Senza parole

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Gustave Courbet, uomo disperato-autoritratto (1819-1877)

Racconto breve di Enrica Bardetti

Sta dritto davanti allo specchio del bagno. E’ uno specchio rotondo, con una cornice sottile e dorata. I capelli ancora arruffati e sulla guancia sinistra due righe verticali: tracce del sonno profondo indotto dai barbiturici buttati giù la sera prima, con un abbondante bicchiere di acqua, come da prescrizione. Apre e chiude la bocca cercando di sforzare la gola, prendendo lo slancio oltre il diaframma giù, fin nello stomaco. Niente, non esce niente. Neanche un sibilo. Smette di torturarsi. Appoggia le mani sul bordo del lavabo e si guarda dritto negli occhi, poi li chiude e lascia scivolare la fronte sullo specchio: forse questa volta non tornerà più.
Era già successo altre volte, era rimasto afono per qualche giorno poi, dapprima sottovoce, il tono tornava normale. Non sapeva dire perché. Succedeva e basta: prima la voce c’era e poi non c’era più.
Questa volta però mancava già da un mese…

Pensi a cosa è successo nell’istante prima di diventare afono, a cosa ha pensato, a cosa ha provato. Questo il suggerimento che gli psicologi, uno dopo l’altro, gli avevano dato. E lui ci pensava sì, ci pensava… Ma il perché non lo capiva. Non era successo niente di tanto importante o traumatico da poterlo zittire. Eppure su questo tutti i medici erano d’accordo: di traumi doveva trattarsi. Ma lui era un uomo normale, con una vita normale: abitava dalla nascita con la famiglia in una cittadina qualunque, in un appartamento di quelli come avevano tutti. 

La prima volta doveva aver avuto circa dodici anni. Erano i primi di giugno, in classe c’era caldo e le finestre erano aperte. Il cinguettio degli uccelli entrava nell’aula dove il silenzio era glaciale: c’erano le interrogazioni di fine anno. La professoressa di matematica aveva aperto il registro e chiamato alla lavagna la sua vicina di casa e compagna di giochi. Emilia si era alzata dal banco e nel breve tragitto verso la cattedra gli aveva strusciato il fianco contro il gomito che sporgeva appena. Lui aveva alzato la testa proprio mentre lei gli passava davanti: indossava una maglietta aderente a righe orizzontali bianche e blu e una gonnellina bianca che le arrivava a metà coscia. Si era girata a guardarlo e lui si era sentito a disagio. In bocca al lupo, avrebbe voluto augurarle e invece… muto. Era rimasto muto. Qualche giorno chiuso in casa, poi tutto si era risolto: la voce come se ne era andata era tornata.

Come quella sera che doveva andare al cinema con Ilaria e la Due cavalli verde non ne aveva voluto sapere di partire. Si era fatto prestare la Golf nera di suo padre, erano andati al cinema e poi al solito posto: in quella stradina tra i campi dove andavano da quando stavano insieme. Lo avevano fatto a lungo, approfittando della comodità dei sedili larghi. Poi lui aveva cercato le salviettine nel cassetto sotto al cruscotto, sicuro che suo padre le tenesse lì, ma… al loro posto aveva trovato una scatola di preservativi. Non ci sono le salviettine Ila, avrebbe voluto dirle, usiamo i fazzoletti e invece…, non gli era uscita una parola. Cose così, cose da niente.

Solleva la testa e ritrova i suoi occhi. E adesso perché, perché non ti decidi a tornare? Era il periodo della visita medica aziendale che si fa ogni due anni, quel giorno toccava a lui. Si era presentato con la busta degli esami in mano, quelli che gli avevano prescritto la settimana prima. Dopo aver consultato i risultati il dottore gli fa: Andiamo bene, stenditi lì però, che ti sento la prostata che alla nostra età bisogna tenerla sotto controllo. L’aveva guardato negli occhi e stava per dirgli: Ma non è a partire dai cinquant’anni che si fanno i controlli per la prostata? Perché non so te, ma IO NON SONO COSI’ VECCHIO. Le parole erano rimaste però tutte dentro alla testa e non era riuscito neanche a dirgli che si, aveva ragione lui, che i cinquanta li avrebbe compiuti proprio il mese dopo.

Cioè, esattamente domani. E ancora una volta è rimasto… senza parole

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