L I V E – R E P O R T – D A N Z A


Articolo di Mariolina Giaretta

Dalla mitologia greca al Romanticismo, dalle tradizioni celtiche ai racconti russi e persiani, le leggende hanno sempre descritto il cigno quale creatura immacolata, simbolo di purezza inaccessibile e di erotismo ambiguo.

La prima idea che mosse Čajkovskij a fantasticare sul Lago dei Cigni risale al 1871 quando, in villeggiatura, ospite dell’amatissima sorella Aleksandra, volle scrivere per i bambini un balletto in un atto dove il fratello Modest interpretava la parte del principe Siegfried. La traccia originaria del canovaccio nascondeva tali profondità di introspezione da trasformare il divertimento estivo in un balletto di quattro atti. La prima rappresentazione, nel 1877 al Teatro Bol’šoj di Mosca firmata da Julius Reisinger fu, tuttavia, un fiasco per la coreografia banale eseguita da danzatori mediocri.

Successivamente, nel 1893, Ivan Alexandrovich Vsevoložskij, direttore dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo, decise di riproporre Il Lago dei Cigni al Teatro Mariinskij attraverso la scrittura di Marius Petipa e Lev Ivanov, già creatori con Čajkovskij di Bella Addormentata e Schiaccianoci. Questa versione de Il Lago dei Cigni ebbe un successo enorme, tanto da essere ancor oggi emblema del balletto accademico.

Nel tempo numerosi altri coreografi si sono cimentati con l’argomento. Tra loro, per citare i più apprezzati e conosciuti, Alexandre Gorski, Michel Fokine, Nicolas Sergueiev, e in tempi più recenti, Alexei Ratmanskij, John Neumeier, John Cranko, Kenneth Mc Millan, Mats Ek e Matthew Bourne.

Il Lago dei Cigni che il teatro Massimo di Palermo rappresenta fino al primo febbraio è la versione di Jean-Sébastien Colau, creata per la Compagnia di Ballo del teatro. Al suo fianco hanno lavorato per la messa in scena del balletto Vincenzo Veneruso, come coreografo collaboratore, e Agnès Letestu, già étoile dell’Opéra de Paris, quale assistente alla coreografia.

Colau, da quattro anni direttore della Compagnia palermitana, ispirandosi al tracciato tradizionale di Petipa e Ivanov, ne ha donato una sua lettura che concede ai diversi personaggi di svelare la loro essenza più intima.

Le splendide scenografie di Francesco Zito, i bei costumi di Cécile Flamand e le luci di Bruno Ciulli sono forgiati, per gli atti bianchi, con sensibilità pittorica di fine Ottocento, mentre le vicende svolte al castello restituiscono il fascino di un’epoca, quella dei tempi del Gattopardo, in una Palermo che poteva competere con le più belle capitali dell’Occidente. Tra le architetture raffinate e gli spazi permeati di atmosfere suggestive, prende vita la vicenda del principe Siegfried che, immerso nei suoi universi ideali, si abbandona alle proprie vibrazioni interiori. Quando il giovane incontra, come in un sogno, la principessa Odette che è preda del perfido Rothbart, subito se ne innamora giurando di salvarla.

Il Lago dei Cigni è la grande chimera del principe Siegfried. Nelle sue meditazioni al pianoforte, egli nutre ed esalta i suoi sogni romantici e un desiderio di libertà senza confini nel rifiutare la realtà del potere e del matrimonio che gli impone sua madre. E per sfuggire a questo malinconico destino, è rapito dalla visione di una romantica fanciulla in abito bianco, proveniente dalle sponde del lago incantato, che appare alle finestre del salone ed entra nel suo palazzo. Quella presenza lo avvince. Un amore idealizzato nasce quindi nella sua mente e con esso matura anche la lotta nei confronti degli obblighi che accompagnano il suo stato nobiliare. Odette, il cigno bianco, è la donna candida e inattingibile; Odile, Il cigno nero, è il suo riflesso negativo così come il perfido Rothbart è la trasposizione pervertita di colui che vuole sedurre la madre. Ma quando il sogno si dissolve, la ragione del Principe non saprà sopravvivergli.

Il centro focale drammaturgico de Il Lago dei Cigni di Colau è Odette, principessa tramutata in cigno dal perfido Rothbart, e con lei le altre fanciulle-cigno per le quali ha creato coreografie geometricamente articolate di luminosa bellezza e di valente esecuzione. Odette è condotta dalla violenza di Odile, figlia del malefico mago, in un crescente vortice di dolore che si conclude con il dramma finale in cui, per proteggere il suo amato Siegfried, riceve da Rothbart il colpo di balestra che la uccide. Siegrified muore di disperazione nel vedere infranto quel sogno di appassionato amore.

Ciò che sulla scena si manifesta, congegnato sulla base delle preziose coreografie di Petipa e di Ivanov e aggiornato con nuova sensibilità estetica, è un’opera di purezza e di eleganza.

Al teatro Massimo protagonista nel ruolo di Odette/Odile è l’aristocratica e toccante Maia Makhateli, lirico e disperato cigno bianco dalle linee ineccepibili ma anche seducente e provocante cigno nero dalla tecnica luminosa.

Accanto a lei, nel ruolo di Siegfried, l’elegante Andrea Sarri, palermitano cresciuto in seno all’École de Danse de l’Opéra de Paris e oggi primo ballerino nella Compagnia francese, interpreta un principe romantico dalle fini doti virtuosistiche, morbido e ben sostenuto nei grands tours e nei legati.        

Diego Millesimo, con intense capacità interpretative e belle qualità tecniche, ricopre il ruolo di Rothbart,  Alessandro Cascioli, brillante e piacevolissimo, quello di Benno e Francesca Davoli è l’Amica di Benno.

