L I V E – R E P O R T


Articolo di Monica Gullini, immagini sonore Katia Castignani

È una lunga serata quella che al Teatro Sperimentale di Pesaro accoglie Lamante, Joe Gideon e King Hannah oggi, 6 dicembre 2024. Capiamo subito che andremo per le lunghe una volta arrivati: le band stanno ancora facendo il soundcheck, gli organizzatori parlano di problemi tecnici e ci avvisano che tarderemo di almeno una mezz’ora. La tabella di marcia si allunga inesorabilmente, dura un’ora il set della bravissima Lamante, al secolo Giorgia Pietribiasi, classe ‘99 e talento da vendere. Il suo mondo folk coinvolge totalmente, complice una voce solare e al tempo stesso antica e radicata come le tradizioni di Schio, la città da cui viene. Segue Gideon con i suoi racconti metropolitani e finalmente, un quarto alla mezzanotte, entrano i King Hannah. Whittle arpeggia l’intro di Somewhere Near El Paso, giusto per fare capire che piega prenderà la serata. Hannah Merrick, nel vestito a balze rosse che la rende simile a una ballerina spagnola, è incantevole.

Dal vivo ha una voce ancora più magnetica, incornicia ogni nota con la naturale consapevolezza di chi sa che quello che sta per andare in scena è uno spettacolo sublime. Si stupisce della location, sono abituati ai club e ai locali senza transenne e quella distanza mette un po’ soggezione. L’atmosfera picaresca da romanzo beat dell’inizio si permea di sensualità con The Mattress, splendidamente riproposta e sigillata dai riff che prima esitano acidi, poi si fanno insistenti; ecco fare capolino uno dei pezzi più belli di Big Swimmer, Milk Boy (I love you), cinematografico nei passaggi e nelle meravigliose nervature di basso. Hannah è dolce e spietata nel raccontare scene di violenza urbana, Craig non si risparmia e sfodera tutte le ispirazioni e le influenze che rendono la sua chitarra ora riflessiva ed eterea, ora istintiva e ruvida. C’è il grunge, il rock spietato degli anni Novanta in questi brani di Big Swimmer e anche una dolcezza indescrivibile che la band rende in tutto il suo splendore nei pezzi che seguono, John Prine On The Radio e Suddenly, your hand. L’artista britannica è meravigliosa, sembra quasi caduta da un altro pianeta per la grazia che emana, ogni nota è una carezza che scivola sulle guance di chi ascolta, incorniciata dal suono di una sei corde solitaria. In Suddenly, Your Hand riprende in mano l’elettrica e arpeggia piano, a occhi chiusi, immersa nei pensieri e nonostante tutto attenta a parole e sfumature; accanto a lei Craig, la camicia di flanella arrotolata sui gomiti come il più navigato dei chitarristi grunge, si abbandona a distorsioni lo-fi.

New York, Let’s do nothing e Davey says introducono la seconda parte del live, meno aggressiva ma con le chitarre finalmente protagoniste della serata: gli inglesi sono padroni della scena al punto tale che tra una canzone e l’altra non c’è più il silenzio di fondo che fa risaltare i rumori delle pedaliere e delle accordature. Nonostante l’habitat naturale sia quello dei club la band mantiene un certo aplomb anche di fronte a un pubblico stanco, ironizzando durante la presentazione di State Trooper, omaggio al Boss: “A voi piace Bruce Springsteen? A noi parecchio. Il prossimo pezzo dovrebbe svegliarvi un po’”. Lo show volge al termine, ed è un peccato perché la scaletta viene notevolmente abbreviata. I problemi di inizio serata non hanno giocato a favore degli headliner e, in tutta sincerità, non si può mettere il gruppo di punta nella condizione di dover ridurre il proprio set. È vero che in scaletta c’erano tre diverse formazioni, ma equilibrare tutte le esibizioni in modo da ottimizzare tempo e qualità sarebbe stato necessario. Non si può tenere la gente a teatro quasi quattro ore, possiamo scherzare quanto vogliamo sull’ora tarda ma i primi a esserne scocciati sono proprio i King Hannah. Crème brûlée cattura l’attenzione degli astanti col suo tormento d’amore ma è la title track, Big Swimmer, a chiudere un concerto a tratti ancora un po’ acerbo. Non è facile suonare a teatro per chi è abituato a frantumare le distanze col pubblico ma gli artisti si sono comportati benissimo, mettendo in scena quella commistione di post rock, grunge, indie, folk, garage, suoni distorti e lineari e quelle code in chiusura brano dal sapore vagamente shoegaze. Merrick non sente la sua voce e fa cenno al fonico di alzare il volume senza scomporsi, concentrata com’è a raccontare la vita del nuotatore provetto.

Chiudo gli occhi, pensando che l’eleganza e la grazia rubate a Suzanne Vega e Joni Mitchell sono il più bell’esempio di musica contemporanea che ho di fronte. Lo stupendo assolo di Craig ci proietta in una magia senza fine, nel mare aperto in cui siamo indifesi e soli con i nostri sentimenti.
Non c’è tempo per il bis, sono le ore 1.00 e i King Hannah salutano frettolosamente, ringraziando con un sorriso. Che bella serata, nonostante tutto, e che gran peccato sia finita così rocambolescamente, con l’amaro in bocca di un sapore sottratto di colpo.
Ci rifaremo ragazzi, promesso.

[Lamante]

[Lamante]

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