T E A T R O


Articolo di Nicola Barin,

L’Amleto di William Shakespeare inaugura, in prima nazionale, la stagione dell’Estate Teatrale Veronese al Teatro Romano di Verona il 4 e 5 Luglio. Lo spettacolo, adattamento e regia di Davide Sacco, vede tra gli interpreti principali: Franco Branciaroli, Francesco Montanari, Francesco Acquaroli, Sara Bertelà, Gennaro Di Biase. La produzione è dell’Ente Teatro Cronaca, LVFTeatro Manini di Narni, Teatro Segreto e una coproduzione dell’Estate Teatrale Veronese.

Il regista delinea subito le coordinate della pièce teatrale domandandosi se c’è ancora spazio per rileggere, interpretare un testo così forte e ormai intriso di migliaia di esegesi e sottigliezze, può ancora essere riletto, ma in quale chiave?

photo © Emiliano Luciani

Sacco, nelle note di regia, ci viene in soccorso: «Affrontare Amleto significa approcciare a una tradizione teatrale internazionale vivissima e profondissima. La scelta di questo progetto nasce da una ricerca personale e artistica sul tema dell’eredità e del confronto padri/figli, nonché sul passaggio generazionale. In questo senso, Amleto è per me il testo che maggiormente mi permette di affrontare questi temi. Nella mia visione, Amleto e il padre (non a caso Shakespeare li chiama entrambi Amleto) sono le due facce della stessa moneta, si assomigliano così tanto da diventare lo stesso personaggio. E Amleto figlio è così ossessionato dal padre perso che si trasforma in lui per vendicarlo, e Amleto padre è così connesso al figlio da non riuscire a lasciarlo andare, a lasciarlo crescere, a lasciarlo decidere in autonomia».

Il rapporto tra padre e figlio diventa indissolubile, un legame malato che non permette ad Amleto di agire secondo il proprio volere. Montanari porta in scena la difficoltà recitando spesso sdraiato, pressato dagli accadimenti a cui non riesce offrire una soluzione. Branciaroli è magnifico, una presenza inquietante e costante, lugubre, vestito di nero che tira i fili di un Amleto burattino che solo nel finale saprà farsi carico di una sua scelta personale. Le scenografie sono bellissime, delle scatole rosse che producono inquietudine, così asfissianti e claustrofobiche come gli interni del film Sussurri e grida di Ingmar Bergman. Montanari le usa come un personale cinema su cui sono proiettate le immagini del padre.

Le musiche di Francesco Sarcina, cantante e frontman del gruppo le Vibrazioni, si inseriscono in maniera straniante all’interno dei dialoghi quasi a sotto lineare il carattere di instabilità della tragedia.

Sacco introduce una leggerezza al testo del Bardo dell’Avon, piegando la trama alle sue necessità, ampliando il rapporto padre/figlio e variando il finale.

Sulla scena Montanari e Branciaroli offrono un’ottima prova, così come Francesco Acquaroli che interpreta Claudio lo zio di Amleto. Caterina Tieghi (Ofelia) ha un ruolo centrale nella sua decisione di abdicare alla vita.

Il resto del cast si muove con padronanza totale e asseconda il volere del padre/figlio.

Il regista propone una profonda riflessione sul mondo d’oggi, sul rapporto tra le generazioni su ciò che sarà il futuro per i giovani d’oggi con una visione a volte tetra ma che lascia intravedere uno spiraglio di sole all’orizzonte.

Foto di copertina © Michele Lorenzoni

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