R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Fa un certo effetto ascoltare Oscillation of Memory, nuovo album di Kjetil Husebø, camminando tra i cantieri di una città gravemente ferita dal sisma del 30 ottobre 2016. I ricordi tornano immediatamente alla paura e allo sgomento di quei minuti, la mente ricaccia indietro angoscia e inquietudine. I suoni oscillano come gli edifici durante l’interminabile scossa di quella domenica mattina e i colori che Husebø dipinge sono cupi e assordanti come il boato della terra. Rimanemmo senza fiato, sbigottiti, annichiliti; resto di stucco oggi mentre le note di Oscillation of Memory si fanno via via più nitide.
L’artista norvegese, in questo primo capitolo della trilogia di prossima uscita (a breve vedranno la luce Unseen Topographies e Ontology of Silence), fonde elementi elettronici e campionamenti fino a creare, ancora una volta, un ponte con un passato che ritorna prepotente.

Lo sa bene Unstable Grounds e il suo terreno sconnesso, fatto di rarefazione metallica ed echi che assomigliano a sirene mostruose: l’atmosfera cambia a metà traccia, i respiri sommessi si placano, intorno è piena sinfonia. Voci, effetti e suoni prolungati chiudono il pezzo. Signore e signori, Kjetil lo sta dicendo chiaramente: lasciate l’equilibrio o voi che entrate, perché il viaggio nella vostra dimensione più cupa è appena cominciato, nulla vi sarà risparmiato. Ecco balenare Monochrome Frequencies e i suoi flebili rintocchi che si diradano, mentre la melodia cresce e trasporta in un luogo abitato solo dai fantasmi dei ricordi più oscuri. Turbamento, insicurezza e ansia sono i mattoni con cui Husebø innalza le sue sovrastrutture sonore. Forse sono le sequenze di un solo colore a tirar su una cattedrale? Domanda retorica, a giudicare dall’abilità del compositore norvegese, al quale basta davvero poco per dare prova del suo estro (Emerging Narratives e Piano Transformed – Interspace ne sono mirabili esempi). I suoi racconti però non sono favole a lieto fine: stavolta non ci sono castelli, né eroi pronti a sfidare la natura matrigna. E Chromatic Reverberies ruggisce come la peggior fiera dantesca, spaventando chiunque le si pari di fronte. Il suono disturbante si protrae fino in Transient Field: le voci della traccia precedente diventano più assordanti, il terrore dilaga, la mente si blocca e non c’è scampo. Il clangore declina nei tenui riverberi di Invisible Shift, animata da piccoli tonfi e sequenze spettrali. Passi che fuggono e campionamenti simulano decisioni da prendere nell’immediato: nel finale suoni simili a fiati e transistor impazziti svaniscono, aprendo lo scenario sui campi di passaggio dove le sfumature di Dispersed Colors fanno capolino. Qui le onde elettromagnetiche alleggeriscono e stemperano la tensione iniziale, l’atmosfera è meno cupa e pesante, forse perché la strada scelta per la fuga si rivela finalmente giusta. È un brano niente affatto semplice ma allo stesso tempo sincero, così come Frosted Signals, glaciale nel titolo e nelle sonorità. È una traccia epica, maestosa forse più di tutte le altre, in cui il synth crea una meravigliosa cresta sonora ora di colore nero, ora pronta a schiarire; verso la metà gli effetti si moltiplicano, l’angoscia torna a fare capolino, più schiacciante che mai. I ricordi tornano a mordere, tutto oscilla e non c’è via di fuga percorribile se non nuotando con la mente in mondi paralleli.
L’immaginazione sfocia sì in Waves between words ma l’atmosfera è apocalittica, greve, la corrente trascina via le voci in un mare di incertezza e inquietudine che non lascia presagire nulla di buono. Ed ecco arrivare la memoria, fiera protagonista dell’album, a cui è assegnato il compito di chiudere il primo capitolo della trilogia: Kjetil manipola il suono sapientemente, consapevole di aver composto un lavoro disturbante, ostico e affascinante come la banalità del male. Sembra esserci un’orchestra di suoni sovrapposti, segnali morse e colpi metallici che si rincorrono. La memoria tradisce, elabora e fissa in maniera sfocata le immagini che estrapola. È stato solo un brutto sogno? I mattoni sono ancora al loro posto, le case sono perfettamente in piedi? Possiamo inventare una realtà migliore di questa, sovvertire il finale senza finirne schiacciati? Husebø ci sta offrendo una seconda possibilità. Si può vedere al di là di puntelli, cantieri e muri sgretolati. Possiamo innalzare gli edifici più forti e più belli di prima così come possiamo dare un’altra chance a sogni e desideri, senza la pretesa di farli diventare castelli, perché è nel quotidiano che i ricordi ci permettono di affrontare la vita rendendo magiche anche le piccole cose di sempre.
Oscillation of Memory è un contrappasso dantesco, è una discesa negli Inferi dalla quale si intravede una flebile luce, è oppressione e buio totale. “Avete mai provato davvero paura?”, sembra chiederci il musicista norvegese mentre aggiusta le manopole e ci trasporta nell’incubo peggiore. La risposta è sì. Mille volte sì, e non solo per le scosse. La paura attanaglia, la paura indebolisce e mozza il respiro, ma una volta affrontata possiamo riflettere e guarire, guardare avanti e porre basi solide per un nuovo futuro. La chiave è lì, nel coraggio delle nostre azioni, al di là del terrore, che, come ci insegna Kjetil, può paralizzarci per alcuni istanti, ma non impedirci di tornare a costruire. Possiamo prendere una matita e ridisegnare luoghi mai visti, dunque, o semplicemente affidarci alle suggestioni di un sogno. Come fare? Basta solo pazientare un mese…
Tracklist:
01. Unstable Grounds (05:56)
02. Monochrome Frequencies (07:31)
03. Chromatic Reverberations (04:35)
04. Transient Field (02:40)
05. Invisible Shifts (07:32
06. Dispersed Color (06:05)
07. Frosted Signals (06:32)
08. Waves Between Worlds (06:00)
09. Memory Artifacts (6:05)
Photo © Jo Michael de Figueiredo




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