tantissimo…

Lalli – …ed è stato difficilissimo cantarci sopra (ride)…

Stefano Risso – …ho stratificato tutto piano piano, un pezzetto alla volta. Per me è stato un tentativo di “andare contro la macchina”, in un lavoro che mi ha richiesto un tempo molto dilatato. Il tutto, però, con l’idea di rimanere nella forma canzone, di non distaccarci da quel modello espressivo.

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Un pensiero riguardo “Lalli, Stefano Risso – Una chiacchierata a ruota libera sul nuovo disco e tanto altro…

    Enri1968 ha detto:
    6 novembre 2017 alle 20:11

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