R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Un album come The Stoic Suite, terzo lavoro del pianista brasiliano Beto Paciello, più che da una vera e propria strategia progettuale, sembra emergere da una ponderata riflessione esistenziale. Le sette composizioni presentate in quest’opera non si limitano solo ad organizzare la materia musicale che le caratterizza ma provano piuttosto a dare forma a una stagione interiore nella quale il tempo, la lontananza, il lutto e la necessità di continuare a vivere, si sono trovati improvvisamente raccolti all’interno dello stesso spazio. Questo tipo di esperienza si è manifestata con particolare intensità durante la pandemia, quando l’isolamento ha costretto Paciello ad una solitudine molto più concreta che non metaforica. La lontananza dalla moglie bloccata negli Stati Uniti e la perdita dei genitori ammalatisi di Covid, sono entrambe situazioni che hanno portato l’Autore a meditare sugli eventi, avendo come consolazione solo il suo pianoforte e la rilettura dei filosofi stoici dell’antica Grecia, tra l’altro proprio in un periodo nel quale veniva quasi spontaneo porsi delle domande sul valore della vita. Non un semplice diario sonoro, dunque, ma una riflessione sulla perdita, sull’accettazione e sulla possibilità di trasformare il dolore in una struttura resiliente.

Paciello non si presenta qui solamente come virtuoso del proprio strumento. Il suo pianismo è, al contrario, una pratica di controllo e di ascolto. La sua è una visione matematica di ritmi e tempi che, tuttavia, non si limita a risolversi in un esercizio astratto.  Anche quando spesso la scrittura si avventura verso una sovrastruttura armonica complessa, il risultato conserva una certa naturalezza, come se la difficoltà si fosse spontaneamente diluita all’interno dell’architettura stessa. The Stoic Suite sembra costruire la propria espressività attraverso un principio inerziale. La musica avanza senza fretta, trattenendo al proprio interno una forza che non ha bisogno di manifestarsi in modo spettacolare. Eppure, sotto la superficie, si avverte un inconfessabile desiderio di complessità, una tentazione verso l’abisso delle combinazioni, verso il piacere quasi intellettuale di spingere la forma oltre la sua apparente semplicità. Paciello, però, non si lascia sedurre completamente da questa possibilità. La sua scrittura rimane beffardamente in bilico senza sbracare, mantenendosi curiosa senza diventare compiaciuta. Una certa sensualità latino-americana, ovviamente, s’insinua nelle pieghe del fraseggio, ma resta sempre in sommovimento, come un’idea che si manifesti e subito dopo si sottragga alla presenza. Questa musica non si riduce ad un folk di transizione, perché la componente brasiliana non serve a indicare semplicemente una provenienza geografica. È piuttosto una materia assimilata, metabolizzata, resa parte di un linguaggio più ampio. La strada pavimentata del mainstream appare, per questo, comunque lontana. The Stoic Suite si muove secondo un concetto sfuggente, nel quale il jazz, la musica brasiliana, la scrittura cameristica e una certa complessità armonica contemporanea possono convivere senza dover stabilire necessariamente una gerarchia di valore. Attorno al pianoforte di Paciello si muove un gruppo di validi musicisti che ormai accompagnano l’Autore da qualche anno. Rogério Boccato non usa le percussioni come ornamento esotico, ma come elemento strutturale, capace di modificare il passo dell’ensemble. John Patitucci al contrabbasso – vedi qui– ed Eric Harland alla batteria – già con i Marvels e Charles Lloyd – leggi qui – costituiscono una sezione ritmica di straordinaria autorevolezza, sempre pronta a sostenere la complessità senza appesantirla. John Ellis, poi, è una figura decisiva per la fisionomia dell’album, dove sax tenore e soprano, flauto e clarinetto basso diventano altrettante prospettive attraverso cui osservare il materiale compositivo. Anne Boccato, con il suo canto vocalizzato senza parole non si colloca semplicemente all’interno dell’ensemble ma ne diventa una componente atmosferica, un colore interno. Il suono, limpido e caldo, consente a ogni dettaglio di trovare il proprio posto. Ma la vera ricchezza di The Stoic Suite non risiede nella qualità dell’esecuzione, per quanto questa sia indiscutibile. Paciello sembra infatti muoversi, utilizzando uno sfacciato ossimoro, secondo un conformismo anticonformista. Egli accetta infatti alcuni principi della grande tradizione del jazz — la centralità dell’improvvisazione, il dialogo tra composizione e libertà, l’importanza della ritmica — ma li dispone secondo una logica personale, sottraendoli tanto alla prevedibilità quanto alla necessità di apparire radicale. In questo senso, The Stoic Suite può essere letto come un manifesto dell’evoluzione del jazz sudamericano, da intendersi comunque come un lento e faticoso processo di trasformazione. La musica di Paciello non ha bisogno di proclamare i natali brasiliani dell’Autore, dato che il rapporto con la sua terra passa attraverso il ritmo, la flessibilità melodica, la sensualità armonica e una certa capacità di far convivere leggerezza e profondità. L’album mantiene per tutta la durata una temperatura emotiva relativamente uniforme ma è proprio su questo punto che il titolo di questo lavoro conferma le proprie premesse. L’equilibrio stoico non contempla l’esplosione, il cedimento alle passioni, la catarsi. Accettare il proprio destino proponendo l’atarassia e l’apatia significa anche rinunciare, almeno in parte, alle tempeste dell’animo, alla possibilità di manipolarle attraverso l’enfasi drammatica. Alcuni, ascoltando questo album, potrebbero desiderare una frattura più netta, un momento di abbandono, una deviazione capace di spezzare la continuità meditativa dell’opera. Ma ciò andrebbe proprio contro quella stabilità emotiva che caratterizzava l’antico pensiero stoico e quindi cadrebbe in contraddizione con il titolo di questo lavoro e con l’idea contenuta all’interno dell’album stesso.

