L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo
Un uomo è perso senza la sua storia
e io non voglio dimenticare
(Litfiba, 17 RE)
Ci sono concerti che si ascoltano e concerti che si attraversano. Ci sono serate nelle quali una band sale sul palco, esegue le proprie canzoni, saluta il pubblico e tutto finisce lì. Poi ci sono quelle occasioni nelle quali la musica riesce a fare qualcosa di diverso, quasi una magia: apre una porta sul passato e permette, per qualche ora, di entrare in un’altra epoca senza però avere la sensazione di essere semplicemente tornati indietro. Il concerto dei Litfiba ad Asti, l’11 luglio 2026, è stato proprio questo. Una porta spalancata sul 1986, ma senza la pretesa di fingere che quarant’anni non siano mai passati. Piazza Alfieri, nel cuore della città, si è trasformata per una sera in un luogo sospeso fra memoria e presente, accogliendo il tour Quarant’anni di 17 RE, il progetto con cui Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo hanno deciso di tornare insieme sul palco per celebrare uno degli album più importanti e più irripetibili della storia dei Litfiba. Una reunion che, già sulla carta, aveva qualcosa di eccezionale e che ha trovato una cornice capace di amplificarne il significato.

Per capire fino in fondo quello che è accaduto quella sera bisogna tornare al 1986, quando i Litfiba erano ancora lontani dalla dimensione da grande pubblico che avrebbero conquistato negli anni successivi. Erano una band fiorentina proveniente dall’underground, dalla new wave, dai club, da quella stagione musicale nella quale sperimentare non era una scelta di marketing ma una necessità. Avevano già pubblicato Desaparecido e con 17 RE stavano costruendo un linguaggio destinato a lasciare un segno profondo nel rock italiano. Una musica inquieta, visionaria, a tratti oscura, capace di mescolare new wave, post-punk, rock, atmosfere dark e contaminazioni mediterranee. Non c’era ancora la ricerca del grande ritornello da radio, non c’era il bisogno di piacere a tutti. C’era piuttosto la voglia di creare un mondo sonoro nel quale musica, parole, immagini e teatro potessero convivere. Ed è proprio per questo che 17 RE, quarant’anni dopo, continua a essere un album così particolare: non è semplicemente un disco che si ascolta, è un disco che si attraversa.
La serata è iniziata con Febbre, utilizzata come intro strumentale, quasi fosse la porta d’ingresso verso quel mondo. Le prime note hanno creato lentamente l’atmosfera e poi, quasi a chiudere un cerchio rimasto aperto per quattro decenni, è arrivata 17 Re. Ed è proprio qui che si trova uno degli aneddoti più curiosi di tutta la storia dei Litfiba. Perché nel 1986 l’album intitolato 17 RE non conteneva una canzone chiamata 17 Re. Il brano esisteva, era stato concepito come possibile title track, ma venne escluso perché ritenuto non abbastanza convincente rispetto al resto del materiale. Una scelta che, vista con gli occhi di oggi, appare quasi paradossale. Alcune parti del testo, addirittura, rimasero stampate nella confezione originale del disco, come una sorta di traccia fantasma. Quarant’anni dopo quella canzone dimenticata è stata recuperata, rielaborata e finalmente portata sul palco. Così ad Asti il titolo è diventato finalmente anche una canzone. Una storia rimasta sospesa dal 1986 ha trovato una conclusione davanti al pubblico del 2026.

