R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Uno sciabordio d’acqua, quello di Shifting Waters, apre il terzo e ultimo capitolo della trilogia di Kjetil Husebø, Ontology of Silence. Interiors, iniziata dapprima con Oscillation of Memory e poi proseguita con Unseen Topographies, giunge al termine. L’elemento acquatico è predominante nella traccia di apertura, frammisto a echi elettronici e campionamenti. La superficie sulla quale Kjetil poggia il vascello è un mare verticale e da lì si parte alla conoscenza delle cose sin nel loro più intimo anfratto. Come si può giungere all’essenza di tutto ciò che è nel mondo, si chiede il musicista scandinavo? Partendo innanzitutto da se stessi e osservando il cammino degli uomini.

Se l’acqua è l’elemento di partenza del viaggio, Echoes of the Self ne è la naturale prosecuzione. Una melodia che rimbomba si alterna a piccoli pattern percussivi, quasi a simboleggiare gli echi dell’Io che fanno capolino e domandano. È un andamento circolare quello che il brano amplifica: la circostanza richiede una certa solennità, è la parte più intima dell’uomo a mostrarsi con dubbi e paure e il ritmo è quello incerto di chi sa le domande ma non conosce le risposte. “Tutti quei momenti andranno persi nel tempo come lacrime nella pioggia?” è l’interrogativo che torna costante e che si sviluppa in Dissolved in Time, crepitante pezzo che sfiora i sei minuti. Serpeggia un lieve tormento che le manopole non riescono a nascondere, né tantomeno a placare: il tempo, gorgo a volte gentile, altre infame, qui fagocita ogni cosa, fino a mesmerizzarla completamente. Inquietudine, insicurezza e incapacità di reagire sono il motore del pezzo, lineare nel perseguire il suo intento disturbante. Siamo di fronte a The Mirror of Being e alle sue atmosfere oniriche, in cui l’angoscia serpeggia ancora; in fin dei conti, cosa c’è di più impattante di uno specchio riflesso che scontorna ogni frammento umano? La traccia è una superficie piana, solcata da crepitii e passi lontani che riecheggiano nella seconda parte, dove cresce il sentimento di inadeguatezza verso la parte interna che a volte ci appartiene, a volte no. Kjetil si affida ora alle manopole, ora a echi e riverberi fino a campionare un suono variegato, sfaccettato e reale come l’inquietudine. Between Breaths and Dreams assume contorni diversi dai precedenti, passando dal minimalismo a un sentimento quasi tribale. Il grande protagonista di questo lavoro, il silenzio, qui mostra la sua capacità caleidoscopica: ora è scarno ed essenziale, ora è sferzato da campanelli e giochi elettronici. Il respiro si fa rumore, si fa materia e con esso i sogni spiccano il volo verso i mondi sconosciuti di Unspoken Dimensions. Come può esserci cammino per l’uomo se non si conosce l’ontologia del silenzio, si interroga Husebø distorcendo sillabe di un dialogo immaginario? Ed è proprio qui che la tecnica del compositore norvegese si fa sopraffina, richiamando alla mente le manipolazioni analogiche di Richard Barbieri e dei Japan di Ghosts: echi lontani in avvicinamento, campionamenti ora tenui e delicati, ora decisi e perentori. Il suono è vivo e presente ed è l’elemento che connette spazio, comunicazione e conoscenza di sé stessi. Il linguaggio parlato viene completamente trasceso per esplorare il silenzio e studiarne senso, natura e ruolo nella realtà, fino ad approdare a quelle dimensioni sconosciute la cui visione appare finalmente chiara e tangibile. Chiude il viaggio lo sciabordio di Silent Discourse, che ci riporta sul mare verticale per specchiarci ed entrare in contatto con la parte più intima di noi stessi. La traccia assume sonorità oscure e opprimenti nel finale, spiazzando chi ha navigato su navi senza vento.

Husebø confeziona una trilogia raffinatissima, manipolando gli effetti con la stessa naturalezza con cui si muove nello spazio, regalando un suono che trascende il silenzio stesso, un suono pieno, vibrante di vita e sentimenti contrastanti. Il compositore norvegese incastona momenti e li cristallizza con enorme maestria, innalzando architetture emozionali dalla grande potenza evocativa. La consapevolezza, ancora assente in Oscillation of Memory, fa lentamente capolino in Unseen Topographies fino a diventare la protagonista in Ontology of Silence. L’uomo esiste a prescindere dalla capacità di articolare fonemi, si avvale di strumenti coi quali arrivare al centro delle cose e Kjetil riesce perfettamente nell’intento, usando qualsiasi tipo di suoni e rumori in grado di ricordare quanto è precaria e incerta l’esistenza. L’ultimo capitolo della trilogia è una riflessione metafisica e filosofica che si affaccia sul mondo con urgenza: la bellezza del creato è tale da innescare connessioni musicali potenti e durature nella memoria umana. Il tempo, con lavori così illuminati, può solo essere gentile e dilatarsi all’infinito. Basta solo ripartire dal principio e godersi Interiors dalla prima all’ultima nota.

Tracklist:
01. Shifting Waters (5.58)
02. Echoes of the Self (5.40) 
03. Dissolved in Time (5.38) 
04. The Mirror of Being (6.47) 
05. Between Breaths and Dreams (7.06)
06. Unspoken Dimensions (6.18)
07. Silent Discourse (6.09) 

Photo © Jo Michael de Figueiredo
Cover design: Lucas Dietrich, Berlin.

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