Il Fieno – Tra porno e galassie [intervista]

Postato il Aggiornato il

Intervista di Luca Franceschini, immagini sonore di Starfooker

Divisi tra Milano e Varese, Il Fieno è una delle più belle realtà nate in Italia negli ultimi anni. Il segno che l’immaginario New Wave costituisce ancora oggi la principale forza d’attrazione per le giovani generazioni (curioso, no? Quando si pensa che sono passati 30 anni e più) e che, questo è probabilmente il loro principale punto di forza, il fatto che è possibile avere dei saldi punti di riferimento nel passato, pur senza porsi semplicemente in un manierismo derivativo. “Riverberi”, il loro secondo disco, è uscito da pochi giorni ma si è già capito che si tratta di un gran lavoro. Merito di una band che ha finalmente trovato coesione e stabilità, e di un Lele Battista in stato di grazia, che ha impreziosito col suo gusto e la sua personale visione, canzoni che erano già tra le migliori che la band avesse mai scritto.
Abbiamo incontrato il cantante Gabriele Bosetti e il chitarrista Gianluca Villa, nel backstage dell’Ohibò, il locale milanese dove si sarebbe tenuta la presentazione del lavoro. Si è chiacchierato di musica e di vita: che sono poi un’unica cosa, in fin dei conti…

Il disco mi è piaciuto moltissimo, credo sia il vostro migliore, è più completo e maturo rispetto al precedente anche se non è un disco immediato: mancano quei brani catchy che vi avevano in qualche modo caratterizzato e in generale l’atmosfera è più cupa. C’è comunque una maggiore volontà di ricerca, mi pare e questo va sicuramente a vostro favore: magari ci vorrà un po’ di più perché riesca ad essere assimilato e recepito ma credo che quando questo accadrà, gli ascoltatori non potranno non giovarne…
Gabriele: Abbiamo sicuramente fatto una ricerca più approfondita, come dici tu. Se prima davamo la precedenza alla forma canzone, in questo disco i brani sono stati concepiti e sviluppati parallelamente al suono e al vestito che avremmo voluto mettere loro. Credo che senza il lavoro fatto sul suono, le canzoni non sarebbero nate del tutto o comunque sarebbero uscite fuori completamente diverse. Molti dei pezzi nuovi sono stati totalmente determinati dalle scelte che abbiamo fatto a livello sonoro.


Gianluca: C’è anche da dire che abbiamo lavorato in maniera diversa. “I vivi”, infatti, aveva rappresentato un momento di transizione per noi. È stato quello con cui sono entrato in formazione e le canzoni sono state scritte essenzialmente da me, Gabriele e Alessandro, il bassista. Non avevamo un batterista, all’epoca. O meglio, lo avevamo ma era di Aosta per cui lo vedevamo più come un fantasma…
Gabriele: Dai, poveruomo! (Risate NDA)
Gianluca: Eh ma non è mica un giudizio di valore! Semplicemente, per comprensibili motivi, alle prove non veniva quasi mai; di conseguenza, la scrittura dei pezzi è stata un’operazione frammentaria, provavamo molto per conto nostro, condividendo le idee al computer, facendo più che altro un lavoro di assemblaggio. Dopo l’ingresso di Paolo abbiamo registrato “I vivi” e quindi il materiale successivo lo abbiamo iniziato a scrivere in sala prove, come una vera band. Prendi “Everest”, ad esempio: ricordo perfettamente quando l’abbiamo arrangiata. Siamo partiti da uno spunto di Gabriele, dopodiché ci siamo trovati nello studio dove abbiamo anche la sala prove ed abbiamo iniziato a suonarci sopra, tanto che la coda è nata inaspettatamente. Abbiamo seguito le nostre emozioni nel suonare, per cui le strutture non sono sempre quelle canoniche. Ci siamo basati molto sul suono, come diceva Gabriele: se il suono rendeva l’atmosfera che avevamo in testa, gli andavamo dietro e sviluppavamo di conseguenza.
Gabriele: Essendo il primo disco nato in una conformazione monca, le canzoni sono state fatte per potere stare in piedi anche solo con voce e chitarra. Essendo invece “Riverberi” un disco più da Jam, da sala prove, si può dire che sia nato nel momento stesso in cui lo abbiamo suonato. Paolo all’epoca de “I vivi” si era adattato a canzoni che c’erano già, che funzionavano in partenza; questa volta ha anche lui ha dato il suo contributo, la sua visione. Possiamo dunque dire che questo sia il lavoro di quattro persone.
Gianluca: Bisognerebbe dire cinque, perché l’apporto di Lele Battista è stato fondamentale…

Ve l’avrei chiesto a breve infatti…
Gianluca: Lele ha svoltato il disco a livello sonoro. Ci ha dato proprio quell’elemento in più che mancava. Pensa che in questi giorni preparavamo le basi (perché Lele non sarà in tour con noi ed è stata una nostra scelta quella di non prendere un tastierista) e riascoltando tutto il lavoro fatto da lui ci siamo proprio detti: “Noi delle basi così non ce le meritiamo!” (Risate NDA)
Gabriele: Esatto, perché c’è veramente un lavoro ricchissimo sotto!

