L E T T U R E


Una recensione e quattro chiacchiere sul concetto di “Classico”

Articolo di Simone Santi

‹‹[…] Ma del resto è come ascoltare mille volte una canzone […] che ci ha fatto sognare: non sappiamo davvero quale parte di noi si attiva, quale aspetto emotivo, fisico o intellettivo trovi in quel particolare prodotto musicale un elemento atto a scatenare sentimenti ed emozioni che, altrimenti, resterebbero silenti e nascosti. […] Con la lirica, e con la musica classica in generale, le passioni si fanno assolute, e quindi immortali perché travalicano il tempo e lo spazio››.

Le parole raccolte in questa epigrafe e tratte dal libro Applaudire con i piedi. Segreti e curiosità della musica colta, breve e gradevolissimo saggio scritto dalla violinista Anna Rollando e pubblicato dalla Graphofeel Edizioni nel 2018, sono l’occasione e lo spunto per recuperare un concetto che mi è particolarmente caro dall’articolo inaugurale di questa rubrica da me curata. In quell’articolo, dal titolo programmatico di Una nuova rubrica o una rubrica nova?, sviluppavo una serie di considerazioni per giungere ad una mia definizione di “classico” che ancora oggi, rileggendola, mi pare convincente.

In quel primo scritto, in cui dichiaravo ai miei ancora virtuali lettori le intenzioni sottese al concepimento di uno spazio letterario qual è La cruna e l’orso, si traguardava il concetto di “classico” per collocarlo all’interno di un orizzonte di senso che assumeva quali coordinate non di certo i criteri classificatori in generi, cari alla critica letteraria, e men che meno gli indici editoriali di vendita; bensì e ben più significativamente si riconoscevano come “classici”, per dirla nei termini propri del linguaggio psicanalitico e antropologico resi ormai familiari dall’uso abituale che se ne fa anche nel modo d’esprimersi comune, le opere che sotto i vestimenti della narrazione ancora tramandano gli archetipi, i simboli, i miti, i “sogni” e gli universali dell’immaginario umano, i quali compongono quel sottofondo originario e ancestrale che precede e fonda il bisogno essenzialmente e intimamente umano rappresentato attraverso il narrar storie, che ogni specifica cultura ha poi declinato in modi e forme propri e storicamente determinati.

In questo senso i “classici” mostrano di non subire l’usura del tempo, dal momento che essi non esauriscono la loro portata insieme al decadere delle mode, delle contingenze e necessità storiche e culturali del tempo in cui sono stati prodotti, ma sanno parlare allo spirito di ogni tempo poiché portatori dei temi e dei motivi fondamentali che animano e agitano la ricerca di senso che vede come protagonista ciascun uomo che si profonda senza prevenzione nel mistero della vita. Come aggiungevo poi nel precedente articolo, ‹‹Ciò è potuto avvenire soltanto a partire da quel momento nel quale il filologo Francesco Benozzo ha ipoteticamente collocato la nascita di “Homo Poeta”, ovvero dell’antenato di ogni moderno professionista della parola, che per primo è stato capace di conoscere e rappresentare se stesso e il mondo narrandolo in forme simboliche, diffondendone allo stesso tempo nella nostra specie la consapevolezza››. Rimando a quella lettura lo svolgimento di questi temi.

Con parole, toni, argomenti e intenti chiaramente altri rispetto ai miei, il libro di Anna Rollando mi ha bensì ricondotto durante la lettura agli esiti di quelle considerazioni. Violinista e concertista classica e pop, la competenza ed esperienza professionale dell’autrice coprono un territorio artistico notevole; tra le collaborazioni, basti citare i nomi di Rondò Veneziano, di Ennio Morricone, di Massimo Ranieri e del Teatro dell’Opera di Roma. Ha collaborato a numerose produzioni Rai e Mediaset e alla creazione di eventi musicali. Ha una laurea in Scienze della Comunicazione e si interessa di didattica della musica. Il libro in questione, Applaudire con i piedi, composto in una forma che richiama ora il saggio, ora l’agile manuale per la consultazione (assai interessante in questo caso è il breve glossario contenente alcune voci di grammatica e di lessico musicale, utili a digrezzare i fondamenti della conoscenza musicale genericamente posseduti dai non addetti ai lavori), si propone al lettore secondo le parole dell’autrice stessa come “una guida accogliente, amichevole e semplice per avvicinarsi alla musica classica e all’opera lirica, che sono la culla di tutto quello che ascoltiamo oggi”.

