Articolo di Simone Santi

La letteratura, al cospetto delle altre forme di “narrazione” e di “fictio” a nostra disposizione, si direbbe che oggi fatichi a stare tra quelle riconosciute come più “convincenti” dal pubblico; del resto da alcuni decenni essa pare aver perduta la capacità, se non anche l’aspirazione, a suscitare e farsi portatrice di significati “forti” e di una visione dell’essere umano capace di coglierlo in modo non riduttivo nella sua complessa totalità esistenziale, così com’era stato invero per la “grande letteratura” che nel passato aveva saputo rappresentare e dare conto delle istanze e delle grandi domande che accompagnano il viaggio “di senso” dentro la vita degli uomini di ogni epoca e luogo: sfibrata dal minimalismo che ha finito per impoverirne insieme alla lingua anche l’orizzonte ideale, la letteratura di oggi sembra non possedere più la vivificante tensione verso la dimensione spirituale dell’esistenza (e dell’arte, che simbolicamente la traduce), sostituendo quei valori che le sono stati propri con i miti occasionali della cultura attuale e appiattendo la propria rappresentazione dell’uomo alla sola dimensione psicologica e storico-sociale.

La letteratura per di più è un’arte “povera”. La scrittura di un libro non è quasi mai in grado di muovere a beneficio dell’autore interessi economici significativi – fatta eccezione per particolari casi editoriali, ma vale la pena ricordare che editoria e letteratura sono realtà distinte che si incontrano saltuariamente – così che ad uno scrittore non è dato con la stessa naturalezza che ad altri di poter voltare le spalle alla “Anima Mundi” per rivolgersi e chiedere soddisfazione al pubblico di critici e potenziali acquirenti che popolano “vernissage” e altre situazioni mondane.

Pertanto anch’io mi pongo la stessa domanda che forse vi state ponendo anche voi: perché un’altra rubrica che tratti di letteratura? Che cosa potrei aggiungere io a quanto già si dice e si scrive, senza dare l’impressione di compiere un’azione di retroguardia?

Per rispondere, occorre che io proceda per un’altra via.

Nelle occasioni nelle quali vengo chiamato a parlare di “Storie” sono solito utilizzare l’immagine del tronco dell’albero, e di quel disegno di cerchi concentrici che possiamo osservare al suo interno per stabilirne l’età.

La trama elaborata dallo scrittore costituisce evidentemente la formazione più esterna, la corteccia dell’albero di quella Storia.

Quando iniziamo a scendere verso l’interno, tra i primi cerchi che incontriamo, scopriamo le tracce della psicologia e della personalità di quello scrittore. A questo livello troviamo impronte che ci informano riguardo alla sua costituzione personale e al suo temperamento, alla sua formazione intellettuale e sentimentale, alla sua biografia personale e artistica, agli incontri e ai rapporti che egli ha intrattenuto con singole persone e nel loro insieme con la società e con la cultura del suo tempo; questo è il luogo dove si forma l’immaginario dell’autore, che rimanda a quei vissuti, stati interiori, modelli e valori individuali che ne tratteggiano il paesaggio interiore e fanno di lui la persona che è, e non altra. Questo primo livello di una Storia appartiene ancora alla sfera della soggettività dello scrittore, e qui vediamo operare la sua poetica, fatta di sensibilità e di stile, attraverso la quale egli realizza nei suoi esiti più felici l’unicità e la riconoscibilità della propria scrittura, e alfine informa ciascuna sua opera attraverso il proprio personale modo di “vedere” e di “sentire” sé stesso e il mondo nel quale vive.

Questo livello nel tronco di una Storia è quello che io chiamo col nome di creatività.

Quando però una Storia ha sviluppato un tronco sufficientemente grande e antico, e noi ci caliamo fino al fondo dei suoi cerchi più interni, qui possiamo ancora rinvenire echi e tracce di vestigia immemoriali, di temi e motivi narrativi universali, mitologemi che ritroviamo pressochè identici nelle narrazioni di popoli e culture differenti e distanti tra loro nel tempo e nello spazio e che perciò non avevano potuto mai entrare in contatto tra loro. Tali temi e motivi sono trame e immagini universali poiché non nascono dall’immaginario soggettivo di un singolo cantore, bensì sono archetipi che originano dal mondo immaginale, ossia da quel fondo inconoscibile e profondo che accomuna ogni uomo nel mistero della propria umana esistenza.

Questo livello costituisce il nucleo più profondo di una Storia, che io chiamo Creazione. E la creazione ha sempre a che fare coi miti delle origini.

