I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

“Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Inizia così la celebre riflessione di Agostino, che ne “Le confessioni” prova a dare ragione di un tema tanto scontato quanto controverso. Non so se Nicolò Carnesi abbia mai letto il filosofo di Ippona ma di sicuro ne ha, almeno indirettamente, raccolto la provocazione. Ho bisogno di dirti domani, sua quarta fatica in studio, riflette infatti sul tema del tempo, scomponendone le tre dimensioni, passato, presente e futuro, nel tentativo di trovare una qualche verità, un punto fermo per uscire dall’impasse nella quale sembriamo, come consorzio umano, essere sprofondati negli ultimi anni. Un disco snello, agile, che si discosta dalle sperimentazioni e da una certa prolissità che si poteva intravedere nel precedente Bellissima noia e approda ad una dimensione che gli è in qualche modo più consona, più vicina alle sonorità di Una galassia nell’armadio, al momento il suo lavoro più rappresentativo.
Un disco, questo suo ultimo, solo apparentemente semplice, però: perché dietro alle melodie di facile presa e ad un lavoro magnifico di Synth e chitarre, mai così in simbiosi come adesso, si nasconde una malinconia non ben definita e un senso di precarietà dell’esistenza da cui si prova ad uscire provando appunto a recuperare un senso unitario delle dimensioni temporali nelle quali siamo costantemente immersi. Che il tentativo abbia successo o meno, “Ho bisogno di dirti domani” è un disco bellissimo, tra i migliori usciti quest’anno in Italia, cosa che non fa che accrescere la domanda sul come mai al cantautore palermitano non sia ancora stato riconosciuto lo status che meriterebbe. Nell’attesa di risposte, lo abbiamo chiamato per telefono per farci raccontare qualcosa di più del disco e della sua personale visione dell’esistenza.

Dopo un disco come “Bellissima noia”, più articolato, più sperimentale, mi sembra tu sia tornato ad una dimensione più concisa, sintetica; anche dal punto di vista dei suoni, direi: ci sono anche più Synth, un suono nel complesso più Pop, più vicino alle cose che facevi di solito. Forse è presto per dirlo ma può darsi che tu abbia realizzato il tuo più bel lavoro…
Ti ringrazio molto. È verissimo, questo: “Bellissima noia” era un disco che aveva come focus il contrasto tra il tema della noia e gli arrangiamenti che invece erano pieni di colori, con fiati, sax… qui ho cercato di ridurre, di riportare queste canzoni ad una dimensione più sintetica, come dicevi tu. Mi sono divertito molto a farlo, avevo la necessità di farci sopra un lavoro maggiore, anche a livello di tempo. Rispetto al passato, infatti, ci ho impiegato un anno in più. I miei dischi precedenti hanno avuto una scadenza biennale, questa è stata la prima volta in cui ho dedicato tre anni della mia vita a queste canzoni, quindi fa piacere quando ti dicono, come hai fatto tu ora, che si tratta del tuo miglior lavoro: in effetti bisogna sempre cercare di migliorarsi!
Per tornare al tema della sintesi… avevo già in mente di utilizzare in un certo modo l’elettronica, mai invasiva ma comunque presente in tutto l’album; oppure le chitarre, mai distorte ma suonate con questo Palm mute che ticchettia continuamente e quindi le fa diventare una sorta di orologio, come se ti portassero inconsciamente a sentire il tempo, che è poi uno dei temi principali di questo album.