Attraverso storie e personaggi che abitano la successioni dei capitoli, vengono illustrati aneddoti e curiosità; fornite spiegazioni e risposte a domande ricorrenti o inconsuete; raccontate le vite di alcuni protagonisti con le loro vicissitudini ora divertenti, ora tragiche, ma sempre significative e intense; spiegati nei loro tratti distintivi generi e stili tra loro evidentemente differenti e appartenenti a epoche e sensibilità assai diverse, ma tutte ricondotte nell’alveo di quel mare magnum che chiamiamo collettivamente “musica classica” per distinguerla da quella popolare, e che considera repertori eterogenei di musica sia sacra che profana prodotta indicativamente dall’XI secolo fino ad arrivare ai giorni nostri.

Così veniamo presi per mano e accompagnati a conoscere il mondo dell’opera lirica, o come sarebbe più corretto dire del melodramma come forma capace di unire in una unica rappresentazione la musica, il teatro e la poesia, dal momento che i librettisti scrivevano in versi e non di rado ricevevano materiale e ispirazione dalle opere della letteratura. In un capitolo dedicato viene sollevato il velo dalle poche ma valenti compositrici e musiciste donne, vere e proprie pioniere in un mondo musicale che si percepiva esclusivamente maschile, a iniziare dalla figura eminente di Santa Hildegarda, mistica e badessa benedettina vissuta nel XII secolo e autrice di inni e di carmina per la liturgia sacra, fino ad arrivare al Novecento e al talento eclettico e più mondano di Meredith Monk. Nel capitolo finale si passano in rassegna le diverse sezioni di strumentisti che compongono un’orchestra, introducendo ciascuno strumento con alcune delle barzellette che circolano nell’ambiente a riguardo dei loro esecutori. Storie di vita da musicista, talenti innati e “patologie musicali”, sarebbe difficile e in fondo poco utile cercare di circoscrivere l’abbondanza ed esuberanza del materiale che si può trovare scorrendo le pagine del libro. Più interessante da evidenziare in questo articolo, e più conseguente rispetto alle sue premesse, è l’approccio all’ascolto e all’esperienza in musica e con la musica che l’autrice in questo libro propone ai suoi lettori.

Già il suo titolo, Applaudire con i piedi è un invito a capovolgere i luoghi comuni, a lasciar andare rigidità di pensiero, timori e inibizioni indotti da pregiudizi e dalla poca conoscenza della materia. Quello di Anna Rollando è in primis un invito alla curiosità e alla creatività, a “non avere paura” e ad avvicinarsi con animo giocoso all’ascolto e all’esperienza della musica classica. Per accompagnare il lettore a dissipare le prime resistenze, il libro inizia a demistificare l’immagine austera e gravosa di cui la stessa musica classica, mediante i suoi stessi rappresentanti, si è ammantata nel tempo, divenendo un territorio riservato ad una élite di esperti e competenti; fenomeno questo del resto non infrequente presso tante élites intellettuali per lo più autocostituite (e l’ambiente letterario non ne è certamente esente) che hanno finito per avocare a sé la cultura, determinando un allontanamento e un diffidente disinteresse presso i non addetti ai lavori. L’autrice inizia col mettere in discussione la nostra pretesa “non competenza”, evidenziando come la musica, nondimeno quella classica, partecipi ad ogni momento delle nostre giornate, sottoponendoci a una sorta di apprendimento indiretto e persino inconsapevole.

Ci sono forniti elenchi di titoli di brani e di opere a guisa di esempio, e con essi l’invito a sperimentarci nell’ascolto avvalendoci delle risorse messe a disposizioni dalla rete. Tutto questo con l’obiettivo di recuperare un senso di familiarità e un contatto con la musica classica, da riscoprire non come qualcosa di lontano ed estraneo ma come esperienza che ci appartiene come natura intima. A tal proposito trovo interessante sottolineare il termine di familiarità in musica, che a me viene spontaneo ricollegare agli interessantissimi studi condotti da J. A. Sloboda e volti a comprendere le basi psicologiche (emotive e cognitive) sottese all’esperienza musicale (1).