Molto efficaci le scene corali, tra cui il valzer del primo atto che rivela una Compagnia sfavillante in un’alternarsi di legazioni di armoniosa piacevolezza. Altrettanto gradevoli le altre piéces eseguite all’interno del palazzo di Siegfried, sia per quanto riguarda le danze di carattere che per quelle corali.

Nella realizzazione degli atti bianchi il corpo di ballo femminile evidenzia l’estetica  delle linee che, spesso eseguite a canone, si incrociano tra loro sviluppando circolarità di palpiti d’amore. L’ottima esecuzione dell’assieme e la toccante interpretazione delle timide e struggenti fanciulle-cigno, nel loro stato di creature imprigionate e ferite nell’anima dal perfido Rothbart, evocano il candore immacolato di ali bianche che, come braccia aperte, animano tensioni emotive.

Il quarto atto è intriso di pathos. La struggente partitura di Čaikowskij, diretta da Nicola Giuliani, accompagna i cigni nella loro danza di dolore perché Odette, rimasta prigioniera del sortilegio, non potrà più riavere la sua parvenza umana e dovrà morire. La coreografia è pregevole: ordinata a canone principalmente sulle diagonali, con movimenti rotondi che evocano sui corpi l’agitarsi delle acque del lago, è successivamente sorretta da disperati fremiti di volo impressi nella tipica formazione a triangolo degli stormi di cigni selvatici. Il balletto si conclude con la straziante fine di un sogno che è emanazione dell’anima di Siegfried.

Attraverso una politica sapiente, necessaria per far crescere tecnicamente e interpretativamente i giovani danzatori della Compagnia da lui diretta, Colau affida i ruoli a tre diversi cast: dopo i nomi già citati per le prime rappresentazioni si alternano per Odette/Odile, Yuirko Nashihara e Martina Pasinotti, Michele Morelli è Siegrified, Andrea Mocciardini Rothbart, Debora di Giovanni la Madre, Diego Mulone e Giovanni Traetto Benno e Carla Del Sorbo e Giulia Neri l’Amica di Benno.

Applausi senza fine in un teatro al completo per uno spettacolo che ha visto sulla scena una Compagnia di buona qualità artistica e tecnica.

Alla conclusione della Prima, comodamente seduti per un brindisi tra i fasti di Villa Igiea, un tempo antica residenza dei Florio, abbiamo rivolto alcune domande a Jean-Sébastien Colau, radioso tra gli illustri invitati perché molto elogiato per il suo Lago dei Cigni.

Jean-Sébastien Colau, grande successo stasera per un titolo che è l’emblema stesso del balletto classico: Il Lago dei Cigni. Qualche tempo fa nessuno avrebbe mai pensato che la compagnia del Teatro Massimo potesse metterlo in scena con i propri ballerini; dopo quattro anni di duro e appassionato lavoro svolto insieme ai suoi ragazzi, nei quali ha sempre creduto, oggi finalmente la Compagnia ha danzato un capolavoro. Immaginiamo la sua soddisfazione.
Sono molto soddisfatto. Ho aspettato a mettere in scena questo Lago dei Cigni perché la Compagnia non era al livello necessario; ho atteso pertanto fino a ora per presentarlo in maniera adeguata. Sono stato contento di essere riuscito a condurre il corpo di ballo a un livello internazionale adeguato a rappresentare questo balletto. Sono felice di aver rinnovato in loro la passione e la tenacia, qualità che al teatro Massimo si erano un po’ perse negli ultimi anni, facendoli così progredire nel lavorare con la dedizione necessaria, accompagnato dai miei maîtres de ballet.

Ci parli un po’ della Stagione 2026 che ha programmato.
Ho voluto fare una stagione con grandi titoli classici e con un lavoro dedicato a un geniale pittore. Al mio Lago dei Cigni seguirà a marzo Don Chisciotte per la coreografia di Josè Martinez (direttore del ballo all’Opéra de Paris, [N.d.A.]). Oggi, con una Compagnia di livello classico eccellente, ho ritenuto pregevole proporre un altro grande balletto di repertorio eseguito sulle punte. Seguirà Caravaggio per la coreografia di Mauro Bigonzetti, oggi il più grande coreografo italiano vivente. Forte del plauso riportato la scorsa Stagione con Rossini Cards, ho voluto proporre il suo ricercare, attraverso una tecnica neoclassica, i tratti potenti di una delle figure emblematiche dell’arte italiana, Caravaggio appunto. Subentrerà poi La Bella Addormentata di Reginaldo Oliveira, di tecnica contemporanea ma comunque sempre con valenze e canoni estetici che mirano a profondità di intenti e di bellezza. Non amo la sperimentazione o la ricerca di movimenti compiuti senza un senso specifico.

Progetti e sogni per il futuro?
Dopo il successo avuto con il Lago dei Cigni, poiché mi considero un coreografo che predilige la danza classica, cosa rara ai giorni odierni, e che ha già portato in scena, nelle stagioni passate, altri titoli classici come Schiaccianoci e Biancaneve, creati insieme a Vincenzo Veneruso, il mio sogno sarà quello di continuare a rivisitare i grandi titoli del balletto per donarli al teatro Massimo, al pubblico palermitano e, perché no, anche altrove in eventuali tournée.

Qualche titolo?
Amerei molto dedicarmi a La Bayadère e a La Belle au Bois Dormant.

Grazie Maestro Colau, le auguriamo buon lavoro nell’attesa di poter presto ammirare una sua nuova coreografia!

Photo Credit © Rosellina Garbo

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