C I N E M A
Articolo di Mario Grella
La dialettica vittima-carceriere raccontata al cinema (ma se vogliamo anche a teatro o in letteratura) ben difficilmente si presta ad avere venature comiche o anche surrealmente comiche. A smentire questa tesi è il bellissimo film di Jafar Panahi, Un semplice incidente che si è aggiudicato la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes: una vicenda incredibilmente molto credibile, con un messaggio profondo e un finale molto dubitativo. Sintetizzando, un uomo, Eghbal, crede di riconoscere colui che era stato il suo carceriere (durante una delle tante repressioni operata dal governo iraniano alle proteste degli ultimi decenni) e dopo averlo tramortito e trasportato nel deserto decide di ucciderlo seppellendolo vivo.

Ma per essere certo della sua identità chiede l’aiuto e la consulenza di altre vittime di quelle stesse torture che, successivamente caricate sul suo furgone una ad una, vanno a costituire una composita quanto improbabile compagnia: due sposi, una fotografa, un energumeno. La vicenda però si complica: infatti dopo aver risposto ad una telefonata della figlioletta del torturatore, con la quale chiedeva aiuto al padre per soccorrere la madre che stava per partorire il secondo figlio, Eghbal decide di accorrere dalle congiunte, accompagnandole all’ospedale con tutta la compagnia, pur avendo ancora il carceriere nascosto nel furgone. A questo punto lo spettatore ha due scelte: pensare ad una trama alla fratelli Cohen o chiedere indietro i soldi del biglietto.

Sbaglierebbe in entrambi i casi, poiché il film è molto più serio di quel che si possa credere. E non potrebbe essere altrimenti poiché Jafar Panahi, nel 2022, prima di girare questo film in chiave di una più o meno involontaria comicità, ha realmente scontata una pena carceraria inflittagli dal regime di Teheran e, a tal proposito, lancia un messaggio molto forte sul tema della vendetta. Non racconterò se tale vendetta verrà poi consumata, ma questo film non è certo solo ciò che poteva sembrare dall’inizio. Nonostante la terribile esperienza del duro carcere iraniano, Jafar Panahi mostra saggezza e ironico distacco da quanto patito, oltre a dimostrare una grande sapienza narrativa e cinematografica.






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