R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

Una elegante fusione tra pianoforte ed elettronica, senza forzature. È questo All the Unknown.
Il terzo album dei Grandbrothers si cala in una prospettiva nuova, col coraggio di chi vuole avventurarsi in un cosmo elettronico armato di pianoforte a coda, meccanica auto-costruita controllata dal computer e uno sguardo puntato su nuove latitudini.
Incuriosisce fin dalla copertina che esprime appieno l’intento esplorativo del disco: un fitto cespuglio di biancospino in cui sbirciare alla ricerca di stimoli. Il duo turco-tedesco/svizzero tira fuori un mondo sonoro aperto ad ogni possibilità compositiva. Per il pianista Erol Sarp e l’ingegnere elettronico Lukas Vogel sembrano non esistere limiti, ogni suono è possibile anche con un unico strumento, un pianoforte classico hackerato con il software del computer e lo spirito dell’EDM.

Ad aprire l’album i due brani Howth e What We See che fin da subito si concentrano sui dettagli dando vita ad un ritmo capace di generare una tensione cinematografica con suoni di pianoforte che si insinuano tra filtri elettronici, che vengono deformati digitalmente e ricomposti. Frammenti del passato si avvinghiano ad atmosfere del presente. La Title Track si presenta come un insieme sapientemente strutturato in cui ancora una volta i suoni del piano vengono estratti, elaborati e modellati oltre la loro identità originale per creare battiti, e toni alieni che le conferiscono il carattere della musica da club. L’outro di Four River è dominato da un pianoforte disadorno e struggente che carica il brano di sentimento, dopo un viaggio fluttuante fatto di progressioni sonore. Progressioni che si ritrovano anche in Shorelines, che intreccia battiti elettronici e suoni del piano i quali, seppur nella loro individualità, rimangono aggrovigliati. Effetti come il suono di una sorta di campana e toni simili a cetra sono stati creati per Auberge. Qui spiccano le riverberanti linee di programmazione tecnologica ideate da Vogel: l’incipit colmo di mistero gioca a inerpicarsi sui rami di un’atmosfera inusuale o a scivolare tra i rivoli di un paesaggio rarefatto e incontaminato. Organism convince nel suo essere un brano fortemente cinematografico, esprime un senso di necessaria ricerca ed è cadenzato dall’urgenza di risposte. Nel ritmo di Silver si percepiscono cambi di rotta e prospettive nuove mentre in Black Frost le scoppiettanti bolle elettroniche dell’inizio si perdono poi in un ritmo non troppo eccitante. I suoni si fanno più scuri in Unrest che procede a passi vigorosi, ripetitivi e incalzanti e sembrano ispirarsi a Jan Hammer. L’ultimo brano è Mourning Express che evoca l’idea di una passeggiata dolcemente nostalgica tra pensieri confusi e sensazioni indefinibili, e in cui riecheggiano le melodie dei due dischi precedenti.
È un continuo susseguirsi di vecchio e nuovo, classico e moderno, un lavoro sicuramente complesso nell’elaborazione in cui si approfondisce in maniera dettagliata il divario tra analogico e digitale. L’incontro tra i due, in modo del tutto naturale ed inevitabile, rompe i confini e tende a confluire in uno.
L’increspatura elettronica del piano è abbastanza discreta da risultare travolgente ma piuttosto articolata da non cancellare la ragione. Il paesaggio sonoro rimane assolutamente accessibile grazie ad una “armonia sperimentale”, tra avanguardia e classicità. Ed il carattere immersivo, generato dalle suggestive cuciture minimaliste, offre un incredibile campo visivo cinematografico.

Tracklist:
01. Howth
02. What We See
03. Umeboshi
04. All the Unknown
05. The Goat Paradox
06. Four Rivers
07. Shorelines
08. Auberge
09. Organism
10. Silver
11. Black Frost
12. Unrest
13. Mourning Express

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