Tornerò su Lele a brevissimo ma prima vorrei fare un passo indietro. È strano chiedervelo ma mi piacerebbe capire qualcosa di più su questo mood parecchio scuro del disco. È una cosa voluta sin dall’inizio o è venuto fuori lavorando in sala, come avete detto voi? Perché ho notato che in generale è un lavoro anche molto coeso anche se forse questo è merito della produzione…
Gabriele: sicuramente avevamo in mente una direzione. A livello di suono infatti Lele si è sposato in pieno con quella che era la nostra idea. Poi certo, quello è il suo mondo per cui sapeva dove mettere le mani per ottenere quello che noi avevamo in testa e arricchirlo. Le canzoni sono nate così perché sono figlie del periodo che abbiamo vissuto. Non abbiamo deciso a priori di fare un disco cupo, abbiamo scritto il disco che ci sentivamo di scrivere perché non abbiamo più 20 anni. Ci è venuto fuori un disco che non chiamerei “maturo” ma che senza dubbio è adulto, e lo abbiamo scritto così perché siamo essenzialmente persone adulte. Suona in un certo modo, parla di certe cose, ha determinate atmosfere perché viene dal bagaglio che ci siamo portati dietro negli ultimi tre anni di vita che abbiamo vissuto. Ma c’entra anche il nostro gusto: la ricchezza sonora rispecchia sicuramente di più i nostri ascolti; laddove magari “I vivi” era molto asciutto, andava molto a togliere elementi, anche per venire incontro alla situazione tecnica che ci trovavamo ad affrontare.
Gianluca: In realtà ne “I vivi” c’è un germe di quello che sarebbe poi diventato “Riverberi”. Mi ricordo bene che “T’immagini Berlino”, che è l’unico pezzo di quel disco che abbiamo arrangiato assieme a Paolo, è stato quello in cui abbiamo cominciato a capire che un certo tipo di sonorità, i riverberi, i chitarroni, ci piacevano e che quindi avremmo potuto utilizzarli anche in futuro.
Gabriele: La prima volta che avevamo parlato con Lele, tra l’altro, ci aveva detto che quello era il pezzo dei nostri che lo convinceva di più, per sonorità ed intenti…

Colgo l’occasione, già che l’avete nominata, perché è una cosa di cui mi sono accorto solo di recente e volevo chiedervelo: “T’immagini Berlino” non l’avete scritta voi, non ci sono i vostri nomi nei credits… ?
Gabriele: esatto, non è nostra.

Però non è neppure una cover, non ho trovato riferimenti ad una versione originale…
Gianluca: È una cover, invece. Sono due ragazzi di non ricordo dove…
Gabriele: Di Alba. Ma è una storia assurda, proprio.

Cioè?
Gianluca: si tratta di una canzone che non è depositata in SIAE, noi li abbiamo chiamati decine di volte per chiedere il permesso di utilizzarla ma non abbiamo mai ricevuto risposta…

Ma come avete fatto a conoscere il pezzo?
Gabriele: ce l’aveva fatta sentire il nostro ex batterista, ci è piaciuta subito molto ed abbiamo iniziato a farla dal vivo. Inizialmente non avevamo intenzione di registrarla però poi trovavamo che si sposasse alla perfezione con le atmosfere de “I vivi” per cui ci siamo decisi. Al momento di contattare gli autori, però, abbiamo scoperto che la band si era sciolta e che ora i due facevano vite completamente diverse da quelle che facevano dieci anni prima. Non suonavano, non avevano nessuna velleità artistica e ti dico che per farci rispondere ci sono voluti due mesi! Alla fine, quando finalmente ci hanno contattato, hanno detto semplicemente: “Va bene, fate come volete, ciao.”.

Non gliene fregava molto, insomma…
Gabriele: a quanto pare no. Abbiamo comunque voluto citarli nei credits: se l’avessimo firmata noi sarebbe stata un’appropriazione indebita, non ce la sentivamo proprio!

