L I V E – R E P O R T


Articolo di Olivia Gazzarrini

Viaggiare in direzione Roma per assistere al concerto più atteso dell’anno mi amplifica gradualmente emozioni di natura multiforme, che iniziano a pulsarmi nel petto e a stratificarsi pronte a deflagrare. L’attesa diventa scansione dei minuti. La memoria del corpo innesca palpitazioni simili a quelle di un altro viaggio verso Roma di una io appena diciottenne, per assistere a una band di Londra, I Pink Floyd, già con Waters uscito dal gruppo. Quando un finto guasto alla macchina diventa una questione di vita o di morte, senza ironia, sei già volata via verso Capannelle, esattamente come Mastroianni in 8 e ½. Perché il cuore non mi batteva così per una band, dai tempi dell’avvento di un gruppo di Oxford, I Radiohead. Questi di stasera sono quelli che da Dublino, dovevano salvare il rock indipendente etc e sono diventati mainstream etc, qualcuno scrive dall’alto del suo qualunquismo giornalistico. Quelli che forse per sbaglio sono stati mandati a suonare in un beer garden di Sesto San Giovanni sotto gli occhi e le orecchie di mamme, nonne e bambini e che per questo sono diventati mainstream.

Un momento del concerto dei Fontaines D.C. con i musicisti sul palco, illuminati da luci intense e fumi, mentre suonano strumenti.

Probabilmente a dispetto di tutti gli intrattenimenti che passano da lì, per caso o per fortuna, gli stessi si sono ritrovati ad ascoltare una delle band più formidabili degli ultimi anni, in quanto a suono generato da strumenti suonati e in quanto a testi trasposti in metrica musicale, entrambi di altissimo livello. Il tutto unito magistralmente da quell’urgenza, marcata unicità e poetica musicale che I Fontaines D.C. possiedono. Una fusione nucleare che restituisce a chi è venuto ad ascoltarli adorante, ricettivo e dai sensi dilatati, amore incondizionato. In più attento e presente, perché in mezzo a migliaia di braccia alzate, ho notato in proporzione pochissimi schermi, quelli di quei dispositivi che tutti possiedono per vivere la realtà e l’arte dentro un rettangolino, si quelli, quelli che ti bloccano la visuale.

I Fontaines D.C. hanno suonato il 18 Giugno al Rock in Roma iniettando nelle nostre vene e nelle ferite del nostro cuore, estasi e sperimentazione giovanile, energia allo stato puro, adrenalina punk e romanticismo beat. Perché nati e cresciuti, prima di ritrovarsi ad essere una band, come un ensemble di giovani poeti studenti, caratterizzati da una matrice cupa e sensuale e da un’urgenza di fare musica esplosiva e debordante, che è scaturita dall’essersi formati in una Dublino pre pandemia in pieno fermento culturale. Si parla di un livello comunicativo più profondo che arriva senza bisogno di convenevoli e di compiacimenti verso chi è venuto a vederli e chi c’era, era senza aspettative e con la sola certezza che il cuore si sarebbe fuso in una comunanza collettiva e in un viaggio sonico ipnotico e trascendentale. Per dirsi alla fine, tutti telepaticamente attraverso gli occhi felici, che più eventi di questa intensità e dalla funzione benefica e catarsi collettiva, sono necessari a farci ricordare che un mondo migliore è possibile. Senza retorica. Tutto il resto è inutile chiacchericcio, di cui il mondo telematico è nauseabondamente pieno.

Hanno incluso invece nel loro mondo speciale e reale chi era lì ed ha incessantemente, italiano, cantato rima per rima ogni testo, risucchiato dall’onda di suono stratificato, denso e potente, creato magistralmente dal basso di Conor Deegan III, dalla chitarra di Carlos O’Connell, dall’altra chitarra di Conor Curley, dalla voce del poeta cantante Grian Chatten e dalla batteria di Tom Coll. Quando una musica viene prima realizzata e poi eseguita live con tale autentica potenza da smuovere e far vibrare le nostre corde con la stessa trepidazione provata al primo concerto della vita, uscendo poi con quel senso di completezza che continuerà a riverberare nel corpo per i giorni seguenti, non lo fa che per un unico motivo. Farci sentire vivi attraverso qualcosa che eleva e non che annienta. Che salva e non condanna. Che sconvolge i sensi e non alimenta le paure, che addolcisce i cuori e fa rinascere forte il senso di comunione umana e che ha il solo intento di creare, con la forza della musica, una grande onda di resistenza all’oscurità predominante. Non certo per voler diventare mainstream. Ridurre un’espressione artistica di elevato valore intrinseco ed estetico che, proprio in chiave punk terzo millennio, parla di amore, romanticismo, morte, di un mondo moderno che crea indifferenza, alienazione e anestetizza il cuore e ci dice che siamo tutti menti televisizzate, è una mistificazione. Il rock si è poi e di per sé sempre trasformato entro al proprio seno. Definirei le ispirazioni presenti nella musica dei Fontaines D.C. ed attinte da chi li ha preceduti, piuttosto omaggi. Sono il solo gruppo, nato negli ultimi anni dallo stile sonoro decisamente personale, caratterizzante e riconoscibile, che è emerso indistintamente dall’oceano di anonimità dilagante tra le nuove band. Basta leggere i testi di Grain Chatten per capirne la profondità per niente scontata e la forte matrice romantica e iconoclasta, dannatamente struggente e vitale. Postpunk, punk rock in tutto e per tutto o forse decisamente per niente, in un contemporaneo dove tutto è il contrario di tutto e facilmente ribaltabile a piacimento.

