R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Dopo aver affinato la propria arte sul terreno del bebop e dello swing, Caity Gyorgy si avventura ora nella musica per orchestra con Caity Gyorgy with Strings, album registrato a Calgary, sua città natale. La collaborazione con Mark Limacher, pianista ed eccellente arrangiatore – e già avviata peraltro in Asking for Trouble pubblicato in questo stesso anno, dove Limacher accompagna la cantante solo col piano – non è, in questo nuovo album, un semplice esercizio calligrafico. Ogni linea degli archi e dei fiati – si tratta di una quarantina (!!) di elementi – e ogni incastro di contrappunto, evitano la trappola della semplice cornice ornamentale per trasformarsi in viva e pulsante materia musicale. Gli arrangiamenti – perfetti – di Limacher, funzionano come estensioni semantiche del testo e non come mera appendice scenografica. Dopo aver dimostrato di possedere uno swing naturale e un fraseggio che l’hanno già avvicinata a paragoni illustri con Ella Fitzgerald e June Christy, la Gyorgy, che è anche arrangiatrice quando si tratta di ensemble più ristretti, sceglie ora coraggiosamente di rischiare, perché C.G. With Strings è un lavoro che punta in alto, sfidando il terreno per natura accidentato della partecipazione orchestrale. Però è proprio qui che la cantante canadese, insieme a Limacher, trova la propria nuova fisionomia.

L’album rappresenta quindi un importante momento di transizione artistica per la ventisettenne Gyorgy dove la sua scrittura – ella si occupa dei testi dei brani – si fa più che mai tagliente, in bilico fra ironia e confessione. Mentre l’orchestra si reinventa in figure elegantemente danzanti, Caity canta con voce vellutata e sembra inseguire quella lunga tradizione di cantanti che hanno contribuito, negli anni ’50, a consolidare la fama delle jazz singers bianche come ad esempio la già citata June Christy, Anita O’Day, Kay Starr, Julie London. Paradossalmente, però, la Gyorgy afferma di essere stata maggiormente ispirata, almeno in questo album, dal rapporto voce-orchestra che si realizzava nelle storiche incisioni di Frank Sinatra, con le registrazioni che avvenivano in diretta coinvolgendo tutti gli strumentisti presenti in sala d’incisione. L’album mostra un’oscillazione continua tra due poli. Da un lato la confessione intima, spesso segnata da avvenimenti personali, dall’altro il gioco ironico e leggero, che conferisce al lavoro un carattere cangiante. In questo senso, si tratta di un album che non si limita a rinnovare lo swing tradizionale, ma propone altresì una dialettica fra eredità storica e ricerca personale. Il risultato è un’opera in cui l’esperienza dell’ascoltatore si colloca all’interno di un risonante florilegio di colori, con la voce della cantante, veramente affascinante e con un delicato tocco di sensualità che diventa parte integrata del gioco orchestrale. Scivolando tra la memoria del bebop e le luci di un varietà notturno, le otto canzoni – sì, sono un po’ poche per un album che a tutti gli effetti appartiene più alla categoria degli EP – tutte originali e composte dal binomio Limacher-Gyorgy, diventano in parte come confessioni segrete, canzoni di lontananza e disillusione ma in altra parte esercizi di stile volubile e frizzante. Volendo essere puntigliosi fino all’acribia, potremmo però anche formulare una piccola critica. I brani dell’album, com’è peraltro già accaduto per i precedenti lavori di questa cantante, sono costruiti su schemi piacevolmente retrò, sicuramente ben fatti ma… lontani dalla contemporaneità, se non fosse almeno per i testi che ovviamente pescano in argomenti odierni. Non c’è niente di male, intendiamoci, a proporre standard e in effetti un jazzista su due si gioca frequentemente questa carta espressiva. Ma realizzare ex novo un intero album che sembra una raccolta di standard del Great American Songbook senza esserlo può essere non tanto un limite estetico, quanto proprio progettuale. Ad ogni modo, a conti fatti, il piacere che si prova ascoltando questo album riesce a compensare ogni eventuale vulnus e d’altra parte l’architettura melodica e armonica di C.G. With Strings è talmente raffinata, solida e priva di sbavature tecniche da far passare in secondo piano – o in terzo – ogni possibile appunto.
That Doesn’t Matter è un delizioso swing con un testo che sottolinea come certe differenze non influenzino l’amicizia e la collaborazione. Nasce da una divergenza ironica con Limacher – lei beve da un bicchiere di plastica, lui da uno di cristallo – due mondi differenti che si trovano comunque. Il tema ventilato inizialmente da uno schieramento di flauti viene intermediato un po’ dagli archi e un po’ dalla sezioni di fiati. La voce della Gyorgy s’insinua con delicati e misurati vibrati mentre c’è da restare incantati dalla orchestrazione che crea vere e proprie melodie aggiunte a sostegno del canto. Un inizio a dir poco fulminante! You’ll Learn esprime un dolore sottile, come quello di un ultimo bacio, un cupo disagio che si trasforma in canto necessario. Come una moderna barcarolle imbastita su coppie di accordi che si alternano sostenendo una melodia lenta e sentita, la Gyorgy scandisce le sillabe d’ogni parola mentre alle sue spalle la sezione orchestrale trapassa da momenti quasi silenziosi ad imperiosi pieni, fino a sfociare verso il finale nel percorso solitario d’un oboe dalle reminiscenze orientaleggianti. Train Wrecking Dining Car porta l’ascoltatore dentro alla riflessione su una scelta di vita, costruendosi attorno all’introduzione pianistica di Limacher che accompagna, in solitaria, la prima parte dell’espressione colloquiale del brano. L’elaborazione melodica e la struttura armonica sono qui molto sofisticate e meno immediate che nei brani precedenti ma tutte le sfumature vengono maggiormente apprezzate proprio sul finale, quando il canto sembra disarticolarsi e farsi volatile.

