Articolo di Luca Franceschini.

Mentre scrivo queste righe “Love”, quinto album dei Thegiornalisti, è uscito da tre giorni e da due mi sono pesantemente infognato in alcune discussioni senza uscita su Facebook, per la quale ho forse consumato, tra la lettura dei post altrui e la scrittura dei miei, almeno il doppio del tempo che impiegherò per scrivere questa recensione (se poi di recensione si può parlare).
Non è un buon segno ma ormai dovremmo esserci abituati. Quando di un disco uscito da tre giorni non si dibatte semplicemente in termini di “bello/brutto”, “riuscito/non riuscito”, “superiore/inferiore/uguale al precedente” ma si pretende già di inquadrarlo in una prospettiva storica o peggio, di usarlo come cartina tornasole per fotografare la realtà sociopolitica contemporanea, allora è facile intuire che la situazione sia sfuggita di mano.
Nel caso particolare di Tommaso Paradiso e soci (che esistono, anche se nessuno li nomina mai), le tesi, ovviamente contrapposte, che girano, sono due: 1) Geni assoluti che hanno finalmente portato il Pop italiano a quei vertici che non toccava da anni. 2) Il nulla cosmico, simbolo perfetto di una generazione che ha smesso di amare la bellezza per glorificare il brutto.
E poi l’ultima, che farebbe pure ridere se non ci intravedessi il germe sottile di una pericolosa chiusura intollerante, l’affermazione fatta dal cantante e autore romano, secondo la quale non sentirebbe il bisogno di scrivere canzoni cosiddette “di protesta”. Apriti cielo! Una pletora di ditini alzati a dire che no, non si può fare, non si deve, che questi sono davvero tempi brutti e che un musicista deve essere impegnato, e via fior di “E allora Guccini – uno che, per inciso, di canzoni di protesta che possono dirsi tali ne ha scritte proprio poche, checché se ne dica – e allora De André?”, che a mio parere sono figli della stessa mentalità per cui Lucio Battisti, che non ha mai parlato di politica in vita sua, sarebbe stato segretamente (ma neanche troppo) fascista.
Ecco, Dio me ne scampi, da analisi così. Dio mi scampi dalle lodi sperticate di Rolling Stone, dalle passerelle ad X Factor, dai cartelloni giganteschi appesi in centro a Milano; ma Dio mi scampi anche dalle facili denigrazioni, da quelli che “ai miei tempi la musica di merda non esisteva!” o “L’artista è obbligato a prendere posizioni, soprattutto ora che in Italia c’è questo governo!”.
Ragazzi, per favore calmatevi. È uscito un disco, non è scoppiata nessuna guerra atomica. È uscito il disco di una band che, per inciso, cinque anni fa non se lo cagava nessuno, neppure il sottoscritto. Me li avevano segnalati, ad onor del vero. Non so se fosse uscito il primo o il secondo album, fatto sta che qualcuno (non ricordo più chi ma non è importante) mi disse: “E i Thegiornalisti li hai già sentiti? Sono tipo Lucio Dalla…”. E io a dirgli che sì, li avevo sentiti nominare ma che non avevo ancora avuto modo di ascoltare neppure un pezzo. Poi l’ho fatto, in maniera distratta, non mi hanno detto molto e li ho piantati lì, senza troppi complimenti.
Ma ragazzi, io me lo ricordo benissimo, che erano i preferiti di molti. Me lo ricordo che c’è stato un tempo, prima di “Completamente sold out”, prima di “Riccione”, prima delle parodie de Le Coliche (che, per inciso, mi fanno morire dal ridere), in cui dire “Tommaso Paradiso” e “Qualità musicale” nella stessa frase non era considerato dai più come un peccato mortale.
“L’Indie è morto, Tommaso – dice uno degli altri due in una delle parodie di cui sopra – lo abbiamo ucciso noi quando abbiamo fatto “Pamplona” con Fabri Fibra”.

E ancora, “Nonno Indie” (che invece non mi fa ridere, ma sarà perché in quei presunti giorni gloriosi io ero ancora impegnato ad ascoltare Metal e altra roba non precisata) che da qualche mese ci vorrebbe far credere che un tempo la musica di nicchia era bella perché la ascoltavano in quattro gatti e invece adesso fa schifo perché passa sulle TV e sulle radio nazionali (e quindi, per inciso, ha smesso di essere di nicchia).
Non lo so, io sto perdendo il filo ma qui mi sembra che si stia perdendo il senso della misura. I Thegiornalisti hanno appena pubblicato un disco che arriva a due anni di distanza da quello che ha rappresentato probabilmente la loro prima grande consacrazione commerciale e, giustamente, dati i numeri totalizzati, attorno a loro sta girando un bel po’ di attenzione.