Mi è piaciuto molto il lavoro di produzione: trovo che abbia veramente un bel suono caldo, avvolgente. Come è stato il passaggio dalla fase di scrittura alla registrazione vera e propria?
I brani sono nati come sempre nel mio studiolo. Solitamente scrivo tutto al piano ma da subito inizio a fare dei provini molto prodotti, devo dire la verità: sono un appassionato della produzione quindi utilizzo vari strumenti e cerco immediatamente di dare un’idea di come sarà il pezzo. Se necessario quindi suono la batteria, i Synth, il basso, così il brano acquista subito una sua identità molto forte. Questa però è solo la mia visione delle cose. La seconda fase è stata dunque di prendere questi brani assieme a Donato Di Trapani e cominciare a togliere degli elementi. Tipo: “Questo Synth di piano è bello ma magari possiamo trovarne uno analogico con un timbro più caldo…” oppure cambiare qualche accordo qua e là per aprire meglio una melodia… questo tipo di lavoro assieme a Donato è stato fondamentale, è quello che ha reso il disco caldo, avvolgente nei suoni. C’è anche molto di suonato: nell’ultima fase abbiamo registrato in studio gli altri strumenti, dalle batterie ai piani classici oppure il piano Rhodes. Ci siamo mossi tra Roma e lo studio e gli ALPHA Dept Studios di Andrea Suriani, che ormai è una sicurezza nell’ambiente…

Mi piace tantissimo la title track, una canzone davvero eccezionale, anche per la sua struttura particolare. È una canzone non facilissima ma una volta che entra, risulta tra le tue cose migliori, secondo me.
Ammetto in effetti che è una delle canzoni che sento di più, per cui nutro un affetto particolare. È arrivata più o meno a metà del processo di scrittura e mi ha fatto capire che cosa volevo realizzare, in che direzione stavo andando, quale sarebbe stato il tema del disco, per cui è stata molto importante. L’ho scritta tornando a Palermo da Milano e l’ho scritta proprio pensando al Bar della Stazione Centrale dove il pezzo si apre. È una sorta di momento di rottura con questa città, c’è questa figura che diluisce gli occhi nel caffè il giorno di Carnevale e questa mancanza che si sente del mare: “Dove si va quando cerchi il mare e sei a Milano?”. Da lì parte tutto un flusso di coscienza, che ho voluto rendere anche a livello musicale: non è infatti un caso che abbia scelto il falsetto e che abbia sdoppiato le due voci in stereo, perché dà questa sensazione quasi di cassa di risonanza nella tua testa. È un’esperienza che capita un po’ a tutti, credo…

In effetti la prima volta che l’ho sentita sono andato subito a leggermi i credits per capire se ci fosse dentro qualche featuring…
L’idea era proprio quella di raccontare un esame di coscienza che è sicuramente personale ma nel quale ci si può riconoscere anche esternamente. E poi è un brano che racchiude in sé tutto quello che è il sound del disco, forse è per questo che varia così tanto. Ora, non è che quando l’ho scritta ci abbia pensato più di tanto però è vero che non ha la struttura di una canzone Pop tipica, anche perché sul secondo ritornello arriva la parte forse più scura, che arriva prima dello sfogo di “Ho bisogno di dirti domani”, che è invece una frase che si proietta nel futuro e ha dunque qualcosa di positivo al suo interno, proiettata verso il domani. Prima però c’è l’oscurità, la consapevolezza che il domani non è eterno, non ci sarà per sempre. Ci vuole quindi un po’ di oscurità se si vogliono raccontare le cose in maniera lucida…

“Il futuro” è un altro brano bellissimo e potrebbe diventare una canzone manifesto del tuo repertorio, non credi? Voglio dire, se un giorno si vorrà sapere chi è Niccolò Carnesi, forse la cosa più semplice sarà fare sentire questa canzone…
Guarda, un amico pochi giorni fa scherzando mi ha detto: “Il futuro” è la tua “Povera patria” (ride NDA). Ovviamente per me è un complimento bellissimo però devo dire che in un disco così sbilanciato sui rapporti personali, ho sentito anche il bisogno di dire qualcosa sul tempo che stiamo vivendo. La canzone si chiama “Il futuro” ma è evidente che parla del nostro presente: “Chi muore di fama non fa mai la spesa, chi muore di fame fa sempre più foto del cibo degli altri”, “Gli uomini persi nei mari”… volevo dire la mia sul tempo che viviamo, ecco.