Torniamo a Lele, a questo punto. Quando ho visto che il disco ve l’aveva prodotto lui sono stato subito molto contento, ancora prima di sentire il risultato finale. Sono un suo fan di vecchia data e ho sempre apprezzato tutto quello che ha fatto, sia da autore che da produttore. Come si diceva prima, ha fatto veramente un grande lavoro anche con voi. Come siete entrati in contatto?
Gianluca: semplicemente perché il nostro batterista è un suo vecchio amico sin dai tempi del liceo, hanno suonato anche insieme in passato. Lui è un darkettone di quelli vecchia maniera, ama i Cure, i Joy Division, i New Order, quelle cose lì. Tutti gruppi che per noi sono stati ascolti importanti, in vista di questo disco. Paolo ci ha suggerito di provare con lui, ci siamo visti una domenica pomeriggio, abbiamo chiacchierato, abbiamo ascoltato delle cose e abbiamo preso la nostra decisione. Senza pentimenti, dobbiamo dire!

Vi conosceva già come band?
Gianluca: sì, come band ci conosceva, non ci eravamo però mai incontrati di persona. È stata una bella esperienza anche perché abbiamo suonato dal vivo: abbiamo registrato per quattro giorni in presa diretta (tutto tranne le voci) e questo, ti assicuro, fa davvero la differenza. Poi lui si è preso una settimana di tempo, si è chiuso in studio e ha fatto tutte le tastiere. Ci ha chiamato una settimana dopo per farci sentire il risultato finale e lì ci ha aperto davvero un mondo! È stato bello perché è entrato proprio nel disco, ha capito i pezzi, cosa non scontata.

Il vostro suono, le vostre chitarre in particolare, mi piace davvero tanto. Avete dei riferimenti precisi, è innegabile che venite da un certo tipo di mondo, però mi colpisce che rispetto ad altre band che si muovono più o meno nella stessa area (penso a We Are Waves, Siberia, Soviet Soviet) voi siete molto più personali. Si capisce da dove venite ma siete meno derivativi, non so come dire…
Gianluca: sicuramente i riferimenti sono quelli che dici tu ma non mi piace di suonare in una band derivativa. Le band che hai citato le trovo fighissime, mi piacciono tutte molto ma pur apprezzando tanto quel mondo, non ho mai detto: “Voglio esattamente quel suono lì”. Ho sempre cercato di suonare come mi veniva, mettendomi soprattutto al servizio della canzone. Poi è chiaro, nel mio dna certe cose sono ben presenti per cui in un modo o nell’altro vengono fuori. Fare un disco per me è comunque un’occasione per mettermi in gioco per cui, per quanto riesco, cerco sempre di essere il più personale possibile quando scrivo, di metterci tanto del mio.

I tuoi testi, Gabriele, mi sono sempre piaciuti molto. Questi in particolare li ho trovati molto migliorati, c’è un uso molto migliore delle immagini, delle suggestioni. Ti vorrei chiedere, in generale, su che cosa ti sei concentrato ma forse è una domanda un po’ stupida. Mi pare comunque che un certo filo conduttore legato al passato lo si possa vedere, no?
Gabriele: Guarda, alla fine scrivo sempre le solite quattro cose (Ride NDA)! Per indole mia, ho degli argomenti cardine, quelle cose che mi porto dietro da sempre, perché mi stanno a cuore, perché sono quelle che mi emozionano di più. Sono una persona un po’ fredda, di mio, le cose che riescono a toccarmi di più sono quelle che vengono dalla mia infanzia, da quel momento in cui è ancora tutto sospeso, tutto in divenire, dove non c’è niente di definito e di definitivo. Sono tutti riflessi di momenti in cui sono stato bene e mi piace portarmeli dietro nei testi. È anche il periodo in cui mi sono formato a livello di immagini, di cose che più mi coinvolgono e mi piacciono. Gli altri argomenti di cui parlo molto sono l’incomunicabilità, il sesso e la difficoltà ad adattarmi al fatto che sono cresciuto, che sto crescendo… tutto il tema delle responsabilità, insomma.