Da quel momento il concerto è entrato nel cuore di 17 RE. Come un Dio, Oro nero, Sulla Terra, Vendetta e Ferito hanno riportato tutta la forza di una band che, in quegli anni, non aveva ancora raggiunto la notorietà nazionale ma possedeva già una personalità fortissima. Ascoltare oggi quei brani significa rendersi conto della distanza che separa quei Litfiba dai grandi protagonisti del rock italiano che sarebbero diventati negli anni successivi. Erano giovani, irregolari, sperimentali, e soprattutto liberi. Non avevano ancora trovato una formula definitiva e non avevano quindi paura di cercare.
Ci sono canzoni che appartengono a un disco e altre che, con il passare del tempo, finiscono per appartenere alle persone che le hanno ascoltate. Apapaia è una di queste. Basta riconoscere le prime note per capire che il tempo si è improvvisamente accorciato. Chi aveva vent’anni nel 1986 oggi ne ha sessanta, chi ascoltava quei brani da adolescente oggi magari li sta cantando accanto ai propri figli, mentre per una parte del pubblico più giovane quella musica rappresenta una scoperta. Ed è forse questo uno degli aspetti più belli della serata: sotto il palco convivono generazioni diverse unite dalle stesse parole.
Poi arriva Re del silenzio, uno dei momenti più intensi dell’intero concerto. È difficile ascoltare oggi questa canzone senza pensare a quanto fosse avanti rispetto al proprio tempo. Il basso di Gianni Maroccolo costruisce una tensione quasi fisica, mentre le tastiere di Aiazzi contribuiscono a creare quell’atmosfera sospesa e inquieta che è una delle caratteristiche più riconoscibili dei Litfiba di quegli anni. La voce di Pelù entra dentro il brano con una forza che non ha bisogno di essere spiegata. È una canzone che parla di fragilità, solitudine, temi che non hanno perso la loro capacità di colpire. Cambiano le città, cambiano le abitudini, cambiano le tecnologie e il modo di comunicare, ma certe inquietudini restano. E per qualche minuto, in Piazza Alfieri, sembra quasi che anche il tempo faccia silenzio.

Il viaggio prosegue con Pierrot e la luna, Univers e Tango, e qui emerge ancora più chiaramente la componente teatrale e visionaria della band. I Litfiba non sono mai stati soltanto una formazione rock. Nella loro prima fase erano capaci di costruire vere e proprie ambientazioni sonore, piccoli mondi nei quali il pubblico poteva perdersi. Antonio Aiazzi ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione di quelle atmosfere, così come Gianni Maroccolo ha contribuito con il suo basso a creare una tensione che spesso andava ben oltre il semplice accompagnamento ritmico. Ghigo Renzulli rappresentava la spinta della chitarra, il riff, la parte più fisica del suono, mentre Piero Pelù trasformava la voce in gesto, movimento e teatro. Quattro personalità diverse che, nella seconda metà degli anni Ottanta, avevano trovato un equilibrio irripetibile.
C’è poi un altro particolare che rende ancora più affascinante questa celebrazione: 17 RE era un album doppio nella sua versione italiana ed era composto da sedici brani, non diciassette. La title track mancava proprio perché era rimasta fuori dal disco. In Francia l’album venne pubblicato invece in formato singolo. Sono dettagli discografici che oggi possono sembrare curiosità per appassionati, ma che raccontano bene la natura dei Litfiba di allora: una band che non seguiva necessariamente le regole del mercato e che costruiva il proprio percorso anche attraverso scelte inconsuete. Il tour del 2026 ha trasformato proprio una di quelle stranezze in uno degli elementi più interessanti dello spettacolo: il disco viene riproposto integralmente e quella canzone rimasta fuori tanti anni fa viene finalmente riportata alla luce. Dopo Tango arrivano Cafè, Mexcal e Rosita, Gira nel mio cerchio e Cane, fino ad arrivare a Resta. Il pubblico viene accompagnato fino alla conclusione dell’album senza scorciatoie, senza trasformare la serata in una semplice successione di vecchi successi. Un viaggio completo, con le sue tensioni, i suoi cambi di atmosfera, le sue ombre e le sue improvvise aperture. Quando “Resta” chiude questa prima parte, la sensazione è quasi quella di aver attraversato un film.