L’apertura, Amor Fati, introduce immediatamente il nucleo estetico dell’opera. La composizione procede lungo una pulsazione obliqua, nella quale l’elemento brasiliano non viene esibito come una decorazione folklorica ma inserito in un contesto di sviluppo armonico piuttosto complesso. Inizialmente il flauto di John Ellis contribuisce a definire un paesaggio sospeso, mentre la voce di Anne Boccato si integra nell’impasto come una presenza quasi incorporea. Il pianoforte di Paciello costruisce una sequenza spesso ripetuta di accordi, sostenuta da un eclettico rachide ritmico su cui s’inserisce ancora Ellis con il sax. Segue un assolo brillante ma breve dell’Autore. Verso il finale riprende fiato il canto della Boccato. Chi si aspetta un jazz latino tipicamente modellato sui moduli alla Michel Camilo, qui rischia di rimanere molto deluso a causa dell’irrequietezza contemporanea mostrata invece da Paciello stesso.

Tempus Fugit conferma questa direzione. Il titolo potrebbe richiamare il celebre brano di Bud Powell, ma qui il tempo non viene inseguito attraverso la velocità vertiginosa del bebop. Paciello preferisce una dimensione più distesa, quasi contemplativa, dove la pulsazione ritmica assomiglia nelle fasi iniziali al ticchettio di un orologio. La composizione è sostenuta da una trama armonica ricca, ma la melodia conserva una qualità luminosa, ascendente, affidata alle molteplici risorse timbriche di Ellis, questa volta sia al clarino ed al flauto. Il pianoforte sta sullo sfondo con un arpeggio insistito, mentre onnipresente e addirittura sovraincisa è la voce di Anne Boccato, un vero e proprio strumento musicale aggiunto. Il breve dialogo tra pianoforte, flauto e percussioni ricorda un clima iberico, più che sudamericano. Memento Mori rappresenta forse il punto in cui l’album raggiunge la maggiore densità emotiva. Qui il dolore si stempera facendosi materia, prima con l’archetto di Patitucci, poi con le voci e il pianoforte che sembrano muoversi all’interno di una stessa memoria, mentre la batteria e il sax aprono improvvisamente delle fenditure attraverso le quali l’architettura musicale si illumina. È una pagina nella quale la scrittura appare quasi ergotropica, accumula energia, la trattiene, la redistribuisce. Tutto il contrario di quello che il titolo di questo brano potrebbe far presagire. Dopo la severa concentrazione dei primi tre brani, Eternal Love (For my Father) introduce un diverso grado di vulnerabilità. È una ballata nella quale il pianoforte si pone al centro coi suoi accordi in forma lata, mentre il misurato tenore di Ellis porta con sé una morbidezza profonda, una sorta di calore crepuscolare. La musica raggiunge la sua dimensione più immediatamente comunicativa, senza peraltro trascurare la complessità del suo insieme. Fa peraltro piacere ascoltare un assolo al contrabbasso di Patitucci, molto melodico e cantabile, affiancato da Ellis che si concede le battute finali tra un crescendo dinamico della band e un assolo cristallino di Paciello a terminare il brano con qualche battuta in solitudine. Sunset Skies riporta invece il movimento ritmico in primo piano. La batteria di Eric Harland e la percussione di Rogério Boccato sviluppano un battito capace di evocare il