R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
«Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». Il Marco Polo de Le città invisibili di Italo Calvino non ha mai avuto tentennamenti, così come Kjetil Husebø, che con Unseen Topographies prosegue la trilogia iniziata con Oscillation of Memory. Se i luoghi abbozzati nel lavoro precedente erano devastati dalla furia della natura e il suono cupo lasciava intravedere rari bagliori di luce, qui speranza e futuro avanzano di pari passo. I lievi tonfi di piano con cui comincia Forms in the Distance, sebbene contengano una leggera grevità, aprono a scenari totalmente diversi. Meravigliosi i riverberi, possente l’eco sinfonico, maestoso l’uso del synth che conferisce un’aura di sacralità al brano. In fin dei conti quelli che si aprono davanti agli occhi sono paesaggi mai visti, e il compositore norvegese sa perfettamente a quale artificio ricorrere per attrarre e stupire.

Beyond the Grid è un pezzo di transizione che coinvolge anche gli elementi naturali: nella seconda parte i campionamenti simulano lo scroscio della pioggia sul selciato. Ed ecco la luce, quella che esplode in tutta la sua veemenza nelle note di Between worlds, nell’ariosità di una traccia che gioca con echi metallici e rarefazioni simili a scampanellii. Kjetil si abbandona a frequenze alte, settando le manopole su una melodia che regala pace e armonia. È il riverbero interiore del musicista scandinavo a dare il senso di tutta l’opera con The Lost Volume, brano che riporta in auge città scolpite nella pietra o smarrite negli abissi. Eccola riaffiorare, l’Atlantide perduta, affascinante nei suoi palazzi e vibrante di chiarore umano. È una delle tracce più intense dell’album, ricca di magia, di accenti mai uguali e di campiture larghe e ariose. Husebø sa bene come unire classico e moderno, sacro e profano e offre un ulteriore saggio della sua maestria in questo pezzo che non possiede né tempo né spazio e che commuove per la sua intensa sensibilità. L’asticella si alza ancora di più: l’atmosfera sta per cambiare, Kjetil ha bene in mente ogni passaggio da seguire e non esita ora a campionare e trasformare il suono nell’acuto più alto, ora a mantenere il passo senza stravolgere troppo l’andamento, in vista del giro di boa. Torna l’inquietudine di Oscillation of Memory con Empty Foundations, riecheggiano note cupe che sembrano provenire da mondi lontani e ostili ma che in un dato momento confluiscono in un punto preciso, dove un’orchestra di fiati dialoga e stride. La solennità di Slow Collapse of light, il suo lento incedere, il suo riverberare di accento lunghi e opprimenti riconfermano le sensazioni di qualche minuto fa: la luce si allontana e con essa tutte le speranze, i sogni e le certezze. I campionamenti sferzano implacabili come vento che non risparmia nulla, neanche il poco che era stato costruito. Questo perché, sembra dirci Kjetil, i luoghi mai visti sono quelli che non abbiamo vissuto. Un grande musicista sosteneva che in ogni cosa c’è una crepa da cui filtra la luce, mentre un altro grande scrittore italiano affermava che nulla è più inabitabile di un posto dove si è stati felici. Resta il fatto che Where we never lived è annunciata già dal titolo come eterea, inafferrabile, tesa verso l’infinito grazie a campionamenti che si rincorrono e frequenze che nel finale ricordano grida lontane nella bufera. Pian piano la tempesta gentile si spegne e sfuma nel delicato intro di The Invisible Thread, un dialogo senza spettatori: forse è Husebø in pieno soliloquio, in piedi accanto alle sue manopole ora appena sfiorate, ora calibrate con sapienza mentre sullo sfondo la natura si ferma e ascolta in silenzio? Come possiamo descrivere un luogo di cui ignoriamo colori e odori, di cui possiamo soltanto immaginare il vento se non ricorrendo ai ricordi? La memoria non causa soltanto angoscia e inquietudine, e come in una ringkomposition Husebø torna al primo capitolo della trilogia Interiors omaggiandola con sequenze che sembrano uscite da un carillon di plexiglass e sferzandola di piccoli rimbombi. Dreams of a forgotten Place chiude un lavoro curato in ogni minimo particolare, essenziale nei suoni e dalle campiture eleganti.
Ottime suggestioni dunque, folgorazioni improvvise e narrazioni sonore che affascinano via via nell’ascolto: la seconda prova del compositore norvegese è l’ulteriore conferma di come le risposte sono il frutto di domande poste all’infinito e studiate con minuzia. Invisibili o mai viste che siano le città, poco importa. L’esploratore Kjetil offre nuovamente la sua chiave di lettura, una percezione luminosa e autentica di mappature nascoste, tradotte in musica con gli occhi dell’immaginazione. E con un cuore che, in questo secolo buio, è privilegio di pochi.
Tracklist:
01. Forms in the Distance (05:37)
02. Beyond the Grid (05:38)
03. Between Worlds (04:33)
04. The Lost Volume (05:44)
05. Empty Foundations (04:50)
06. Slow Collapse of Light (06:25)
07. Where We Never Lived (06:05)
08. The Invisible Thread (06:22)
09. Dreams of a Forgotten Place (05:35)
Photo © Jo Michael de Figueiredo






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