Per riaccendere il senso di familiarità nell’ascoltatore non esperto all’ascolto della musica classica, Anna Rollando suggerisce di lasciar perdere le preoccupazioni legate alla competenza tecnica, ma di avvicinarsi e fruire la musica assaporando a pieno le emozioni, le immagini, le evocazioni e le suggestioni suscettibili di emergere da essa; pertanto non un ascolto razionale, analitico, esperto, ma piuttosto un ascolto che potremmo dire, prendendo a prestito la terminologia del pedagogista della musica francese F. Delalande, “empatico”(2), tutto affettivo e personale, ovvero un ascolto “ignorante” nel senso di puro da ogni pregiudizio, come dice D. Gaita in riferimento alla sua definizione di “musica del cuore”(3).

Il concetto di familiarità, inteso come la capacità di riconoscere in una musica anche sconosciuta un qualcosa che appartiene al mio mondo interiore (un vissuto emotivo, un ricordo, un’associazione di idee per analogia, un sussulto del corpo), attraverso il gioco dell’anima che nell’arte riconosce sé stessa, è il ponte che permette anche a repertori datati secoli addietro di essere “classici”, ovvero “eternamente contemporanei”.

Come Anna Rollandi scrive, ‹‹Se un prodotto musicale si perpetua nel tempo (da Bach ai Beatles) e in molti lo ascoltano, ne trovano motivo di riflessione, lo analizzano per cercare idee fondamentali, per interpretate il pensiero dell’autore e comprendere come la società ci si rispecchia o come l’autore spesso lo stesso autore attribuisce senso e significato all’opera, tale prodotto assume una diversa valenza e può, in qualche modo, considerarsi musica “classica”, nel senso che (di chiunque si stia parlando, da Freddy Mercury a Donizetti) ha superato lo scoglio dell’effimero, perché è musica rimasta scolpita nell’immaginario collettivo››.

L’invito a ritrovare in noi stessi il piacere offerto dalla musica classica, iniziando dall’ascolto domestico per poi magari “osare” la frequentazione di una sala da concerto o di un teatro, lo stimolo offerto dal suo libro a risvegliare nelle nostre intelligenze curiosità e partecipazione è un balsamo per tutta la cultura, e non solo musicale, che sembra essere rimasta come orpello per lo più poco necessario alla nostra realtà quotidiana, o come occasione mondana ed elegante. A Frank Zappa, il quale sosteneva che “Parlare di musica è come ballare di architettura” rivendicando per la musica l’ascolto quale suo unico e naturale ambito di fruizione, l’autrice di questo libro risponde che comunque già parlarne “può in ogni caso offrire molte piacevoli sorprese”. Non so se sarà sorprendente, ma credo sempre più convintamente che ripristinare quel rapporto e, ancor prima, quel sentimento di familiarità sopito tra arte e vita, e con esso far riemergere dall’arte la sua natura originaria di luogo di narrazione di Homo Poeta, figura mitica e al contempo realissima che rappresenta ed esprime l’insopprimibile anelito dell’animo umano a rappresentare se stesso e il proprio orizzonte esistenziale in forme simboliche e universali, costituisca la sfida decisiva per chiunque si occupi oggi, sia “dall’alto” che “dal basso”, delle sorti della cultura in tempi incerti quali sono i nostri; tempi e incertezze che necessariamente non coinvolgono il solo nostro paese, ma che di certo chiama il nostro paese alla più alta responsabilità, essendo l’Italia erede di una tanto cospicua eredità culturale.

Note bibliografiche:
(1) A. Sloboda, La mente musicale – ed. Il Mulino 1998
(2) Delalande, Tipi di ascolto e ascolti tipo, saggio pubblicato in Le condotte musicali – ed. Clueb 1993
(3) Gaita, Il pensiero del cuore – ed. Bompiani 1991