F O T O G R A F I A


Articolo di Daniela Pontello

Chi attraversa il deserto, trova risposte. O almeno le domande giuste.
Li Yongzheng, l’artista dei grandi deserti: a Rovereto la sua prima grande mostra italiana.
Un viaggio nell’anima della Cina contemporanea tra arte, paesaggio e denuncia sociale.

ROVERETO – Un deserto, fisico e simbolico, come metafora del nostro tempo. È da qui che parte il viaggio nell’universo poetico e politico di Li Yongzheng, tra i più acuti e sensibili artisti cinesi contemporanei, protagonista della sua prima grande personale italiana, “Nel profondo di questo deserto”, allestita fino al 21 settembre negli spazi del Mart di Rovereto. La mostra, a cura di Giosuè Ceresato, nasce da un’idea di Vittorio Sgarbi e Silvio Cattani ed è un evento unico nel suo genere, che riunisce 21 opere – tra video, installazioni, dipinti e fotografie – offrendo al pubblico un ritratto potente, empatico e stratificato della Cina di oggi.

Nato nel 1971 a Bazhong, nella provincia rurale del Sichuan, Li Yongzheng è artista multimediale, performer, pittore, sociologo. Le sue opere si inseriscono nel solco della Post-Internet Art e dell’Estetica relazionale, coinvolgendo il pubblico in un’esperienza che è insieme estetica e civile. La sua arte, infatti, non si limita a rappresentare il mondo: lo interroga, lo sfida, ne denuncia le contraddizioni.

Uno dei nuclei centrali della mostra è la serie video  Borders (2015-2020), realizzata nello Xinjiang, la regione autonoma al confine occidentale della Cina. In questi lavori, la maestosità dei paesaggi – deserti, canyon, ghiacciai – si fonde con la drammatica attualità delle tensioni etniche e politiche, in particolare quelle che coinvolgono la minoranza uigura. Il paesaggio, nella lettura di Li, diventa specchio e simbolo delle ferite culturali del Paese: la natura osserva, testimonia, resiste.

Al centro del cortometraggio Border Post, l’artista ci trasporta in una remota e inospitale zona desertica dello Xinjiang, con un gesto tanto semplice quanto potente: lo spostamento fisico di un pilastro di confine cinese, ancora avvolto da filo spinato, nei pressi delle antiche rovine di una torre di segnalazione della dinastia Han, lungo la storica linea della Grande Muraglia. In questo paesaggio spoglio e silenzioso, lontano da ogni forma di presenza umana o istituzionale, il gesto assume un valore simbolico profondo: interrogarsi sul significato stesso del “confine”, sulla sua presunta immutabilità, sulla sua legittimità. È un’azione sottratta allo sguardo pubblico – eppure resa visibile, e quindi reale, attraverso la documentazione video.

L’artista affronta con rara empatia temi sociali scottanti, come le vite spezzate dei bambini abbandonati nelle campagne dai genitori emigrati in città. In Death Has Been My Dream for a Long Time, ispirato a un caso di cronaca del 2015, Li scrive con blocchi di sale dell’Himalaya – elemento naturale e rituale – la frase lasciata da uno dei fratelli suicidi: “La morte è stata il mio sogno per molto tempo”. La marea che cancella la scritta è gesto poetico e pietoso, rito di lutto e rinascita.

L’opera Yes, Today (2017-2022) indaga invece la vicenda di ragazzi delle minoranze etniche coinvolti in combattimenti clandestini. Li li fa esibire nei loro villaggi nativi, trasformando la violenza in performance e le loro storie in un canto collettivo.

In Hope (2020) una tela dipinta durante la pandemia: due figure, immobili su una piccola barca che affonda, avvolte da un mare blu profondo e da una luce lunare pallida. L’acqua ha ormai invaso lo scafo, ma nei volti dei protagonisti non si legge paura. Con uno sguardo fisso e un gesto calmo, indicano un punto lontano sull’orizzonte. Nessuna resa, nessuna disperazione. È forse proprio questo il messaggio più potente: la speranza non si manifesta con clamore, ma si coltiva silenziosamente, anche quando tutto sembra perduto.  

Come ha scritto il critico David Rosenberg, Li è “l’artista dei grandi deserti”, luoghi che nel suo lavoro diventano spazi di riflessione e consapevolezza. Non è un caso che l’opera che dà il titolo alla mostra – Who Became Aware of it All, Deep in this Desert (2023) – metta in scena due viandanti persi tra le dune, immersi in una zuffa priva di ragioni. Un’immagine che richiama l’assurdità della condizione umana, ma anche la possibilità di un risveglio interiore. La loro lotta, raccontata per fotogrammi, sfocia in una tensione silenziosa e sospesa. Il titolo, enigmatico, richiama l’essenza stessa del deserto: luogo di solitudine e smarrimento, ma anche spazio di rivelazione, di ricerca dell’essenziale, di fertilità spirituale. È nel vuoto apparente che si manifesta la pienezza di un’intuizione.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore, con testi di Vittorio SgarbiAndrea Del GuercioDésirée MarianiniSimone PieranniSilvio Cattani, e schede delle opere curate da Ceresato.

Apparentemente pessimista, l’arte di Li Yongzheng è in realtà un inno alla speranza, alla possibilità che l’arte possa ancora essere voce del dissenso, strumento di coscienza, spazio per nuove prospettive. “Tutta l’arte è politica”, sembra dirci, ma può anche essere carezza, ascolto, promessa. Nel deserto che attraversiamo, la sua voce ci guida come un canto antico: dolente, lucido, profondamente umano.

Immagini:
1,3,4,5 © Li Yongzheng Courtesy l’artista
6,7,8 © Mart, Edoardo Meneghini
2,9 © Daniela Pontello
Video © Mart, Sirio Film

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