R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Kjetil Husebø è una garanzia. Il geniale musicista norvegese, pianista e sperimentatore in grado di unire generi diversi come jazz, elettronica, pop e ambient decide di dare un seguito a Piano Transformed(2017) e a Live Nasjonal Jazzscene(2020) aggiungendo il terzo capitolo della saga, Piano Transformed – Interspace, in uscita il 4 aprile. Si tratta di un doppio album che contiene diciotto tracce e che esplora le tecniche e le variazioni possibili di un pianoforte. La posta in gioco è molto alta ma Husebø non delude le aspettative. Anche qui acustico ed elettronico si fondono mediante l’avvicendarsi dello Steinway e di campionamenti dal vivo. L’interazione è intima e si avvale anche di controller utilizzati in tempo reale: la registrazione opera simultaneamente all’uso del piano o durante la trasformazione degli effetti. Ne derivano esecuzioni live e sessioni che rendono il suono sfaccettato e pronto a spiccare il volo verso dimensioni lontane.

Piano Transformed – Interspace è un viaggio intergalattico all’interno di astronavi perse nello spazio. Ne è un esempio la prima traccia, Room for hvile, che sembra attingere dai grigi e dai colori cupi dell’omonimo dipinto di Hammershøi: il saliscendi dei tasti è perfettamente bilanciato da lampi sonori che nel finale aprono uno squarcio nell’oscurità. Il monologo di Listening to Life, che affiora sulla superficie di rumori campionati e piccole percussioni, è un inno alla vita, a cogliere gli aspetti più imprevedibili: non tutto è routine, le cose non accadono sempre uguali, dice Kjetil, ma si sviluppano lungo sentieri e percorsi inesplorati. Lo Steinway ora cede il passo ad accenti simili al frinire di grilli, ora riemerge maestoso e melanconico, fino a perdersi nell’ambiente circostante. Cosmic connection appare come la quiete dopo la tempesta, ma in realtà si ravviva nella seconda parte grazie a distorsioni sonore e atmosfere rarefatte. Abitanti di mondi diversi dialogano usando una lingua incomprensibile, somigliante al punto – linea del Morse, ma dalla vastità del cosmo ci dirigiamo verso paesaggi interiori e delicati. Inner Space è la rappresentazione minimale di ciò che il cuore vorrebbe dire ma non può, perso tra dubbi, incertezze e doveri. I leggeri tocchi si perdono tra sonorità astratte per poi assumere una linea costante verso la metà del brano: forse è proprio qui che le parole affluiscono, diventando carne e sangue. Husebø disegna incantevoli tappeti che sfumano nel finale e riaffiorano in Floating Moments con una forza e una tenacia ineguagliabili. Il suono si fa più chiaro, perde molto della cupezza iniziale, come se ci si fosse liberati dello spazio opprimente. Se nelle composizioni passate c’è assenza di gravità, qui si torna finalmente a poggiare i piedi a terra, sicuri delle proprie certezze e forti di ricordi che fanno capolino e riscaldano. Commuove la coda del brano: sembra quasi di avere davanti agli occhi il compositore norvegese, a capo chino, assorto nei pensieri e attento a ogni variazione. È solo un breve passaggio, perché Escape è l’oscurità ammantata, il segno che non tutto è andato per il verso giusto e non si può restare dove si è. L’incedere sui tasti è lento e pesante, come se chi suona conoscesse già l’illusione e il modo per uscirne. I pattern sono interrotti dai campionamenti, la melodia diviene cupa e mesta e il pianoforte scompare dopo il quinto minuto, mimetizzandosi tra il silenzio e qualche sparuto riverbero. Gli oltre otto minuti di Echoes Within sono costellati di piccoli colpi metallici, in balia di accordi che appaiono e svaniscono dietro echi irreali: siamo di fronte alla sperimentazione portata all’estremo. Ecco sorgere Sun in the Dark, una pennellata di luce dalle campiture larghe che apre le porte alla speranza grazie a un tappeto suadente che si schiarisce nel finale; atmosfere classiche animano la brevissima Memory Strands, a dimostrazione che la mente è solo un contenitore volatile. Equilibri turbati in