Andando più nello specifico, mi colpisce quel verso di “Lucertole” in cui dici che “La verità è che cambia anche la verità”: potrebbe avere un po’ a che fare col titolo del disco, anche? Perché il riverbero, per sua natura, è un qualcosa di indefinito, che cambia, che non puoi vedere sempre dalla stessa angolatura…
Gabriele: può essere così in effetti, d’altronde negli ultimi tre anni i punti fermi che avevo li ho persi tutti, a livello sentimentale, affettivo, umano. Mi sono quindi trovato a dirmi che quando appoggi la tua vita, le tue sicurezze sugli altri, finisci un po’ sempre per stare sulle sabbie mobili perché sulle altre persone puoi sempre e solo contare a scadenza. “La verità è che cambia anche la verità” è questo, in fondo”: puoi avere anche tutte le certezze del mondo ma finché saranno basate sulle altre persone, non saranno mai certezze. Alla fine le persone, come diceva Lynch, non cambiano, si rivelano. Tendenzialmente tu dovresti basare tutta la tua vita su di te, sulla sicurezza che ti dà il sapere come sei fatto. Fissarti sulle cose in cui credi, sulle cose che ti piacciono e seguire quelle. Ovviamente non lo fa quasi nessuno e così si finisce sempre a basare la propria vita sugli affetti ma gli affetti non sono eterni, come non lo è niente, del resto. Ci si accorge quindi che tu resti sempre te stesso ma le cose attorno a te cambiano e quindi se ti appoggi troppo a quello, le cose ti travolgono e ti stravolgono.

Mi ha colpito molto anche “Levanto”, che secondo me è anche una chiusura perfetta, musicalmente parlando. È bella anche questa idea della felicità che sa di sangue e questo contrapporla alle responsabilità… può esserci una sorta di collegamento, di loop col primo pezzo? Nel senso che se penso soprattutto al video di “Everest”, con questo bambino sullo sfondo di questa famiglia borghese, sembra così, no? Che cos’è la felicità, in fondo? È per forza andare fuori dalle regole, dalle immagini dentro cui ci hanno incasellato? Perché la vita è senza dubbio anche fatta di regole, di responsabilità, però è anche vero che è bello trovare la strada per essere se stessi, nonostante tutto.
Gabriele: “Everest” è una canzone più generica, un po’ un riflesso di me dall’infanzia a quello che sono adesso, a quel totale indefinito che è adesso la mia vita. “Levanto” invece parla della fine di un rapporto. Forse le cose che dici c’entrano di più con la prima. In questo senso “Everest” è un loop mentre “Levanto” potrebbe essere più un punto a capo. Però, come in tutte le cose che scrivo, non è proprio così perché alla fine dico: “Tornerò se tornerò”. Quindi forse si tratta più di puntini di sospensione! Però diciamo che mentre “Levanto” parla di una cosa in particolare, “Everest” è più la summa di quelli che sono i miei argomenti cardine.

La canzone più bella del disco secondo me è “Porno”. Fotografa in pieno quello che siete adesso ma ci sono anche questi fiati bellissimi alla fine, che la rendono molto particolare…
Gianluca: Qui c’è dietro un grande musicista e una grande citazione. Il grande musicista è Raffaele Kohler. La citazione, che in realtà è più un’ispirazione, è “Bloodbuzz Ohio” dei The National, che è un altro gruppo molto importante per noi. D’altronde, se ascolti le parti di batteria di Paolo, la loro influenza viene fuori. Soprattutto per questo disco, loro sono stati molto presenti per cui ci siamo sentiti di fare questo omaggio.

E Raffaele come l’avete trovato?
Gianluca: È amico di Paolo, gliel’ha chiesto ed è venuto senza problemi. Sarebbe dovuto essere con noi anche stasera ma era già impegnato con un’altra data…

Mi incuriosisce anche il testo. Che gioca un po’ con tutto questo immaginario del Porno che, complice probabilmente il ruolo di internet, non è più quell’esperienza trasgressiva che poteva essere prima. Adesso mi pare sia stato sdoganato ad una dimensione mainstream, per così dire, anche Calcutta, per fare un esempio, cita Youporn in un pezzo e la cosa appare normale. Dall’altra parte, il tema di come la sessualità degli adolescenti sia sempre più influenzata dalla pornografia è oggi parecchio dibattuto. C’è un po’ di questo nel tuo testo, o sbaglio?
Gianluca: Beh, è un po’ come l’Indie, no? Che è diventato il nuovo mainstream (Risate NDA)…
Gabriele:
Con la differenza che il Porno è sempre figo (Risate NDA)! Comunque è vero quello che dici, è cambiato il senso del pudore, sono cambiate tante cose… Nelle nostre canzoni i titoli non hanno mai la pretesa di dipingere appieno tutta la canzone, per lo meno non a livello testuale. Infatti di solito sono o delle parole del testo che possono colpire, oppure delle parole che richiamano a livello immaginifico quello che è la canzone. Nel caso citato, la canzone non parla della pornografia: è più un parallelo tra un qualcosa che dovrebbe essere molto puro, come la perdita della verginità e un qualcosa che nell’immaginario collettivo è sporca, come la pornografia. Alla fin fine sono la stessa cosa, però: sempre di scopare si tratta, no? Mi piaceva l’idea di contrapporre l’immagine un po’ tenera, e anche autobiografica (ride NDA), di questi due ragazzi che in maniera un po’ goffa si approcciano al sesso, con un immaginario più smaliziato e terra terra. Tutto questo, semplicemente usando un paio di frasi e la parola “Porno”. Perché poi, davvero, questa è forse la canzone più delicata del disco.