La storia non è finita. Anzi, a quel punto comincia il secondo tempo del concerto, quello nel quale i Litfiba escono dal perimetro di 17 RE e tornano a raccontare la propria carriera. Arriva Il vento e subito dopo Istanbul e Santiago. Sono canzoni che permettono di attraversare altre stagioni, di ricordare quanto il percorso dei Litfiba sia stato lungo e complesso, fatto di cambi di formazione, trasformazioni, successi, separazioni, carriere parallele e reunion.
Eroi nel vento sembra sintetizzare perfettamente il significato della serata. Una frase che parla di tempo, di memoria, di qualcosa che resiste mentre tutto intorno cambia. È impossibile ascoltare questo brano senza pensare anche a Ringo De Palma, batterista fondamentale della formazione storica dei Litfiba e protagonista di quella stagione, scomparso nel 1990 a soli trent’anni. La sua presenza non può essere fisica sul palco, ma appartiene inevitabilmente alla memoria di quelle canzoni. È uno di quei musicisti che continuano a vivere nelle registrazioni e nei ricordi di chi li ha ascoltati.
È anche per questo che la reunion del 2026 ha un valore diverso da quello di una normale operazione celebrativa. Quattro musicisti che appartengono a quella storia sono tornati a condividere lo stesso palco e hanno deciso di farlo non scegliendo soltanto i brani più popolari, ma ripartendo proprio da 17 RE. È una scelta quasi filologica e allo stesso tempo profondamente contemporanea. Non significa fingere che il 1986 possa tornare. Significa chiedersi cosa succede quando il 1986 incontra il 2026. Ad Asti la risposta è arrivata attraverso la musica.

Dopo Eroi nel vento il concerto prosegue con La preda, Tex e infine Cangaceiro. E a quel punto tutto torna a essere energia. Se la prima parte dello spettacolo aveva avuto il compito di riportare il pubblico dentro l’atmosfera di 17 RE, il finale ha il compito di ricordare che i Litfiba non sono soltanto il loro passato. Sono una storia lunga quarant’anni, una storia nella quale il rock italiano è cambiato insieme a loro. Cangaceiro è una chiusura perfetta perché non lascia spazio alla malinconia. È un ultimo assalto, una scarica di energia, quasi un modo per dire che il viaggio nella memoria è terminato ma la musica è ancora viva. Ed è proprio qui che la parola “nostalgia” comincia a stare stretta. Perché la nostalgia guarda indietro e vorrebbe tornare a ciò che non esiste più. Il concerto dei Litfiba ad Asti ha fatto qualcosa di diverso. Ha messo in comunicazione passato e presente. Ha preso un album del 1986 e lo ha consegnato a un pubblico del 2026.

Negli anni ’80 non esistevano i social network, lo streaming, YouTube, Spotify. Un album si comprava, si portava a casa, si guardava la copertina, si leggevano i testi e lo si ascoltava decine di volte. Era un oggetto fisico e quasi rituale. Per molti ragazzi rappresentava un mondo nel quale entrare. Oggi la tecnologia ha cambiato completamente il modo di ascoltare musica. Quella sera ad Asti migliaia di persone si sono ritrovate a fare una cosa antichissima: ascoltare insieme una band dal vivo. Ed è forse questa la vera forza del concerto. Non aver riportato indietro il tempo, ma aver dimostrato che il tempo non è riuscito a cancellare tutto. Ha cambiato le persone, ha cambiato i musicisti, ha cambiato la musica, ma non ha cancellato quelle canzoni. Anzi, le ha trasformate.
Re del silenzio oggi parla a chi conosce nuove forme di solitudine. Apapaia appartiene a chi l’ha cantata quarant’anni fa ma anche a chi l’ha scoperta molto dopo. Eroi nel vento porta con sé il ricordo di chi non c’è più. “Cangaceiro” continua invece a fare quello che faceva allora: accendere il pubblico. E in mezzo ci sono quarant’anni di storia. Una storia fatta di dischi, concerti, cambiamenti, successi e fratture, ma anche di amicizie, di musicisti che hanno preso strade diverse e poi si sono ritrovati, di canzoni che hanno continuato a vivere mentre i loro autori cambiavano. Piazza Alfieri è diventata per una notte una sorta di archivio vivente della storia Litfiba: un archivio nel quale le fotografie si muovono, i dischi prendono vita e le persone dentro le fotografie tornano a suonare.







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