Le Storie abitano e hanno abitato ogni tempo e ogni luogo. Noi non sappiamo chi fu il primo cantore, ma se ricordiamo le spettacolari incisioni e pitture parietali raffigurate dai primitivi in epoca preistorica all’interno di alcune grotte (ad Altamira in Spagna così come a Lascaux in Francia, in Scandinavia così come in Africa), riconosciamo intuitivamente che trattasi già con certezza di narrazioni. Queste immagini difatti ci forniscono una serie di suggestioni riguardo a come i primi uomini a differenti latitudini iniziavano a rappresentare la propria vita e i quotidiani compiti della loro sopravvivenza: le idee che andavano maturando circa sé stessi e verso il mondo della natura, la cornice di senso entro la quale si realizzava la loro vita individuale e collettiva, il loro sistema di rapporti sociali e il sistema di comportamenti rigidamente prescritti di valore magico e religioso riguardantii riti e i rapporti con la sfera del sacro. Una tale capacità di rappresentare in forme simboliche deve essersi manifestata assai precocemente nella nostra specie se, come testimoniano i ritrovamenti archeologici a lui attribuiti, già l’Homo Neanderthalis conosceva una primitiva protomusica che eseguiva utilizzando un piccolo flauto di osso a tre fori, e praticava il culto dei morti che prevedeva di allestire nella tomba un corredo funerario per il defunto e di preparare il cadavere per un viaggio “altrove”.

L’elemento decisivo che dobbiamo comprendere di questa fase embrionale del nostro sviluppo filogenetico è che soltanto con gli occhi del poeta l’uomo ha potuto essere in grado di concepire un “altrove”. Ciò è potuto avvenire soltanto a partire da quel momento nel quale il filologo Francesco Benozzo ha ipoteticamente collocato la nascita dell’Homo Poeta, ovvero dell’antenato di ogni moderno professionista della parola, che per primo è stato capace di conoscere e rappresentare sé stesso e il mondo narrandolo in forme simboliche, diffondendone allo stesso tempo nella nostra specie la consapevolezza.

A partire da questa nascita, si sono originati i miti e i “racconti delle origini” che ritroviamo presso tutte le popolazioni dei cosiddetti primitivi (ovvero coloro che sono arrivati per primi), attraverso cui gli uomini hanno cercato fin dal primo momento di fornire risposta alle domande fondamentali su sé stessi e sulla destinazione della propria vita. Dal fondo di quello che prima ho chiamato mondo immaginale è sorto il patrimonio comune di temi e motivi narrativi ancestrali e archetipici che da allora hanno viaggiato nel tempo all’interno di quelle Storie che, tramandate attraverso la ripetizione e trasformate nelle rielaborazioni e nei riadattamenti richiesti dalle necessità emergenti di nuove epoche e nuove generazioni, sono arrivate fino a noi non come residui e curiosità archeologiche, ma come testimonianza della presenzae dellaattualitàdi Homo Poeta che ancora vive in noi e nella nostra insopprimibile necessità di raccontare e di ascoltare Storie.

Oggi tali motivi originari sono ancora leggibili in forme non troppo corrotte dal tempo nei repertori di narrazioni appartenenti al mito e al folklore, così come nelle versioni originali delle fiabe più antiche; altrimenti, ma in forme già più sofisticate, li ritroviamo in quelle opere letterarie che, lungi dall’esaurire il proprio afflato nelle contingenze proprie dell’epoca in cui esse sono state prodotte, hanno mantenuto nel tempo la loro attualità fino a essere considerate dei “classici”. Al di là delle definizioni e delle classificazioni di genere, ciascuno di noi è in grado di riconoscere queste Storie, per quanto rimaneggiate: si tratta di quelle Storie capaci di ingenerare in noi una speciale risonanza e “familiarità”, una partecipazione profonda, lasciandoci in qualche modo come “incantati” (e sappiamo fin da quando siamo bambini che l’incanto è qualcosa che ha a che fare con la magia): è come se avvertissimo che queste Storie vengono ad incontrarci proprio nel punto della nostra vita in cui noi ci troviamo per parlarci di qualcosa che intimamente ci riguarda, così che queste non rimangono per noi semplicemente Storie vere, ma altresì profondamente vissute; un repertorio di immagini simboliche e archetipiche risveglia in noi un paesaggio di immagini interiori altrettanto archetipiche che costituisce il nostro fondamento originario, ovvero ciò che fonda il significato della nostra vita. E “fondare” etimologicamente significa ricollegarsi con le proprie origini.

Come dicevo all’inizio di questo articolo, oggi questo genere di Storie non gode di particolare favore editoriale e neanche, per quel bizzarro gioco di influenzamento reciproco che lo lega all’editoria, del favore della maggioranza del pubblico. Non tornerò a ragionare sui motivi. Mi limito ad osservare, in conclusione, che queste Storie tuttavia non hanno mai smesso di essere scritte. Certo, per trovarle occorre di regola allontanarsi dai circuiti “ufficiali” e seguire strade alternative (ma mai secondarie) verso territori marginali, di confine. E qui, nascosti alla confusione e allaribalta, operando al modo dei santi, o come sciamani, o come monaci medievali, ancora ci sono scrittori che scrivono queste Storie tramandando l’antica sapienza e la memoria delle origini.

La posta in gioco evidentemente non è solo letteraria. Per questo la volontà, se non in assoluto la necessità, di scrivere non una nuova rubrica ma una “rubrica nova”, che abbia la propria novitas nelle considerazioni sin qui svolte. A queste, e al loro compito profetico, questa rubrica è dedicata.