If I’d’ve Know con il suo ampio respiro strumentale, pare evocare la pratica di vecchie canzoni in stile Broadway, un risonante canto di sfumature che scivola da Sinatra alle nuove possibilità ottenute da questa cantante. L’orchestra si affida inizialmente ad un notturno swing, regno di un seducente trombone. Quando sembra che la musica abbia completamente estromesso il canto, la Gyorgy entra nella parte, un po’ alla Mary Poppins, intonando una melodia dal vago candore hollywoodiano. I’ve Been Kicking Myself non si discosta poi molto, come spirito, dal brano precedente. Il pezzo brucia e ride insieme sorvolando sui propri inciampi, adoriamo i nostri demoni come se fossero vecchi amici, sembra raccontarci la voce della cantante. La Gyorgy solletica i suoi nitidi vibrati alla Fitzgerald, mentre il brillantissimo accompagnamento dell’orchestra si sviluppa a lampi e scatti ritmici sostenuti da controllate esplosioni dinamiche, basate soprattutto sull’esuberanza degli ottoni. Sight to Behold è una traccia amorevolmente dedicata a due località diverse geograficamente e nell’animo, la vitalità del Messico e il romanticismo di New York. Sono luoghi che nell’immaginario diventano poli opposti di energia e malinconia. Curiosi gli interventi orchestrali che mimano le due diverse atmosfere. Memo267 parla della lontananza, un brano che incarna quella pratica di sublimazione in cui il dolore diventa racconto e il racconto si fa in qualche modo cura. Qui davvero sembra valere il paradosso che ammalandosi si possa guarire nello stesso tempo… Però appare come il momento meno felice dell’album, troppo zuccherato tanto da poter alterare il sapore di un genuino romanticismo. Pour For the Hour, fortunatamente, recupera la modalità swing anche grazie ad un portentoso clarino che aiuta la risonanza di questo piccolo gioiello narrativo per cui un tè diventa metafora del ricordo e del superamento di un’amicizia. Qui la voce si libra su orchestrazioni delicate, mai invadenti, capaci di evocare pause e momenti più espliciti senza tradire il sentimento intimo e sospeso che costituisce l’anima del brano.
L’ambiente fortemente dinamizzato che apporta un’orchestra di molti elementi non è evidentemente la stessa cosa di un pianoforte solitario o di un combo di pochi musicisti. La Gyorgy compie effettivamente un salto qualitativo importante, superando una tra le prove più difficili che possano riguardare una cantante jazz. L’increspato fraseggio aereo dell’Autrice resta immutato, o forse anche più sollecitato dalla presenza di questi arrangiamenti così complessi. I vaporosi pensieri sentimentali, sempre ad ogni modo ben espressi, rimandano tuttavia continuamente al passato, attraverso un genere ed uno stile che sono comunque alla base di tutto il jazz. L’album innesca, quindi, una lenta e sensuale spirale che porta indietro nel Tempo, fidandosi della naturalezza e del mestiere con cui viene condotto il binomio orchestra e voce. Lecito però domandarsi se questo continuo richiamo nostalgico, al di là della bellezza propria del lavoro in sé, non finisca per diventare in futuro un freno nell’affrontare artisticamente un mondo più al passo coi nostri Tempi.
Tracklist:
01. That Doesn’t Matter (2:49)
02. You’ll Learn (3:47)
03. Train Wrecked Dining Car (2:46)
04. If I’d’ve Known (4:06)
05. I’ve Been Kicking Myself (3:15)
06. Sight to Behold (3:37)
07. Memo 267 (2:59)
08. Pour for the Hour (2:57)






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