Tim Vantol @ Ligera, Milano – 16 novembre 2017

Postato il Aggiornato il

I CAN GO ANYWHERE, SO WHY SHOULDN’T YOU?

Articolo di Giacomo Starace, immagini sonore di Anna Monguzzi

C’è una parte del mondo musicale milanese che vive in piccoli locali che accolgono ristretti gruppi di spettatori. Sono luoghi dove chi sa dove cercare può trovare musica eccezionale e conoscere in prima persona artisti al di fuori del grande mondo delle major. Il 16 Novembre sono stato al concerto di Tim Vantol, giovane cantautore olandese, al Ligera, in via Padova. L’ho scoperto da poco, ero curioso. Vi parlo un po’ di lui. Ha da poco fatto uscire il suo terzo album, Burning Desires, e ha deciso di presentarlo con un tour nei pub di mezza Europa. Non è stata la sua prima volta a Milano, è un appuntamento che cerca di mantenere fisso, grazie ai suoi amici di Stage Diving, organizzatori delle sue tappe milanesi. Il suo stile è un folk/folk-rock ossuto e sincero, a volte leggero come un panorama visto dalla macchina, altre volte carnale come una ferita. Le canzoni sono scorci della sua vita e delle storie che incontra, messaggi che vuole lasciare a chi lo ascolta e modi di raccontarsi cantando.

Durante la serata ha presentato brani da tutti e tre gli album pubblicati, intervallati da brevi racconti di aneddoti del tour e della sua vita. È strano, soprattutto in Italia, trovare un musicista così, che prima e dopo il concerto si trova dietro un banchetto a vendere i propri dischi e il proprio merchandising mentre chiacchiera con chi è venuto ad ascoltarlo. Raramente ho trovato un artista, anzi, una persona così semplice come Tim Vantol. Uno che sorride mentre ripete svariate volte un ritornello in inglese, italiano e olandese, spingendo tutti a cantare a squarciagola, mentre lui da dietro il microfono sorride e ringrazia ogni singola persona. Uno che si scusa, promettendo che non succederà più, di non ricordarsi di alcuni fan, conosciuti l’anno scorso, che erano venuti a salutarlo. Ha negli occhi tutto ciò che ha vissuto, le cose belle così come quelle brutte, e, a riguardo di queste ultime, incoraggia a considerarle come occasioni, sprona a superarle, a continuare ad inseguire il proprio sogno. Ha concluso il concerto andando a suonare in mezzo al pubblico, chiudendo con una personale rivisitazione di What a Wonderful World di Louis Armstrong, consigliando tutti di andare ad ascoltare l’originale ogni volta che il lavoro, le difficoltà e la routine sotterrano ciò che c’è di bello nella vita.

A fine serata ho avuto modo di scambiare due parole con lui, mentre sistemava le ultime cose. È stato un bell’incontro tra musicisti, abbiamo parlato di chitarre fuori budget e comprate ugualmente, mi ha raccontato cosa voglia dire fare musica così, sempre fuori casa, e, mentre gli stavo raccontando delle mie difficoltà di musicista agli inizi, mi ha spiazzato dicendomi semplicemente di continuare a suonare. Vuoi fare musica? Suona! Vi racconto questa cosa per cercare di farvi capire che tipo di persona sia, perché le sue canzoni ne sono il suo diretto riflesso. Non ve ne consiglio nessuna perché vi direi di ascoltarle tutte, promettendovi che ne varrà la pena. In conclusione, un pensiero che mi è venuto tornando a casa quella sera. Mi sono reso conto di essermi avvicinato a lui a fine concerto presentandomi come giornalista e come musicista, mi immaginavo di intervistarlo con il registratore acceso e il taccuino in mano, volevo chiedergli tante cose, perché suona nei pub, l’origine delle sue canzoni… fino al momento prima di iniziare a parlare, nella mia testa stavo lavorando. Invece, alla fine, sono uscito dal Ligera con negli occhi il volto stanco e sorridente di un musicista che mi sento di chiamare amico.

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