Però ripeto, qui non si tratta di avere delle reazioni esagitate, da una parte o dall’altra: si tratta semplicemente di provare a capire se si tratti di un qualcosa degno di essere ascoltato. Se sì, bene, se no, lasciamo perdere.
E allora lasciatemi esprimere una manciata di considerazioni su questo tema, cercando di non tirare troppo in lungo. Tommaso Paradiso è un gran paraculo ed è un complimento. È uno che sa scrivere canzoni Pop efficaci, che arrivano dritte al primo ascolto e la scrittura Pop, mi perdonino i partigiani della contrapposizione profondità/superficialità, ispirazione/calcolo strategico, è sempre un affare di calcolo, di studio, di pianificazione. Lo ricordava qualcuno su Facebook durante quelle eterne discussioni, che in molti dei più grandi dell’epoca si mettevano lì e dicevano: “Dai, scriviamo la nostra prossima Rolls Royce!”. Lo hanno sicuramente fatto gli Eagles (ecco, forse abbiamo trovato un gruppo più odiato dei protagonisti di questo articolo), lo hanno fatto i Foreigner (qualcuno ha presente “I Want To Know What Love Is”? Avete in mente di quanto ci abbiano lavorato sopra? Lo hanno detto loro stessi, eh!), lo ha fatto pure Brian Wilson, quando ha detto che dopo aver sentito “Rubber Soul” dei Beatles, si sarebbe messo immediatamente al lavoro per produrre qualcosa di ancora superiore (e fece “Pet Sounds”, come sanno anche i sassi). Lo ha fatto, dulcis in fundo, la premiata coppia Morrissey/Marr dei miei amati Smiths, perché quando si trovavano a casa ora dell’uno, ora dell’altro, non è che avessero in mente di scrivere il gioiellino oscuro e deprimente per eccitare quattro sfigati in croce.
La verità è che l’arte è anche questione di mestiere e non è detto che ciò che è fatto con mestiere non possa essere di qualità.
Tommaso Paradiso è uno che sa scrivere canzoni Pop ed è talmente bravo da risultare arrogante. “Riccione” era un capolavoro di strafottenza frivola, il classico pezzo che mentre dicevo ai miei amici quanto fosse vergognoso, me lo cantavo ininterrottamente giorno e notte e l’avevo ascoltato sì e no un paio di volte guardando il video su YouTube.
A questo giro sceglie giustamente di non cambiare la ricetta, di non stupire e produce dieci tracce (l’undicesima è una intro strumentale dal sapore sinfonico, assolutamente inutile quanto pretenziosamente boriosa; perfettamente nel loro stile, quindi) che nulla tolgono e nulla aggiungono a quanto già ascoltato su “Fuoricampo” e su “Completamente sold out”. L’impronta è sempre quella; semmai, la produzione (affidata per la maggior parte a Dario Faini) si è fatta ancora più ridondante, le tastiere ancora più pomposamente anni ’80, i ritornelli ancora più sfacciati, le atmosfere ancora più tamarre.
C’è un po’ di Dalla, un po’ di Carboni, un po’ di Vasco Rossi, un po’ di Brunori (che poi quest’ultimo non è proprio un’influenza, è che anche lui ha quel modo di scrittura lì, seppure molto più ruspante e artigianale).
C’è insomma quel che c’era prima, quell’idea, presente sin dal primo disco, di trovare una formula immediata che partisse dalla canzone d’autore ma la declinasse in una chiave più innocente e, passatemi il termine, disimpegnata. Che poi è la stessa strada percorsa da Calcutta, che è partito da un anonimato più oscuro ma che è arrivato bene o male dalle stesse parti, pur senza inseguire la pulizia dei suoni e la mega produzione a tutti i costi.


Il risultato è positivo, in fin dei conti. Non tutto funziona allo stesso modo, ci sono episodi senza dubbio trascurabili (“Dr. House” su tutti, con quel suo languore zuccheroso e quel suo testo di una banalità imbarazzante, nella tesi di fondo e nella declinazione linguistica), ci sono cose discrete ma che non fanno gridare al miracolo (“Controllo” fa un po’ troppo ultimo Vasco Rossi, è una ballata da stadio che promette all’inizio ma che poi non approda da nessuna parte; paradossalmente, anche la title track è un po’ così: tante orchestrazioni, tanta ridondanza, un tema principale accattivante ma nulla più) ma ci sono anche quelle che funzionano, alcune abbastanza, altre tantissimo.
