I N M E M O R I A


Articolo di Sabrina Tolve

«There is no other Troy for me to burn»

Qui a Bray non piove oggi, ma c’è un cielo cupo e grigio che si scontra contro le case bianche e basse del lungomare. Una di quelle è vuota da anni ormai, ma per chiunque abiti qui, questa è ancora la casa di Sinéad O’Connor. La porta rosa, i mattoncini coi colori della Giamaica lungo il lato esterno. Sul cartello del comune che annuncia lavori imminenti, qualcuno ha affisso una sua foto. I muretti esterni sono ricolmi di fiori e lettere.

Non solo Bray, l’Irlanda intera, il mondo intero anzi, ha perso una delle voci più singolari e coraggiose.

Il 5 ottobre 1992 durante una performance televisiva di Saturday Night Live, Sinéad strappò una foto di Papa Giovanni Paolo II in segno di protesta contro gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica.
La chiesa cattolica, the real enemy.
«Non mi sono pentita di averlo fatto. È stato fantastico», ha detto in seguito. «Ma è stato decisamente traumatizzante. Si è aperta la stagione delle vessazioni, durante la quale sono diventata la puttana pazza».
Ma di fatto la chiesa cattolica era il nemico reale. E Sinéad lo sapeva bene.
Dopo la separazione dei genitori era stata costretta a restare con la madre, che abusava di lei continuamente. E per abuso intendo qualsiasi abuso: psicologico, fisico, sessuale.
Esperienza conclusasi con la reclusione in una Magdalene Laundry per 18 mesi.
Con quel gesto Sinéad ha denunciato gli episodi di pedofilia e violenza, facendosi voce di migliaia di persone che erano invece state silenziate per secoli.
E qualcuno osa dirla fragile.
La sua carriera commerciale forse non si è mai ripresa, ma la verità è che essere famosa non le era mai interessato. «Tutti vogliono una pop star, vedi? Ma io sono una cantante di protesta. Avevo bisogno di sfogarmi. Non desideravo la fama», ha scritto nel suo libro di memorie Rememberings del 2021.
Nel corso degli anni Sinéad O’Connor si è fatta portavoce di altre tematiche: l’esperienza religiosa, la maternità, la salute mentale.
Di fatto ha continuato a fare dischi – tutti ottimi tra l’altro, e anzi Throw Down Your Arms è uno dei suoi lavori più interessanti – e ad essere sé stessa, con tutta l’onestà di cui è stata capace.
Quando le chieserò come mai si era fatta prete per la Chiesa Apostolica e Ortodossa Irlandese, lei ci tenne a precisare che quelli erano affari suoi, e la decisione riguardava solo lei e lo Spirito Santo. E quando nel 2018 si convertì all’Islam prendendo il nome di Shuhada’ Sadaqat, pur continuando a esibirsi con il nome di Sinéad O’Connor, disse che per lei la conversione era la conclusione naturale del viaggio di ogni teologə intelligente.
Le controversie e le reazioni avverse non l’hanno mai fermata, né l’hanno mai fermata le critiche feroci.
Nel 2007 ammise sinceramente i suoi problemi di salute legati al bipolarismo, e col tempo non ha mai nascosto la sua depressione, né i tentativi di suicidio, derivati probabilmente da un’isterectomia radicale che l’aveva lasciata in balia di atroci dolori fisici e che aveva avuto un impatto terribile anche sulla sua psiche. Lei stessa affermò che nessuno dei suoi parenti riusciva a sopportarla ormai, e che le malattie mentali sono come droghe: chiunque ti ami e dovrebbe aiutarti finisce invece con l’allontanarsi e maltrattarti.
Nel 2021 è stata pubblicata la sua biografia Rememberings, già citata più su, mentre l’anno scorso è uscito Nothing Compares, un documetario sulla sua vita, diretto da Kathryn Ferguson.
Che consiglio, se si vuole capire davvero lo spessore di Shuhada’, considerando il clima irlandese di quegli anni, e l’ingerenza della Chiesa Cattolica nella vita del Paese.
A marzo di quest’anno, Sinéad è stata insignita del premio inaugurale per il Classic Irish Album ai RTÉ Choice Music Awards. Durante la celebrazione, ha colto l’occasione per dare il benvenuto a tutti i rifugiati qui in Irlanda, mentre a Dublino i movimenti di destra organizzano picchetti all’esterno dei palazzi che offrono assistenza.
Il 12 luglio, sulla sua pagina Facebook ufficiale, aveva comunicato che si era trasferita di nuovo a Londra, che stava ultimando un album e che intendeva pubblicarlo all’inizio del 2024, con l’intenzione di iniziare un tour in Australia e Nuova Zelanda verso la fine dell’anno, seguito da Europa, Stati Uniti e altre località all’inizio del 2025.
Le circostanze della sua morte non sono ancora chiare, e non ci interessano.

Alla O’Connor sopravvivono i suoi tre figli. Suo figlio, Shane, è morto l’anno scorso all’età di 17 anni, qui a Bray.

«Don’t make it all misery. Just remember, my story’s not Angela’s fucking Ashes

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