È tra l’altro un un brano che fa a pezzi il mito del futuro, per come l’abbiamo sempre pensato per anni, con tutte quelle invenzioni fantascientifiche che ci avrebbero reso più bella la vita…
Esattamente, il punto è quello. Questa canzone dice anche che le grandi speranze non si sono avverate, sono state disattese, tanto che, più che una grande speranza, quella che viviamo è ormai una sorta di distopia, anche se non lo vogliamo ammettere perché ci siamo dentro. Se avessero fatto un film o un romanzo per descrivere questi nostri tempi, trent’anni fa, l’avrebbero senza dubbio definito un romanzo distopico, di un mondo che non ha ben capito da che parte vuole andare.

In generale c’è questa sensazione di entrare nella vita già con la consapevolezza della sconfitta, che mi pare sia sempre più una prerogativa delle giovani generazioni. Dall’altra parte, però, c’è anche un punto positivo, che è rappresentato da “Un giorno di pesche”, che invece è una canzone quasi liberatoria…
Mi fa piacere che tu abbia colto alla grande l’essenza di questo disco: “Un giorno di pesche” l’ho messa verso la fine, proprio a rappresentare il momento della chiusura del cerchio. È un pezzo a cui affidarsi, una sorta di preghiera pagana, come se cercassimo di crearci una figura salvifica: “Salvami dagli occhi degli uomini, dai mari in tempesta, dalle piccole bugie, dagli amori senza senso, dalle vie parallele, dalle lontane frontiere” e così via. Vogliamo tutti mantenere quella piccola speranza che ci fa tendere ad un domani migliore, che ci fa dire che ci sarà un domani. Anche musicalmente, ho cercato di raccontare questa sorta di preghiera in maniera eterea, evocativa. È stato molto interessante sperimentare dei Synth modulari, che creano dei tappeti che sembrano arrivare chissà da quale mondo, proprio a sottolineare un brano che esce dagli schemi del reale, per diventare una sorta di preghiera, appunto. Sai, quando non hai più nulla da perdere, ti affidi a qualcuno, nella speranza che ti possa tendere la mano. Penso che sia una cosa possibile, dopo tutto: nell’ultima traccia dico sostanzialmente che la chiave della salvezza passa attraverso l’accettazione del proprio passato, anche se è più una salvezza individuale, non è detto che possa per forza avere un valore sociale…

Tra l’altro, mi ha colpito che “Il passato”, che è l’ultima traccia, sia anche quella dove usi il vocoder, filtrando la voce come non avevi mai fatto…
In realtà lo utilizzo anche in altri pezzi ma non è mai protagonista, è sempre molto leggero. Qui invece volevo che questo passato fosse quasi futuristico, volevo raccontarlo con questa voce distorta: ci sono due autotune e due vocoder, uno dei quali canta le ottave basse. Una voce distrutta dagli effetti, insomma, ma secondo me era importante raccontarla così. Sai, è il ricordo molto spesso che arriva così: io sono da sempre un fan di David Lynch e il modo in cui lui riesce a raccontarti l’inconscio, i ricordi, è sempre molto inquietante, ed è anche il suo bello. Anche nelle colonne sonore che realizza assieme a Badalamenti utilizza suoni e voci pesantemente trattati, quindi direi che l’idea mi è nata anche da lì, mi ha ispirato per raccontare questo passato che però, fondamentalmente, occorre accettare e fare diventare parte di noi.

Già che parliamo di inconscio: potrebbe non essere quindi un caso che per raccontare il presente tu abbia scelto un’intro di pochi secondi… come se il presente non avesse bisogno di essere raccontato perché è quello che stiamo vivendo in questo momento…
Peggio ancora: il presente in realtà non lo viviamo mai, non riusciamo mai a decodificarlo. Mi piaceva che il pezzo intitolato “Il presente” non avesse testo, fosse solo una sorta di intro perché in realtà l’adesso non esiste, siamo sempre proiettati o in avanti o all’indietro. E quindi come lo racconti con le parole, il presente? Non mettendoci le parole!