I tre singoli, per esempio: li conosciamo già, il primo è uscito addirittura prima dell’estate, inutile soffermarsi. Eppure l’impressione è che ancora una volta Paradiso dia il meglio quando deve muoversi all’interno di un singolo brano, piuttosto che sulla lunga distanza di un disco. Che sia il campionamento di fiati in “Felicità puttana”, con quel suo andamento spensierato e liberarorio, la malinconia agrodolce e un po’ compiaciuta di “New York”, il cantante dimostra di avere ancora una volta la penna ispirata.
Dei brani pubblicati ora, non è male il doppio registro di “Zero stare sereno”, tra la dimensione sognante un po’ brunoriana della strofa e il ritorno alla realtà del ritornello, con la sua bella dose di elettronica e il suo piglio Dance.
E soprattutto “Milano Roma”, giro di Synth ad evocare I Cani del primo album (torneranno anche loro prima o poi) e ritornello in cassa dritta come se non ci fosse un domani.
Ci sarebbe da dire qualcosa anche sui testi ma ho già scritto parecchio e non sono così sicuro di non avere già annoiato a morte. Un paio di considerazioni però lasciatemele fare: è evidente che questo non sia un periodo storico in cui si apprezzano e si cercano contenuti profondi. Le cose vanno male (non ancora così male ma comunque c’è un certo clima di incertezza diffusa, è innegabile) e la gente non ci vuole pensare, ha voglia di divertirsi, le cose depresse dei primi anni Duemila non vanno più, ormai.
Perfetto, è un male che sia così? Dipende. A parte il fatto che scrivere come Fossati (un nome a caso) non è certo semplice, che se fallisci ti trasformi in Saviano e che di Saviano ce ne basta uno (in realtà sarebbe di troppo anche quello ma pazienza), siamo poi così sicuri che il nostro Tommasone nazionale sia un paroliere scarso? Al netto di una semplicità linguistica di fondo e di un ammiccamento perenne all’immaginario ultra contemporaneo dei Social (però “Ti mando un vocale da dieci minuti” è eccezionale, dai! È come la tachipirina di Calcutta: è una roba talmente idiota che devi essere un genio per concepirla. E infatti sono già diventate iconiche tutte e due), non è che esprima chissà quale piattume esistenziale. Si rende conto che la situazione idilliaca in cui torni dal mare e sei bello contento anche nella ripresa della routine quotidiana, è un qualcosa di desiderabile ma di non facilmente raggiungibile (“Zero stare sereno”); esprime la volontà di vivere in un posto bello, con le persone che ama e di fare solo quello che ha voglia di fare (“Una casa al mare”); canta le lodi della donna amata dicendo che il loro amore non si farà fermare dalla paura di un futuro incerto (“Questa nostra stupida canzone d’amore”); dice di quanto sia bello stare bene con le persone care, nella verità delle cose semplici, anche se questo piacere dovesse durare un istante appena (“Felicità puttana”).
Sono concetti banali? Senza dubbio. Ma non so, all’inizio mi sembrava artefatto, fastidioso; andando avanti con gli ascolti, invece, ho capito che non sono altro che le grandi questioni della vita: se tutto sta andando a pezzi ma io sento che non è giusto, che ho bisogno di essere felice, che cosa faccio? Senza essere un intellettuale, bensì giocando con il linguaggio del Pop più ruffiano ed esibizionista che si possa concepire, Tommaso Paradiso tocca questioni semplici, che riguardano tutti e in cui tutti si possono riconoscere. Perché va bene i migranti, va bene il riscaldamento globale; ma quel che ho bisogno è di imparare a fare i conti con me stesso, ad essere vero. Qui e ora, nella banalità del quotidiano, con i mezzi che ciascuno di noi ha a disposizione.
Allora io non lo so che ne sarà di questo disco, di questo gruppo. Può darsi che rispecchi davvero il nichilismo gaio di cui parlava Del Noce, l’edonismo vuoto di un mondo che ha perso ogni ideale. Però io ci vedo solo del buon Pop da classifica. Leggero, certo. Studiato a tavolino, indubbiamente. Che bada più all’apparenza che alla sostanza, forse. Eppure io quando mi sparo queste canzoni in macchina a tutto volume e le canto a squarciagola coi finestrini abbassati, sono contento (sì ok, ammetto di averlo fatto, però non così spesso, dai).
Non diventeranno certo il mio gruppo preferito di tutti i tempi ma potete lasciarmeli ascoltare senza fracassarmi i maroni? Il cofanetto di Tom Petty lo compro, fidatevi…