La donna che dispensa abbracci

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dettaglio dell’opera Gli addii di Francoforte – Renato Guttuso 1968, olio su tela

Racconto breve di Enrica Bardetti

L’appartamento è un quadrilocale in una palazzina con rifiniture anni settanta. Si trova in zona Porta Nuova, a Torino, poco distante dalla stazione. L’arredamento, in stile nordico, semplice e privo di elementi superflui, rispecchia il carattere di Cecilia che è in piedi in soggiorno, con il viso rivolto alla porta d’ingresso e la schiena che sfiora le tende bianche, con stampe di piccoli cuori écru, appese ai vetri della porta finestra. Ha in mano una sveglia digitale che ha preso dal mobile in frassino appoggiato alla parete, sulla sua destra. Tra poco la poserà sul tavolino quadrato di fronte al divano di tessuto azzurro con grandi cuscini a fiori blu dove si siederà.

Nella tranquillità del suo ambiente domestico cerca la giusta concentrazione e il distacco da tutto quello che ha fatto di corsa fino a pochi minuti prima: dopo l’ultima telefonata del suo turno di lavoro ha portato Matteo al centro diurno dove lo aiutano con i compiti, si è fatta una doccia rinfrescante al profumo di gelsomino, ha indossato un paio di jeans e una maglietta di cotone rosso e raccolto i lunghi capelli neri in una treccia dietro la nuca. Ha trent’anni, Cecilia, ma quando apre la porta chi se la trova davanti pensa di avere a che fare con una ragazzina.

Sono le quattro del pomeriggio e come ogni giorno, la fila delle persone che aspettano pazientemente il proprio turno dietro la porta è lunga. Mi sembra ieri e invece sono già passati tre anni da quando questa avventura è cominciata, pensa Cecilia mentre apre la porta, iniziando il suo secondo lavoro. Il primo della fila entra, chiudendosi la porta alle spalle. È un uomo grande e grosso, senza capelli, con gli occhi azzurri e due belle labbra carnose quasi nascoste da un paio di ispidi baffi grigi. Avrà all’incirca cinquant’anni, pensa Cecilia mentre gli sorride e lo invita ad accomodarsi sul divano.
–  Mi chiamo Sergio, dice con un filo di voce.
– Benvenuto Sergio, ti ascolto.

L’uomo si slaccia i polsini della camicia azzurra, arrotola le maniche fin sotto ai gomiti e inizia il suo racconto fatto di solitudine e di lunghe sere passate in compagnia di una bottiglia, dopo un matrimonio iniziato sotto i migliori auspici e logoratosi poi tra i debiti da pagare e le divergenze sull’educazione dei figli. Cecilia lo guarda con comprensione e pensa al suo matrimonio con Antonio, a quanto entusiasmo avevano messo nell’arredare quella casa, alla felicità che aveva portato la nascita di Matteo e a come poi tutto si fosse complicato: la separazione era sembrata ad entrambi la decisione migliore da prendere. Sergio smette di parlare, lei gli stringe le mani nelle sue e l’uomo scoppia in un pianto liberatorio. Lo invita allora ad alzarsi, allarga le braccia e gli cinge il torace in un forte abbraccio mentre lui le appoggia il mento sulla testa. Sembriamo il gigante e la bambina, quelli che cantava Ron quando ero piccolo e tutto era così semplice… Sorride l’uomo, sospirando. Poi l’abbraccio si scioglie e Sergio toglie il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni estivi di cotone blu. La giovane donna consulta l’orologio digitale:
– Sono dodici euro per dodici minuti.

Cecilia ascolta le persone e dispensa abbracci: è questo che si è inventata per arrotondare il misero stipendio di seicento euro al mese che riceve per fare chiamate in un call center: l’unico impiego che è riuscita a trovare dopo la separazione. La seconda cliente irrompe nella stanza mentre Sergio sta per uscire. Cecilia se la trova davanti magra e slanciata che sposta il peso del corpo da una gamba all’altra dei jeans neri aperti sulle ginocchia da lunghi tagli sfrangiati. Dopo qualche resistenza Barbara, così si chiama questa sedicenne dai capelli neri rasati ai lati che le ricadono sulla fronte con tanti riccioli ribelli, si siede:
– Ho avuto da dire con i miei. Non capiscono un cazzo, credono di potermi dire cosa devo o non devo fare. A casa non ci torno più. Tu cosa dici, faccio bene, no?
Cecilia la guarda dritto negli occhi verdi spalancati, poi sospira e le risponde:
– Io sono qui per ascoltarti. Accolgo i tuoi pensieri, le tue difficoltà senza giudicare, ma non ho risposte per le tue domande. Solo tu puoi trovarle in fondo al tuo cuore.

La ragazza alza la voce:
– Nessuno mi capisce, a nessuno interessa quello che io voglio fare. I miei genitori, i professori, tutti pensano di sapere quello che è meglio per me e nessuno mi chiede cosa ne penso io, invece. Ma sono sola, se non torno a casa dove posso andare?
Barbara scoppia a piangere e quando Cecilia allarga le braccia ci si rifugia dentro senza viverlo come una costrizione. Quando la ragazza si calma si libera dall’abbraccio e vuol sapere quanto deve pagare. Cecilia le sorride e scuote la testa:
– Lascia stare, ho dimenticato di guardare l’orologio. Torna a trovarmi quando vuoi.
La ragazza sussurra un grazie e a testa bassa esce dalla porta.

Cecilia si ricompone e mentre aspetta il prossimo cliente ritorna col pensiero a quella sera in cui le era venuta l’idea. Dopo l’ennesima ricerca di lavoro andata male, aveva messo a letto Matteo, si era stesa sul divano e aveva lasciato vagare lo sguardo cercando conforto nell’arredamento che tanto le piace, ma ne aveva ricavato solo un senso di freddezza e distacco. Le lacrime le erano scese bruciandole le guance e si era trovata a pensare: Non so cosa darei in questo momento per un abbraccio accogliente e sincero, per avere accanto qualcuno disposto ad ascoltarmi… Poi, si era ricordata di una notizia che aveva letto qualche giorno prima e si era detta, asciugandosi le lacrime con le mani: Cosa ho da perdere se non funziona? Chissà, si domanda adesso, se anche a Samantha, la sua collega americana, quella dell’articolo, capita di non farsi pagare, quando si trova davanti certe persone. Uno di questi giorni, pensa mentre accoglie la signora dai radi capelli grigi che fa accomodare sul divano, cerco la sua mail e le chiedo se anche lei si è sentita dire che lucra sulle disgrazie altrui. Io, so bene che non è così: quella sera anch’io sarei stata disposta a pagare pur di trovare qualcuno che mi lasciasse sfogare e mi offrisse, poi, un abbraccio. Spesso non ci confidiamo con amici o familiari perché ne temiamo il giudizio; è più semplice parlare con uno sconosciuto e io, dopotutto, non faccio niente di così diverso da quello che fanno tanti psicoanalisti, ma costo molto meno. Sorride alla signora che si è seduta sul divano.
– Mi chiamo Gianna e vengo da Milano.
– Benvenuta Gianna, ti ascolto.

 

 

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