L’arena di Capannelle al tramonto ha l’aspetto di uno scenario post atomico, dove l’ippodromo di cinematica memoria, sembra un fatiscente rudere incolto, ma ingannevolmente, come la maggior parte dei paesaggi romani, mentre è investita dalla luce rarefatta di un sole tenue e sci-fi giallo rosa, che emerge dal cielo gassoso, restando immobile sopra di noi. Quasi a vegliare e ad assistere.

L’atmosfera è contemplativa e di spirituale attesa, pacificante e preparatoria. Si sente la chimica iniziare a vibrare nell’aria e l’arena riempirsi lentamente fino a quando salgono sul palco gli Shame, che con un atteggiamento scafato e forzatamente delirante, aprono la serata, facendo non si sa bene cosa, ma totalmente in linea col nome che portano. L’imbrunire avanza e il palco prende forma con al centro l’enorme cuore gonfiabile, le luci di colore saturo si accendono e il suono delle chitarre precede, roboante, l’entrata dei cinque musicisti. Si parte con Here’s The Thing, terza traccia di Romance che è il quarto lavoro in studio della band, uscito nell’Agosto del scorso anno e che dà il nome al tour, che stanno portando in giro per il mondo incessantemente da un anno. La carica parte dal basso, per dare forma al suono ipnotico e circolare dalla base ritmica potentissima, la quale sosterrà incessantemente tutto il concerto, durante il quale Conor Deegan III verrà inquadrato costantemente in quanto l’altra anima centrale del gruppo insieme a Chatten, che rimarrà invece concentratissimo sulla voce, per restituirla al meglio da dietro i suoi inossidabili occhiali scuri, che ne proteggono probabilmente la fragilità dalla troppa esposizione alle luci e alla folla, per uno che come lui soffre di attacchi di panico. Sento la sua immensa sensibilità attraverso le canzoni che scrive e per questo è ancor più da proteggere. Dall’inizio alla fine il tiro rimarrà organicamente alto lungo Jackie Down the Line con chitarra acustica, Roman Holiday, Death Kink, Boys in the Better Land e Televised Mind, pezzo incendiario sia nel suono che nel testo, tanto quanto Starbuster, che chiuderà la serata. E poi Before You I Just Forget, Horseness Is the Whatness, Favourite, Romance, Desire, In the Modern World e una I Love You con dedica all’amata, costellano la seconda parte del concerto.

Chatten canta con le braccia dietro la schiena e percuote il tamburello come (o in omaggio a) Liam Gallagher che lo potrà aver ispirato per postura, come per ardore letterario i poeti irlandesi Patrick Kavanagh e Yeats e quelli Beat, che i Fontaines D.C. onorano nelle raccolte di liriche autopubblicate ai primordi e le cui anime sembrano averli attraversati. C’è un non so che di mistico nella loro aura e lisergico nella loro musica. Ho bevuto, lo giuro, solo una pinta per tutta la serata viste le infinite code ai che??? ai booth, anche a quelli che vendono pinsa alla mortazza, una tipicità del luogo, soprattutto se squagliata dall’afa post atomica.

I colori dal fucsia iniziale fino al verde smeraldo e al rosso fuoco, dipingeranno lo spazio di tutto lo show insieme ai bellissimi visuals che con I love you si trasformano in un’enorme bandiera palestinese, dove lo slogan FREE PALESTINE si alterna maestosamente a quello USE YOUR VOICE. Speriamo non vengano indagati per istigazione al terrorismo. Questo è il mondo Occidentale di oggi con le sue aberrazioni e le sue perle.

Con un soffio vitale nuovamente cosmico, sotto la luna di Capannelle ci avviamo verso l’uscita tra lo stordimento e la felicità, quella stessa del primo concerto della vita, e ognuno tra sé e sé canticchia… Life ain’t always empty

Vista aerea di un concerto con una grande folla che si raduna di fronte a un palco illuminato, mentre luci blu e gialle si riflettono nell'aria notturna.

Photo © Rock In Roma/ 8G Studio

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