Una curiosità, invece: come mai non hai inserito “Spogliati”, il brano che hai scritto con Brunori? Mi sarei aspettato di trovarlo sulla tracklist…
Avevo in mente un disco simmetrico, che fosse diviso in tre parti che creassero quasi un cerchio, tanto che anche graficamente all’interno ho inserito questa reiterazione del cerchio, del loop, di un qualcosa che gira su se stesso. “Spogliati” secondo me non era del tutto adatta: per quanto a livello di sound avesse degli elementi comuni, mi pareva che stonasse un po’. D’altronde la possibilità di fare ormai dei singoli fruibili, mi ha consentito di buttarla fuori. Non ti nascondo che mi piacerebbe fare uscire prima o poi un 45 giri, visto che tra l’altro è un brano legato alla Disco, al Funk anni ’70…

Cambiando argomento: Willie Peyote in uno dei suoi nuovi singoli dice che “I Cani hanno inventato l’Indie e adesso tutti lo fanno da cani” o una cosa così.
Ah, davvero (ride NDA)?

Sì, e sempre nella stessa canzone, dice che a sentire certa gente, Battisti si rivolterebbe nella tomba. Mi sembra una cosa interessante, vera da un certo punto di vista ma che di sicuro non tiene conto che c’è tutta una schiera di cantautori, della quale tu stesso fai parte, che comprende Colapesce, Giorgio Poi, Brunori, Delmoro e molti altri, che la lezione di certi maestri l’ha invece imparata alla grande…
Certo la qualità esiste! Io sinceramente non ci ho mai pensato troppo, a dove collocarmi. Scrivo perché ho bisogno di farlo, per me è una terapia, una passione… non sto troppo a pensare di inserirmi o meno in una scena, anche perché ormai c’è talmente tanta roba… nello specifico, la provocazione di Willie Peyote è chiara ma credo si riferisca ad una realtà che non ha nulla a che vedere con quello che è iniziato con I Cani. Penso sia avvenuto che il Pop italiano ad un certo punto si sia spostato da un’altra parte: prima si chiamava Max Pezzali, adesso si chiama Tommaso Paradiso ma per me non c’è mai stata nessuna differenza, una certa dinamica non mi è mai interessata. Certo, ti arriva davanti agli occhi continuamente perché ha successo ma, così come nel 2012 scrivevo “Gli eroi non escono il sabato” pensando ad un’alternativa a quella che era la musica mainstream, oggi faccio la stessa identica cosa. Credo molto nel mezzo musica perché mi ha dato tanto e in un paio di occasioni, se vogliamo, mi ha pure salvato la vita. Facendo musica, quindi, è mio dovere fare il massimo, cerco in continuazione di fare dei dischi che ascolterei anch’io. È un atteggiamento che ritrovo in molti altri artisti: tu prima citavi Colapesce; ecco, lui è un altro che ha avuto una carriera incredibile, uno che non può essere definito né Indie né It Pop… è Colapesce ed ha sempre portato qualità nella sua musica, così pure Dimartino, Dario (Brunori NDA), Dente. Guarda, sinceramente non so che cosa succederebbe se improvvisamente i riflettori cominciassero ad illuminare anche questi artisti, se accadrebbe la stessa cosa che è accaduta con altri. Ogni tanto ci penso, è anche un mio difetto essere un tantino idealista…

Ti lascio andare, ti chiedo giusto una battuta sul tour che inizierà a breve…
Lo stiamo preparando in questi giorni. Sarà un live che includerà tutto il disco nuovo, proprio per quell’idea del cerchio che si chiude di cui ti parlavo prima, mi piacerebbe suonarlo tutto. Poi ovviamente ci saranno i pezzi vecchi ma è difficile perché adesso che abbiamo quattro dischi non sarà per niente facile scegliere. Dovremo eliminare alcune cose che siamo abituati a fare, che il pubblico ha sempre recepito bene e quindi ci sto lavorando parecchio. Vorrei soprattutto fare una scaletta coerente con quello che è il nuovo disco, anche dal punto di vista del sound. In alcuni casi riarrangeremo qualcosa, nel tentativo di preparare uno spettacolo che abbia senso, che invogli a venire anche gente che ci ha visto parecchie volte in passato. Speriamo che venga fuori una bella cosa e speriamo che sia anche supportata adeguatamente dal pubblico…