Symphonic Keys, pezzo in cui Husebø fa sfoggio di una innegabile maestria e di un’eleganza senza pari disturbata però da rumori; in Predator’s Battlefield assistiamo a distorsioni e variazioni audaci, con l’elettronica che sovrasta l’andirivieni dei tasti, ora spostati su scale cupe. Il disastro si avvicina, la tensione aumenta e non si sa come fronteggiare la crisi, le campionature diventano cicalii senza sosta e a un minuto dalla fine tutto si infrange contro barriere invisibili. Non c’è pace per l’equipaggio, che si trova a dover ricollocare corpi senza peso dopo gli scossoni della battaglia. Mille sono gli interrogativi poggiati ora sulle note basse, ora sulle alte, nel tentativo di guardare lo spiraglio offerto dai campionamenti simili a transistor. Il silenzio finale ridona pace e speranza e le percussioni con cui inizia Listening to the Stars sono il tappeto perfetto per il dolce monologo che Kjetil affida al suo strumento prediletto, consapevole che siamo sì persi in una galassia senza sbocco ma che il ritorno è una possibilità tangibile. Lo si capisce dallo schiarire del timbro e dal lento scomparire sovrastato dagli accenti metallici che sfociano nella leggiadra Tilbakeblikk, letteralmente “guardarsi indietro”, simile a un flashback o a un ricordo caro alla mente. L’illusione dura poco: piombiamo nuovamente nella tensione, appena abbozzata dagli accordi circolari e dai rumori di Disenchantment, scarna traccia di sette minuti che mette l’ascoltatore faccia a faccia con pensieri e false aspettative; il contraltare di melodia classica ed elettronica dà vita a un dialogo ben articolato in cui mente e cuore non sono affatto vincitori, sebbene i suoni robotici sembrino avere la meglio. Il brano è dolce come un carillon ma è crudele come la consapevolezza che traghetta verso Floating Summer, stagione della vita passata che non tornerà. Kjetil scende e sale i tasti prediligendo le note alte, cariche di pathos e nostalgia; piccoli tonfi e rarefazioni oltrepassano il terzo minuto, lasciandosi dietro scarne sovrapposizioni stilistiche e un piano dissolto. L’orbita celeste appare più vicina in Kretsløpet ma la melodia, ricca di distorsioni ed elementi digitali, è a tratti sinfonica e disturbante, quasi volesse riprendere il dialogo con abitanti di mondi lontani. Torna l’alfabeto punto – linea di Cosmic Connection esasperato dallo Steinway e con una nuova consapevolezza l’album si chiude con We Learn to Listen: a volte la realtà non è come la dipingiamo, spesso perdiamo noi stessi e le emozioni più spontanee senza fermarci ad ascoltare il sentimento delle cose. Basterebbe arrestarsi di fronte all’irreparabile, un passo prima di cadere nel vuoto e tendere l’orecchio ai segnali che l’universo offre.
Quello di Kjetil Husebø è un viaggio interstellare innovativo e conturbante e stupisce ancora una volta per la commistione di stili diversi. Qui albergano classico e moderno, sacro e profano, presente e passato. Il suo Steinway ora dipinge campiture fredde, ora si sposta sulla palette calda, facendosi largo tra l’elettronica e i rumori più angoscianti. Le due anime del musicista norvegese convivono perfettamente in Piano Transformed – Interspace, un’opera ambiziosa che lascia intravedere grande sensibilità e maestria. Tutto accade per uno scopo preciso ma senza forzature, in maniera innata e totalmente spontanea. Essere e dovere tornano a dialogare in perfetta armonia, bilanciando lati selvaggi e regole convenzionali.
A presto Kjetil, e grazie ancora per le splendide atmosfere.
Tracklist:
- Rom for hvile 03:11
- Listening to Life 06:33
- Cosmic Connections 05:26
- Inner Space 07:10
- Floating Moments 06:01
- Escape 06:03
- Echoes Within 08:29
- Sun in the Dark 05:14
- Memory Strands 01:29
- Symphonic Keys 06:40
- Predator’s Battlefield 04:42
- The Spaces 03:35
- Listening to the Stars 05:51
- Tilbakeblikk 02:14
- Disenchantment 07:02
- Floating Summer 04:31
- Kretsløpet 05:54
- We Learn to Listen 02:24






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