Johann Sebastian Punk, l’artista dell’illusione [intervista]

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Articolo di Iolanda Raffaele

Il 13 ottobre è uscito “Phoney Music Entertainment”, il nuovo album di Massimiliano Raffa, in arte Johann Sebastian Punk. Per saperne di più non perdetevi questa intervista…

Ciao Johann o meglio Massimiliano, di solito i nomi d’arte sono nomignoli o diminuitivi, il tuo invece è particolare, quasi altisonante, come mai questa scelta?
L’idea era quella di trovare un nome che potesse ben esprimere il concetto che c’è alla base del mio piano diabolico: quello di mettere insieme gli insegnamenti del padre dell’armonia moderna e la forza dissolutrice di un sentire musicale votato alla sprezzatura. È il mio incontro, che mira a suscitare emozioni forti, tra ricerca e rifiuto della perfezione, è la celebrazione dell’errore estetizzante. Da un lato il nome di chi guardava con aria derisoria le canzonette (così come Bach definiva l’opera) consapevole di star attuando una rivoluzione, dall’altro il nome di chi alle canzonette è condannato perché il disastro nucleare è come se fosse già avvenuto, come se nessuna rivoluzione potesse avere più senso.

Se il nome disorienta, la tua musica ancora di più, come definiresti il tuo essere artista? E in cosa pensi di distinguerti dagli altri?
Penso che la differenza sia palese e che investa tutti i piani di lettura del progetto. Innanzitutto c’è una chiara differenza d’intenti. Io rifiuto con sdegno l’attitudine sfigata-cool e superficialmente sentimentalista dominante, proponendone una più carica di dramma, di energia estetica, di superbia immaginifica. Sul piano musicale mi sembra ancora più chiaro di prospettare qualcosa che in Italia (e direi anche nell’arena internazionale, stando a quanto scrivono di me anche commentatori britannici) non esiste. Il pop corrente non è altro che una riformulazione di tutto il peggio che il pop è stato, mentre io cerco di condensare quanto di meglio sia stato espresso. È il ritorno del dominio della personalità. Non è musica pensata per riflettere la modestia della quotidianità, che ambisce a parlare a tutti delle piccole meschinità di ogni giorno, ma musica che vuole far sognare, vuole fare immaginare, rispondendo alla vera finalità dell’arte.

C’è sempre qualcuno che scova in noi un potenziale che sfugge ai più, nel tuo caso Enrico Ruggeri e il MEI di Faenza del 2013 sono stati utili per il lancio. Che esperienze sono state?
E’ stata una bella esperienza, ma è finita lì, non ha avuto grosse conseguenze. Gli endorsement di peso mi sono mancati.

Nel 2014 “More Lovely and More Temperate”, l’album d’esordio candidato alla Targa Tenco come Miglior Opera Prima ed inserito nella cinquina finale, per il quale sei stato primo finalista nella storia delle Targhe con un album in lingua inglese. Che disco è stato per te allora e con che occhi lo guardi oggi?
E’ stato il disco che mi ha fatto uscire dal silenzio, da anni di scrittura inarrestabile. Penso sia uno dei più grandi dischi mai usciti in Italia, ma nessuno avrà mai le palle di ammetterlo, perché non è passato dall’apprezzamento del grande pubblico e di certe mafiette che decidono cosa può passare e cosa no. Quando lo riascolto mi rendo conto di quanto sia riuscito a fare partendo dalla mia cameretta, di che diamine di perdita di tempo possa essere produrre musica del genere in un contesto musicale intellettualmente pigro e incapace di ricercare emozioni profonde nell’arte come è il nostro.

Sperimentazione e lingua inglese, Johann Sebastian Punk prende le distanze dai canoni e dagli schemi confezionati, ma mostra una buona conoscenza musicale. A quali modelli ti ispiri, se ne hai?
L’idea è proprio quella di rifiutare dei modelli, di proporre un’idea di musica che rifiuta la compartimentalizzazione, che possa riflettere la confusione generalizzata che stiamo vivendo oggi in preda alla retromania, ma suggerendo una via d’uscita: la morbosa presenza del passato nel nostro presente è innegabile, ma il rimescolamento degli elementi che traiamo dal passato può passare da nuove forme, altrettanto fruibili.

A distanza di tre anni è arrivato “Phoney Music Entertainment”, il tuo secondo disco, una fusione di linguaggi e immagini che confondono, di che avventura musicale si tratta?
Avventura è la parola giusta. Sono notoriamente un antidemocratico, ma ho fatto un disco per tutti: a ciascuno la propria avventura. Non esiste un’interpretazione univoca di questo album, figurati poi per me che l’ho scritto e prodotto. A ciascuno la propria avventura, che non può passare da una sinossi verbale, ma solo dall’ascolto.

Un apprezzabile polistrumentismo e una pluralità di generi musicali ben armonizzati tra di loro, ma qual è la vera anima di Johann Sebastian Punk?
Johann Sebastian Punk non ha né un’anima né un corpo, è pura illusione.

Di quali tra le nove canzoni dell’album sei più soddisfatto?
Al momento le due che ascolto più volentieri sono “Samba da Segunda-Feira” e “Manifest Destiny”. Ho notato che nascondo sempre all’interno dei miei dischi i brani che preferisco. Forse perché dentro di me sogno un tipo di ascoltatore che non esiste più: un ascoltatore attento, che cerca l’emozione, che non vuole la Big Babol ma il pesce stocco a ghiotta (se non sapete cosa sia, il mio suggerimento è quello di indagare).

Hai mai pensato alla creazione della colonna sonora di un film, e se sì, che genere?
Nel mio piccolo ho già fatto qualcosa. Ho scritto sia sonorizzazioni per teatro, sia musiche per cortometraggi. Proprio quest’estate ho registrato la colonna musicale di un corto che non so quando vedrà la luce. Mi piacerebbe tantissimo farlo con continuità. Sogno che mi venga data la possibilità di un lungometraggio. Ma non dei cinepanettoni, quelle musiche le lascio a chi ne rappresenta l’equivalente musicale.
Forse attraverso la colonna musicale potrei esprimermi pienamente: la colonna musicale (o BGM, ovvero ciò che inesattamente chiamiamo “colonna sonora”, espressione con la quale si intendono invece tutte le parti sonore, ivi incluse le battute degli attori) richiede la capacità di descrivere dei mondi, di disegnare paesaggi, di lavorare con scrupolosità sugli arrangiamenti e anche di avere una certa efficacia melodica, senza la gabbia della forma canzone.

Con quale cantante del passato o del presente ti sarebbe piaciuto o ti piacerebbe duettare?
Con Madonna. È forse l’artista più simile a me. Ci separano solo le entità dei conti in banca e le capacità di scrittura musicale. Sulla prima stravince lei, sulla seconda io.

Quale canzone non dovrebbe mai mancare in una tua ipotetica playlist?
Le ultime volte che mi è stata posta questa domanda ho dato la stessa risposta, cercando di proporre una canzone che forse in molti non conoscono, pur essendo in realtà molto nota agli amanti della buona musica: “Construção” di Chico Buarque. Un testo che è poesia pura, mostruoso nella sua bellezza, ricco di espedienti letterari raffinatissimi. Una struttura vertiginosa. Arrangiamenti perfetti, che dialogano magicamente e sinesteticamente con quelle parole tanto dure, eppure cantate con una voce così espressivamente pallida. Un’opera d’arte totale, rappresenta tutto ciò che cerco nella popular music. 

Quali sono i tuoi impegni futuri?
Un bicchiere di Aglianico e una sigaretta.

 

 

 

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