Brasile senza ricorrere a formule prevedibili. John Patitucci offre una presenza magnifica, mobile e autorevole, mentre il soprano di Ellis e la voce di Anne Boccato contribuiscono a una sorta di luminosità melodica che, per certi versi, rimanda alla grande tradizione della canzone brasiliana. Ma anche qui l’operazione non è citazionista: la melodia viene assorbita dentro una scrittura jazzistica contemporanea, come se l’eredità di Jobim fosse diventata una memoria genetica più che un riferimento esplicito. Molto buoni sia l’assolo al soprano di Ellis e quello più tradizionale di Paciello, mentre la voce della Boccato è in grado di colloquiare, sul finale, con lo stesso sax di Ellis. Mediterranean Sea è forse il brano nel quale la geografia diventa più apertamente immaginaria. Il clarinetto basso introduce un’atmosfera che suggerisce il mare senza descriverlo, attraverso un andamento danzante e una certa eleganza obliqua dal sapore medio orientale. Non è un chamber jazz, se con questa definizione si intende una musica esclusivamente ripiegata sulla raffinatezza dell’impasto. Qui la scrittura cameristica è soltanto uno degli strumenti di un disegno più ampio, nel quale ogni timbro sembra avere una propria funzione narrativa. La chiusura, Nostalgia (For My Mother), porta il disco verso una zona di malinconia più scura. Non c’è bisogno di alcuna teatralità, il brano possiede già la gravità di una perdita che non può essere colmata. Il pianoforte, il contrabbasso archettato e l’ensemble procedono come se la musica stesse cercando di conservare una traccia, non di ricostruirla. È una passione terminale, nel senso più alto e meno melodrammatico del termine, l’ultimo grado di un sentimento che, proprio perché ha raggiunto il proprio limite, può finalmente assumere una forma compiuta.

The Stoic Suite è fatta di geometrie ritmiche, melodie sensuali, armonie profonde e improvvisazioni mai gratuite. Si è parlato di complessità e nonostante l’abito esteriore sudamericano, l’accesso a una musica di questo tipo non è certo facile. Paciello, assimilata la lezione stoica, non cerca di sconfiggere il tempo – diventando cosciente della sua circolarità – né tanto meno di superare l’idea della morte o della lontananza. Semplicemente lascia entrare tutto questo nelle sue composizione, l’osserva e lo trasforma. Ma forse, alla fine, The Stoic Suite non è davvero un album sullo stoicismo. O, almeno, non soltanto. È piuttosto un’opera che prova a misurare la distanza tra ciò che ci accade e ciò che siamo in grado di elaborare. Paciello non cerca una risoluzione alla perdita, perché certe domande non hanno mai risposte. In realtà insegue una forma, che è qualcosa di diverso e forse di più difficile. Un aspetto capace di contenere l’assenza senza trasformarla in retorica, dove la musica procede, composta ma inquieta, cosciente che la vita raramente conceda il privilegio delle conclusioni.

Tracklist:
01. Amor Fati (07:18)
02. Tempus Fugit (03:58)
03. Memento Mori (05:12)
04. Eternal Love (for my Father) (07:08)
05. Sunset Skies (07:37)
06. Mediterranean Sea (04:47)
07. Nostalgia (for my Mother) (04:01)


Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.

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