Parliamo un attimo del live di questa sera: immagino sia la prima volta che suonate dal vivo questi pezzi…
Gianluca: Ne avevamo fatto qualcuno al Woodoo Fest quest’estate però questo è il primo vero concerto dall’uscita del disco.

Parliamo un attimo del live di questa sera: immagino sia la prima volta che suonate dal vivo questi pezzi… Che tipo di show sarà? In che modo, secondo voi, il nuovo materiale si integrerà con quello vecchio? Siete una di quelle band che si dedica di volta in volta solo alle cose più recenti oppure darete spazio anche agli episodi più datati? E mi interessava anche capire come vi relazionerete alle basi, perché di solito io faccio sempre un po’ fatica, con gli artisti che le usano: non è sempre facile, almeno per me, capire cosa sia dal vivo e cosa no…
Gabriele: Alla fine le cose suonate da noi saranno la maggior parte, in base abbiamo messo solo le tastiere. Sicuramente rispetto al disco mancherà qualcosa però è vero che in più ci sarà quella botta che solo dal vivo puoi ottenere, e un’attitudine complessivamente diversa.
Gianluca:
Facciamo alcuni pezzi da “I vivi” e uno solo dai vecchi ep. Però la nostra idea per il prossimo futuro è di lavorare agli arrangiamenti del vecchio repertorio per riadattarlo un po’ alle nostre esigenze di oggi.
Gabriele:
Poi è chiaro che ci saranno delle canzoni che suoneremo di meno o che addirittura non suoneremo più. Però i singoli continueremo a farli. Quelli de “I vivi”, per esempio, stasera li suoneremo.
Gianluca:
Stasera durerà solo un’ora e dieci: tutto il disco più qualche pezzo vecchio. L’idea però è quella di chiuderci in sala prove a riarrangiare le cose vecchie in modalità “Riverberi” e potere quindi rimpolpare la scaletta. Saranno mesi di lavoro, insomma!

Qualche ora dopo la band sale sul palco e dà vita a un ottimo show, seppur eccessivamente penalizzata da un suono non all’altezza (basso altissimo e quasi costantemente in saturazione, volumi sballati che hanno inficiato in modo significativo la prova di Gabriele, protagonista di alcune importanti stonature). I quattro comunque sono affiatati e hanno un gran tiro: quando si fanno prendere dall’entusiasmo pestano che è un piacere (Paolo in questo è veramente un trascinatore) e le code di molti brani terminato con sfuriate a ritmiche serrate, ad alto contenuto di elettricità.
I pezzi nuovi funzionano benissimo e succede addirittura che salga sul palco Lele Battista, per un duetto con Gabriele su “Lotus”. Non mancano, come anticipato, gli estratti da “I vivi”: le varie “Oslo”, “Hiroshima”, “Poveri stronzi” e soprattutto “Del conseguimento della maggiore età” confermano nuovamente tutto il loro valore e intrattengono a dovere un pubblico affezionato ma che forse non ha ancora la dovuta famigliarità coi pezzi di “Riverberi”.

Come anticipato, è la sola “Amos (togli il male come l’Oki)” ad essere eseguita tra gli episodi più datati mentre nel finale arriva, quasi a confermare i discorsi sulle influenze che sono stati fatti durante l’intervista, una sentita versione di “Ceremony”, vecchio singolo dei New Order che è anche un po’ una sorta di manifesto di questo tipo di sound.
Il pubblico li rivorrebbe indietro ma non ci sono altri pezzi da eseguire: si opta dunque per risuonare “Lucertole” e “Del conseguimento della maggiore età”, utili perché escono leggermente meglio della prima volta.
Li attendiamo tra qualche mese, in una situazione più consona e col disco meglio assimilato. Ciononostante, Il Fieno ha dimostrato ancora una volta il suo grandissimo valore. Tenetelo presente, quando avrete bisogno di cose nuove da ascoltare.

 

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