R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Tapò, prima fatica solista di Gabriele Berioli, vede la luce lo scorso gennaio. Sapevo di questa uscita, ma all’epoca non avevo né la forza, né le energie mentali per concentrarmi sulla nuova musica, specie se l’autore in questione è uno dei più stretti collaboratori di Paolo Benvegnú. In lui Paolo aveva intravisto un talento e un estro senza pari; la loro sinergia sul palco è stata qualcosa di puramente alchemico, e tutto ciò che Gabriele tocca diviene pura magia.
Raffinato chitarrista, produttore e fine conoscitore di note, il musicista umbro, classe 1992, non si perde in chiacchiere già dall’intro. Head, la testa del disco, quella che porta il convoglio di pensieri e sentimenti lontano, è ricca di suoni appena udibili.

L’orecchio umano li percepisce a malapena mentre il cervello li elabora e costruisce, facendosi largo tra segnali morse e il synth che imita urla di guerra. Rintocchi, passi accennati, ribaltoni elettronici e cambi di passo costellano la traccia che si spinge verso la sperimentazione pura. È particolarmente ispirato Gabriele, si sente già da metà brano, quando sovrappone rumori metallici a riverberi portati all’estremo, quasi a formare una sfera fatta di tenebre. À La Lune avanza come un novello Astolfo in mezzo ai bagliori, sembra scritta e composta nella periferia più estrema d’Europa, dove la notte regna sovrana e la luce è effimera come la speranza: ascoltandola mi vengono in mente gli ultimi lavori di Erik Honorè e di Kjetil Husebø e non posso fare altro che apprezzarne le contaminazioni. Appena dopo il minuto due fa capolino un sax e tutto prende vita, il torpore lascia spazio a una dolcissima e lenta malinconia. A un certo punto il suono si sdoppia, il sax soprano viene affiancato da un baritono e in sottofondo emergono lampi di luce e passi metallici sulla neve, come fossimo di fronte a una Frosti più articolata. Sul finale, il rombo di un motore e la natura che si placa e riprende a bisbigliare, quasi suggerisse all’ascoltatore di dare un senno al proprio destino. L’apparente ariosità di Unvergänglich delizia per poco più di due minuti ed ecco Autus’ Dream a sparigliare le carte, dapprima col suo frinire robotico, poi con uno scampanellio e un turbinio metallico che riporta alla mente paesaggi orientali perduti. Sembra quasi di udire corde solitarie a metà brano, corde che sovrastano suoni cupi e sordi, lunghi come solo un transistor impazzito può essere. La chitarra, ora più presente, ora sparita dai radar, si dissolve tra gli effetti di un synth solitario mentre la desolazione ammanta ogni cosa. È un pianeta scarno e disabitato quello che scorgiamo a occhio nudo, ma è solo un inganno che Coda svela nel suo tetro splendore. Non c’è acqua, non c’è elettricità, tenui interferenze si odono appena, ed ecco che lo scenario cambia: la natura si ribella solennemente, gli elementi infuriano finché un violino in lontananza mette tutto a tacere (ricordate la coda strumentale di Alla disobbedienza dei Benvegnú e quel meraviglioso violoncello notturno?). È forse Autus, il protagonista, a ristabilire l’ordine e a trasformare il fragore in suono etereo?
Certo è che Tapò è un’esperienza che attinge a piene mani nell’ambient, nel drone e nella tape music, sferzata qua e là da episodi lo-fi. La presenza di hammer, theremin e sax trasportano via via lontano, in un mondo abitato solamente dai ricordi. Tapò è un frammento di tempo indefinito incastonato nella frenesia, a metà tra il sogno e la realtà: è un lavoro denso di emozioni, curatissimo nel suono, perfettamente arrangiato e suonato, che ci inchioda nel nostro qui e ora a chiederci chi siamo, cosa vogliamo diventare e dove desideriamo andare. Tapò possiede l’epos degli eroi greci ma è allo stesso tempo un disco scandinavo, sperimentale e inappagato come chi vive in un luogo senza luce. È un viaggio al quale deve necessariamente seguire un altro capitolo. Perché le cose belle ritornano costanti. Basta solo saper aspettare.
Con la partecipazione di Ciro Serrapica (sax), Massimiliano Dragoni (hammer, dulcimer), Erika Bastianelli (theremin, violino).
Tracklist:
01. Head (5:16)
02 À la lune (10:13)
03. Unvergänglich (2:25)
04. Autus’ dream (6:44)
05. Coda (10:38)
Photo & Artwork © Daniele Toccacelo






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